Jersey Boys

USA - 2014
Jersey Boys
La vera storia di Frankie Valli and The Four Seasons, ovvero Frankie Valli, Bob Gaudio, Tommy DeVito e Nick Massi: l'ascesa di un gruppo di ragazzi che provengono dalla parte sbagliata del New Jersey e che, partendo da umili origini, seppero diventare uno dei più grandi fenomeni della pop music americana di ogni tempo, con 175 milioni di dischi venduti nel mondo prima di compiere i 30 anni.
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, MUSICALE
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT, CODEX ARRIRAW (2.8K), (2K)/PANAVISION, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: musical omonimo di Marshall Brickman e Rick Elice
  • Produzione: CLINT EASTWOOD, GRAHAM KING, ROBERT LORENZ PER MALPASO, GK FILMS, WARNER BROS., RATPAC ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
  • Data uscita 18 Giugno 2014

TRAILER

RECENSIONE

di La redazione
Gli italiani del New Jersey: baby-boomers pieni di brillantina amici di Joe Pesci con la foto incorniciata del papa affianco a quella di Sinatra, compagni di bravate e in bilico perenne tra la carriera mafiosa e una vita noiosa. Ma a qualcuno di loro, nato nel lato sbagliato della terra delle opportunità, la fortuna sorride, prendendo le sembianze di quello che viene regolarmente scambiato per un miracolo.
Succede a Frankie Valli (John Lloyd Young), Tommy DeVito (Vincent Piazza), Bob Gaudio (Erich Bergen) e Nick Massi (Michael Lomenda), quattro ragazzi con la passione per la bella vita e la musica, in un periodo in cui generi come il rock and roll, il rhytm and blues e il Doo-Wop venivano strappati dalla loro origine nera per essere infiocchettati e commercializzati nel mondo del pop bianco da radioline e canzonette.
I Four Seasons nascono nel 1960, e dopo poco il loro successo crebbe così tanto da farli diventare una delle band americane con più vendite della storia, prima che i Beatles arrivassero a squassare il destino della musica pop. La storia dei Jersey Boys – basata sull'omonimo musical di Broadway del 2005 vincitore ai Tony Awards - si concentra negli anni che vanno dal 1960 al 1968, ovvero il periodo meno avvincente della band.
La bravura di Eastwood cerca di venire a galla per rendere interessante una narrazione che non si riesce a salvare attraverso l'atmosfera caricaturale che riempie tutti i rigorosi 130 minuti (durata media di tutti i film del cow boy). E così, invece di realizzare un vero e proprio musical o descrivere la storia reale del quartetto italo-americano (la cui produzione si è spinta fino alla disco music negli anni 70-80), si è preferito raccontare ancora una volta l'ennesima declinazione del sogno americano, in cui donne relegate allo status di cretine, buoni sentimenti e giri di do abbondano raggiungendo il parossismo e ricoprendo – affogandoli – i lati migliori del film: la scenografia ben costruita, la simpatia di Christopher Walken nel ruolo del malavitoso Gyp DeCarlo e l'indubbia bravura canora dei protagonisti. Peccato.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURANO ANCHE BRETT RATNER, FRANKIE VALLI E BOB GAUDIO.

