Jane Eyre

GRAN BRETAGNA - 1995
Jane Eyre
Rimasta orfana, Jane Eyre viene allevata a Gateshead Hall dalla dispotica zia Reed, che finisce per affidarla all'arcigno Sig. Brocklehurst, rettore della Lowood School. Nel tetro collegio unica consolazione è l'amicizia con Helen Burns, ma la ragazza muore di tubercolosi. Divenuta adulta e diplomatasi, Jane trova impiego come istitutrice a Thornfield Hall, in un'imponente casa di campagna, dove la cordiale signora Fairfax e la simpatica piccola allieva Adele la rasserenano anche se risate lugubri turbano a volte le notti nella casa. Frattanto conosce l'eccentrico e vagabondo padrone, Edward Rochester, che le rivela di avere avuto la piccola Adele da una ballerina francese. Egli va spesso in visita da Lord Ingram, alla cui figlia Blanche sembra interessato, tanto da invitarla nella magione, suscitando la gelosia di Jane. Giunge, nel frattempo, Richard Mason, e Rochester chiama Jane ad aiutarlo: ferito, l'uomo viene portato via dal medico chiamato d'urgenza. Frattanto la zia Reed, morente, la fa chiamare e le confida di averle nascosto una lettera in cui lo zio paterno John manifestava la volontà di incontrare Jane e farla sua erede. Seppellita la zia e tornata a Thornfield, Jane viene chiesta in sposa da Rochester, che le rivela di essere innamorato di lei da sempre. Ma all'atto delle nozze un avvocato e Richard Mason si presentano impugnando il matrimonio. Rochester svela allora il mistero del palazzo: le risate lugubri sono opera di Bertha la moglie pazza, sorella di Richard, da lui sposata quindicenne senza sapere della sua malattia ereditaria. Jane è sconvolta e lascia la casa, cui Bertha appicca il fuoco. Giunta a Gateshead cade malata e viene ospitata e curata dai fratelli Mary e John Rivers. Lasciata erede dallo zio, viene chiesta in moglie da Rivers, ma cortesemente rifiuta. Un impulso irresistibile la riconduce a Thornfield: la magione ormai è un rudere annerito, ma Rochester, assistito dalla signora Fairfax, è vivo, anche se ha perso la vista per salvare la moglie, suicidatasi nel rogo. Jane può ora sposarlo e ricostruire la loro vita.
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA (1:1.85)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Charlotte Brontë
  • Produzione: CINERITINO S.R.L., FLACH FILM, MEDIASET, MIRAMAX FILMS, RCS EDITORI S.P.A., ROCHESTER
  • Distribuzione: UIP - RCS FILMS & TV

NOTE

- REVISIONE MINISTERO GENNAIO 1996.

- DAVID DI DONATELLO 1996 PER MIGLIORE COSTUMISTA A JENNY BEAVAN.

CRITICA

"Zeffirelli ha molto sfoltito la vicenda immaginata da Charlotte Brontë. Ma non l'ha rimpicciolita. Non ne ha ridotto lo spessore annullando, come spesso capita nelle riduzioni cinematografiche, i diversi piani del romanzo. Con bravura nella costruzione - oggi più evidente di ieri - Charlotte riporta a una sostanziale unità gli elementi del romanzo gotico (la figura della prima moglie di Rochester), i caratteri che vengono studiati con scaltrita finezza psicologica in dialoghi a cui non reca danno certa patina ottocentesca, la pittura realistica di ambienti e paesaggi. I capitoli sull'istituto che ospita Jane bambina, il vagare nel villaggio e nella brughiera dell'istitutrice prima dell'accoglienza nella casa dei tre fratelli sono segnati da un terso realismo, e i colpi di scena, distribuiti sempre al momento opportuno, non fanno altro che accentuarne la freschezza e per tenere sempre desto il piacere del leggere. Nella costruzione e nello studio dei personaggi, Jane Eyre appare, insomma, libro più "giovane" del secolo e mezzo che si porta sulle spalle. Zeffirelli ha colto, restituendolo con bel tratto figurativo, il suono moderno di Charlotte Brontë dandoci un film che non va appassionando solamente gli amatori delle storie ben raccontate, delle trame aggrovigliate che, alla fine, si sciolgono e si accomodano." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 14 febbraio 1996)

"Le ombre non sono meno importanti della luce" sussurra Jane Eyre a Rochester. I due protagonisti del grande romanzo di Charlotte Brontë - mutevoli, bruschi, impulsivi, arcigni, fors'anche autoindulgenti - sembrano condividere l'indole e il cinema di Franco Zeffirelli che, infatti, firma il suo più bel film degli ultimi anni, anni spesso trascorsi ad adulterare e logorare immagini spente, visioni ridondanti. Jane Eyre è un film segnato da una narratività semplice e fluida, intriso dal pacato, implosivo frusciare dei sentimenti e dell'amaro struggimento della ragione." (Fabio Bo, 'Il Messaggero' 4 febbraio 1996)

"Il film non poteva restituire la complessità e profondità del romanzo, ma ne fornisce una versione corretta, produttivamente impeccabile, ben fatta e ambientata, ben recitata da attori eccellenti: William Hurt, con la sua confusione sconnessa e la sua sardonica malinconia, è un Rochester perfetto; la governante Joan Plowright, la zia cattiva e pentita Fiona Shaw, la Jane Eyre bambina Anna Paquin, la moglie segreta e folle Maria Schneider sono brave (la top model Elle McPherson no ma pazienza, la sua parte è minima). In qualche momento un poco scolastico, Jane Eyre smussa alcune parti più terribili ed aspre del romanzo, soprattutto manca di emozioni: però è un piacere vedere Franco Zeffirelli dopo gli sciagurati 'Il giovane Toscanini' e 'Storia d'una capinera', tornare a fare con competenza e buoni risultati il proprio cinema tradizionale, classico." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 4 febbraio 1996)

"In questi film senza atmosfera né intensità drammatica c'è soltanto una nota insolita: la scelta di Charlotte Gainsbourg protagonista. La figlia di Jane Birkin non è bella e non ha più la fragranza dell'adolescenza (chi ricorda 'La piccola ladra', 1988, di Claude Miller?). Ma una chiave per capire la Brontë, come scrisse in un suo saggio Rebecca West, è la bruttezza delle sue eroine come segno di reclusione e dipendenza e riflesso della propria scarsa avvenenza. Vestita da un costumista che ha tenuto d'occhio Holly Hunter in 'Lezioni di piano', la Gainsbourg rende con forza suggestiva la passionalità amara e la fierezza di Jane Eyre, ma anche la sua salute morale e la sua capacità di autogoverno. Meno indovinata ci sembra la scelta di William Hurt che nonostante il suo indiscusso mestiere, non ha il carisma romantico e ottocentesco che in passato era di un Olivier, un Colman, un Burton." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 5 febbraio 1996)
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