CRITICA

"Che cosa tiene insieme le persone? Cosa consente a uomini e donne di unirsi nelle prove più estreme, in guerra ('Flags of Our Fathers'), sul ring ('Million Dollar Baby') o nella vita quotidiana, anche quando nulla li avvicina ('Gran Torino')? È la domanda che scorre in filigrana dietro 'Jersey Boys', il nuovo e godibilissimo film di Clint Eastwood (...). Che trattandosi della storia dei Four Seasons, una band di italoamericani celebre negli anni 50-60, lo hanno considerato uno strano incrocio fra un musical e un biopic. Mentre Eastwood fa sua questa perfetta macchina spettacolare, già lungamente rodata a Broadway (lo scintillante copione è di Rick Elice e Marshall Brickman, l'autore di 'Io e Annie' e 'Manhattan'), puntando sui sentimenti contraddittori che malgrado tutto uniscono per 20 anni quattro mezzi delinquenti italoamericani cresciuti nei bassifondi del New Jersey. (...) Invece, sorpresa: quei ragazzotti che in apertura tentano goffamente di rubare una cassaforte erano destinati a un successo clamoroso. Che Eastwood e i suoi sconosciuti ma formidabili attori rievocano con forza,. senza far finta di rivoluzionare il genere. Scena dopo scena, anno dopo anno, Tommy il duro, Frankie il cantante, Bob la mente e Nick il gregario («se sei in una band e scopri di essere Ringo, lascia fare agli altri»), salgono infatti tutte le tappe del successo, fino all'inevitabile caduta. (...) Jersey Boys è l'opposto di 'The Wolf of Wall Street'. Se Scorsese racconta e in certo modo celebra la rapacità, gli 'animal instincts', l'arte della truffa, Eastwood canta l'amicizia, la lealtà, il senso di comunità, insomma i vecchi valori. Con accenti molto convincenti proprio perché sa dal primo momento che quei valori verranno calpestati. Qualcuno lo troverà facile e nostalgico, invece è acuto e molto personale (in una scena, su un televisore, fa ironicamente capolino il giovane Clint in 'Rawhide')." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 giugno 2014)

"Eastwood laughs! Eastwood ride e lo fa nel modo in cui nessuno se lo aspetta, adattando un musical come fosse una commedia, senza tirarsi indietro davanti a nessuno degli stereotipi che gli capitano a tiro (a cominciare dall'identità italo-americana dei quattro protagonisti) e giocando con le convenzioni cinematografiche con una libertà che forse nessuno sospettava. Soprattutto in un regista di 84 anni! Ma è una specie di inevitabile conseguenza proprio di quella «classicità» che in tanti avevano ammirato nelle sue regie precedenti e che qui si concretizza nella più evidente (anche se sottintesa) delle caratteristiche del cinema classico hollywoodiano: mettersi in gioco ogni volta su un soggetto diverso, misurando la propria professionalità - e la propria abilità - là dove ti porta l'occasione produttiva. Hawks poteva passare dalle storie del West a quelle dell'antico Egitto, perché si dovrebbe chiedere a Eastwood di ripetersi ogni volta con il «solito» film crepuscolare e testamentario? Che abbia scelto una strada insolita (...) lo capisci dalla prima inquadratura, quando l'attore che entra in scena si mette a dialogare direttamente con il pubblico per spiegare l'atmosfera che si respirava nel 1951 a Belleville, New Jersey, sostituendosi a quello che in passato sarebbe stato affidato a una voce fuori campo più impersonale e più tradizionalmente narrativa. Non qui, dove Tommy DeVito (l'attore Vincent Piazza) impone subito il proprio protagonismo e il proprio punto di vista: è lui l'artefice del futuro quartetto vocale The Four Seasons ma anche il «grimaldello» per capire i legami con una tradizione locale fatta di amicizie «pericolose» (soprattutto quella di un boss locale interpretato con la solita gigionesca bravura da Christopher Walken), tentazioni illegali (all'inizio, entra ed esce dalla prigione) e valori «eterni» (l'amicizia, la famiglia, llil patto di mutuo soccorso). E questo imporsi al centro della scena è tanto più sorprendente se pensiamo che poco dopo la metà del film DeVito sparirà dalla storia. Senza troppi problemi di coerenza o di realismo. Il fatto è che a Eastwood in questo caso non interessa un'idea tradizionale di «realismo cinematografico» quanto (probabilmente) sperimentare un modo diverso di raccontare, più debitore dell'operetta - con i suoi recitativi e il venir in primo piano degli attori sulla scena - e più vicino alle commediole adolescenziali che andavano per la maggiore negli anni Cinquanta, «correlativo oggettivo» (per riprendere una battuta geniale del film) di quell'impasto tra sentimentalismo zuccheroso e aspirazioni romantiche che faceva sognare la gioventù dell'epoca e che la regia si incarica di sottolineare lasciando molto spazio ai volti delle fan in visibilio di fronte alle esecuzioni canore (e tra le quali si nasconde, nei panni di una cameriera, anche la figlia del regista, Francesca). (...) in fondo più che la storia di un percorso musicale Eastwood racconta le disavventure, le storie sentimentali, le invidie e i tradimenti di quattro ragazzi del Jersey, che «tra le altre cose» scalarono nei primi anni Sessanta le classifiche discografiche. E se nella seconda parte dei suoi 134 minuti, il ritmo del film sembra rallentare è perché un certo realismo documentario prende il sopravvento sui tono più scanzonato e colorato degli inizi. Certo, Eastwood non si sarebbe probabilmente sentito così libero di giocare con gli stereotipi (...) se la musica raccontata fosse stata quella che più ama, dal jazz al country al blues. Quando li aveva affrontati in passato (in film come 'Bird', 'Hankytonk Man' o 'Piano Blues') il tono era stato ben diverso, più «vero» ed «emotivo». Qui il fatto di partire da un musical per la scena ('Jersey Boys' di Marshall Brickman e Rick Dice, da cui riprende alcuni dei protagonisti originali, come John Lloyd Young, Erich Bergen o Erica Piccininni, che interpreta la giornalista che fa perdere la testa a Frankie...) ha favorito in Eastwood soprattutto il gusto dello scherzo e dell'ironia. E di un piccolo sberleffo finale: dirigere un musical dove la prima scena davvero coreografata con balli e canti arriva solo sui titoli di coda." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 giugno 2014)

"Eastwood non offre chiavi di lettura «importanti» dei suoi film, le dissemina qua e là, in piccoli momenti, come frasi in un pezzo di free jazz, ma quell'ammicco buffo a una realtà condivisa è il/ al cuore di 'Jersey Boys' (...). L'ottantaquattrenne ex- ispettore Callahan, non sembrava in effetti, la scelta più ovvia per portare sul grande schermo il musical di Bob Gaudio (musiche) e Bob Crew (testi), su libretto di Marshall Brickman e Rick Elice, un evergreen a Broadway, e qua e là per il mondo, dal momento del debutto, nel 2005. Lo spigoloso «Clint» e l'universo edulcorato del musical hanno, in apparenza, un dna profondamente diverso. Però, da anni, Eastwood sta cercando di fare un film da 'A Star Is Born' e la musica è stata protagonista di due dei suoi lavori più personali da regista, 'Honkytonk Man' (il country, nel 1982) e 'Bird' (l'amatissimo jazz, nel 1988). (...) Lavorando come al solito d'intuizione, per realizzare 'Jersey Boys' Eastwood ha buttato via le numerose stesure della sceneggiatura che si erano accumulate in dieci anni di gestazione del progetto ed è tornato alla prima mai scritta, dai librettisti originali del musical. Per il cast, voleva facce sconosciute al cinema e, servendosi di attori presi da diverse produzioni del musical, e che quindi lo conoscevano benissimo, si è garantito la possibilità di lavorare come al solito, in fretta. Stampando il primo o il secondo ciak di ogni inquadratura - anche se ha girato tutto, canzoni incluse, in presa diretta. Completamente libero come i film di Eastwood sono ormai da decenni, 'Jersey Boys' piacerebbe a Vincente Minnelli, specialmente quello di 'Some Came Running'. Solo alla fine Eastwood si/ci concede un numero musicale hollywoodiano classico. Con tutti i personaggi in scena che cantano e ballano insieme. Ma 'Jersey Boys' è un musical in tutto e per tutto, dentro." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 18 giugno 2014)

"E' all'inizio (siamo nei primissimi anni Cinquanta) la battuta chiave del film: «C'erano tre modi per uscire dal quartiere: entravi nell'esercito e magari finivi ucciso; diventavi mafioso e magari finivi ammazzato; o diventavi famoso». Il quartiere è il New Jersey italoamericano malavitoso. (...) Clint Eastwood, da sempre sensibile alla storia musicale del suo tempo e della sua giovinezza, ha raccontato quello che fu tra anni 50 e 60 un gruppo pop di grande successo, prendendo le mosse dal musical omonimo che si replica da otto anni. Con lo stesso protagonista John Lloyd Young nel ruolo di Frankie. Con la partecipazione produttiva degli stessi Valli e Gaudio. Nella cornice di un'affettuosa ricostruzione d'epoca, tra brillantina, impresentabili camicette bicolori e sfacciate cabrio pinnate dai colori accecanti, sfilano le canzoni che portarono i Four Seasons in vetta alle classifiche, con il loro sound accattivante e tramite la voce flautata di Frankie/John: 'Sherry', 'Big Girls Don't Cry', 'Bye Bye Baby' e tante altre. Lo sguardo di Clint accarezza l'epoca, i personaggi, le loro esibizioni in abiti sgargianti, senza troppo soffermarsi sull'ambiente e senza troppo approfondire lo sfondo sociale. Prevale una tonalità leggera, godibile e brillante: il personaggio di Walken è un mafioso da sophisticated comedy, non certo da film di Coppola o Scorsese. Si preferisce assecondare il ritmo musicale, anche con accorgimenti drammaturgici come i frequenti 'a parte', soprattutto della pecora nera Tommy ma anche degli altri, che di tanto in tanto sospendono la partecipazione del loro personaggio all'azione per rivolgersi al pubblico dando spiegazioni. Non sarà il Clint ruvido e sempre sorprendente (che preferiamo) di 'Million Dollar Baby' o anche di 'Gran Torino', ma sempre e comunque tanto di cappello." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 19 giugno 2014)

"Negli anni Sessanta, mentre da noi rivoluzionava il cinema 'La Dolce Vita', da Liverpool rivoluzionavano la musica i Beatles. Immediatamente prima però si era verificata, specie all'insegna della musica rock, la rivoluzione suscitata nel New Jersey da altri quattro giovanotti che si erano annunciati come i 'Four Seasons' e che, anticipando appunto i Beatles, si erano subito proposti con dei veri e propri successi mondiali. A tal segno che Broadway non tardò a dedicar loro addirittura un musical, intitolato, data la loro provenienza, 'Jersey Boys' (...), ottenendo ancora un successo anche grazie alle più celebri canzoni del gruppo che, ovviamente, ne costituivano il tessuto musicale. Adesso Clint Eastwood, di cui è nota la passione per la musica (basti ricordare 'Honkytonk Man', con tanta country music sullo sfondo di Nashville) si è rivolto a quel musical facendolo riscrivere per lo schermo da John Logan (...) ed è riuscito, pur avendo superato gli ottant'anni, a regalarci un film di seria qualità, agile, svelto, pronto a farci ascoltare, nei passaggi giusti e mai forzati, le splendide canzoni dei quattro su cui felicemente si costruisce ricavandone ad ogni svolta ritmo e colore. (...) Eastwood, grazie anche a come John Logan gli aveva rielaborato il musical, li ha seguiti da vicino, passo passo, gesti e psicologie, valendosi abilmente, ma con attenta misura, dell'espediente di far interloquire i personaggi con gli spettatori, facendo in modo che si raccontassero anche da un punto di vista privato, e per aumentarne l'autenticità, ricorrendo agli stessi interpreti del musical, conosciuti e apprezzati da anni dappertutto negli stati Uniti; con il risultato che ogni attore non solo recita, ma anche canta e dal vivo. Come in teatro e con effetti di una sincerità totale. Ancora perciò, un film importante per Clint Eastwood, con un'America anni Sessanta attorno, tutt'altro che di sfondo, proposta invece puntualmente con il contributo di tecnici creativi e di talento. All'unisono con un autore di talento eguale, anzi più grande." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 19 giugno 2014)

"Che il legame di Clint Eastwood con la musica sia forte e profondo è noto, avendo egli stesso composto le colonne sonore di alcune sue pellicole e avendone girate due dedicate al jazz: il documentario 'The Piano Blues' e il biopic di Charlie «Bird» Parker. Tuttavia, sulla carta, 'Jersey Boys' sembrava condurre il nostro in una terra straniera. Intanto il film si basa su un musical, vincitore nel 2006 di sei Tony Awards, genere che non si direbbe congeniale all'ex ispettore Callaghan; in secondo luogo, il sound del gruppo protagonista «The Four Seasons» ha poco a che vedere con il West Coast Jazz tanto caro a Clint. Eppure 'Jersey Boys' rappresenta una vera riuscita: vedendolo si capisce quanto il rock sia debitore del gospel e del blues; e Eastwood ha mano felicissima nel delineare il quadro d'epoca, ovvero lo spaccato italo-americano anni '50 di Newark, con il suo ambiente piccolo borghese di onesti lavoratori da un lato e l'irrinunciabile patrocinio di un padrino dall'altro. In spirito di aderenza al musical originario (...), il film ripercorre gli alti e bassi fra carriera e privato (...) affidandosi per il racconto alle spesso discordanti versioni dei protagonisti. Con tranquilla sicurezza, Eastwood impagina lo spettacolo sul filo di deliziosi numeri musicali in una fotografia virata su toni ocra-marroni e senza mai fargli perdere, neppure nelle scene in esterni, il tono stilizzato. Ben assecondato da un cast che in buona parte è quello teatrale, a partire dall'ottimo Valli/John Lloyd Young; mentre DeVito è impersonato da Vincent Piazza, il Lucky Luciano dello scorsesiana serie tv 'Boardwalk Empire', e il mafioso Gyp DeCarlo da un indovinato Christopher Walken. Oggi che la musica pre-invasione Beatles dei Four Season potrebbe apparire datata, l'intelligenza di Eastwood è di riproporla in un registro di affettuosa nostalgia, enfatizzando gli aspetti umani e valorizzando la raffinatezza degli arrangiamenti dietro l'apparenza di semplicità. Con un pizzico di ironia, ritmo e un'incantevole freschezza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 19 giugno 2014)

"E alla fine arriva il (finto) musical. L'84enne Clint Eastwood avrebbe voluto dedicarsi alla quarta versione di 'È nata una stella', ma poi ha 'ripiegato' su 'Jersey Boys', dallo spettacolo di Broadway: protagonisti, i Four Seasons, poi Frankie Valli (John Lloyd Young) & The Four Seasons, un quartetto rock-pop-doowop di ragazzi italoamericani che nei 60 seppe conquistare cuori e classifiche (...): Eastwood li segue, ibridando la canaglia nostalgia con la ricerca dei valori perduti, alias solidarietà e fratellanza. Il solito Clint che malgrado tutto non ha abdicato all'American Dream: autocitazioni, Joe Pesci (sì, anche lui) e backstage di invidie, gelosie e imbrogli per il lato umano dello showbiz." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 giugno 2014)

"Piacerà ai fans dei «Four Seasons» naturalmente. E anche a chi nei «sixties» non aveva più l'età e alle generazioni successive. E certamente a coloro che pur non essendo appassionati alla follia per musical lo godono eccome se a dirigere è un grande della regia «tout court» (Robert Wise fece 'West Side Story' e William Wyler 'Funny Girl'). Clint l'ultimo dei grandi non poteva fallire una sfida che ancora gli mancava. Quindi non s'è limitato a impacchettare lo spettacolo di Broadway, ma a raccontare una storia molto americana (quella di 4 «boys of the streets» che sognarono di diventare Frank Sinatra e che per almeno per una dozzina d'anni riuscirono a esserlo). Pur confermando in blocco il cast di Broadway, Clint non s'è limitato a chiedere ai quattro l'ennesima replica, ma li ha seguiti, stanati, rosolati a fuoco lento. Fino a quando John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza e Michael Lomenda, pur recitando ragazzi degli anni '60, sono diventati ragazzi d'oggi che cantano, amano, si lasciano e (sempre) si spintonano come fanno i ventenni d'oggi. Non solo nel New Jersey." (Giorgio Carbone, 'Libero', 19 giugno 2014)

"(...) chi meglio di Clint Eastwood poteva trasformare questo biopic, genere che gli sta sempre più a cuore, in un meraviglioso affresco culturale, terribilmente malinconico pur se la nostalgia viene annacquata da una sceneggiatura brillante capace di strappare molti sorrisi. (...) Un film maturo, adatto ad un pubblico sopra i cinquanta, a cavallo tra soap e musical, tenuto per le redini da un autore che non finisce mai di sorprendere per la sua capacità di saper raccontare anche storie non necessariamente sconvolgenti. In mano a un altro, 'Jersey Boys' si sarebbe trasformato in uno stanco ritornello. Con Eastwood, invece, la poetica del grande sogno americano, irrobustita da una fotografia da Oscar e da una colonna sonora coinvolgente, diventa manifesto culturale. Un film non perfetto, ma maledettamente affascinante." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 19 giugno 2014)

"Nessuno sa dove è diretto il cavaliere solitario in sella al suo cavallo bianco con gli occhi spalancati verso l'orizzonte lontano. La meta è ignota forse anche a lui. Clint Eastwood non ha mai smesso di essere quel «cavaliere solitario» e la sua avventura cinematografica, questa grande cavalcata nei territori del genere (dal poliziesco al western, dal melodramma al biopic...) è ancora una mappa da disegnare. Il cavaliere solitario ora ha preso un altro sentiero che lo ha portato nel paese del musical, e una volta arrivato, come al solito, ha imposto il suo sguardo e la sua presenza, scalzando i buoni i brutti e i cattivi. 'Jersey Boys' l'ultimo film di Clint Eastwood ed è, a modo suo, un musical. Ma alla fine, forse, non è questo che conta, stabilire il territorio è solo una questione di ordinaria amministrazione; è quel che succede dentro a rendere l'avventura più o meno interessante. La passione per la musica di Eastwood è cosa nota, due dei suoi film più belli e personali la riguardano direttamente: 'Honkytonk Man' sul mondo del country (1982) e 'Bird' su quello del jazz (1988). Ora, si potrebbe fare un po' di difficoltà a immaginare il ruvido Clint canticchiare le note in falsetto urlate dalle band americane pre-Beatles degli anni Cinquanta, eppure la sua curiosità per l'universo musicale (che arriva fino alla classica) e l'autentico interesse per tutte le forme culturali americane lo hanno portato a indagare anche questo mondo così edulcorato e apparentemente leggiadro. 'Jersey Boys' prende spunto dall'omonimo musical (...) Ma, anche se molti degli attori - facce sconosciute al cinema - sono stati prelevati dal musical (...), Eastwood sembra essersene allontanato, riuscendo a raccontare il background della famosa band dei Four Seasons. (...) Eastwood fa un affondo nelle loro vite e racconta i retroscena di una corsa verso la fama dorata costeggiata di drammi familiari e debiti mafiosi, il duro scuotersi di un gruppo di ragazzini dal giogo delle loro radici di quartiere. Dunque, questa cavalcata di Eastwood nel mondo del musical non è meno libera di altre sue famose, anche se si capisce che questo territorio gli è meno consono di altri, meno congeniale. Ma proprio questo essere in «terra nemica» rende ancora più alta la sfida. Per capirsi, bisogna aspettare la fine del film, se non i titoli di coda, per assistere a un vero e proprio numero da musical. Per il resto bisogna affidarsi a una messa in scena classica e stringata che si appoggia su di una sceneggiatura ampiamente rivisitata dall'intuizione di Eastwood. Ora, il nostro ottantaquattrenne cavaliere solitario ha già abbandonato la cittadina di Belleville e ha preso la via dell'orizzonte, pronto per un'altra avventura, un altro film, un altro sorprendente saggio di libertà." ('L'Unità', 19 giugno 2014)
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