Irma Vep

IRMA VEP

FRANCIA - 1996
4/5
Irma Vep
Impressionato dalla bravura della star di Hong Kong Maggie Cheung, il regista René Vidal le propone di trasferirsi a Parigi per interpretare la parte della protagonista nel remake di 'Vampieres' serial muto che narrava le gesta di una banda di criminali capeggiata da Irma Vep. Sul set, però, la costumista Zoe tenta di sedurre Maggie ed il regista, caduto in depressione, viene sostituito da un cinico collega che rispedisce a casa la star orientale.
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: SUPER 16 CAMERA A MANO
  • Produzione: DACIA FILM
  • Distribuzione: PLAYBILL - MIKADO FILM - CECCHI GORI HOME VIDEO

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Può davvero sorprendere delle tre cose migliori del 75° Festival di Cannes 75 due siano serie, Esterno notte di Marco Bellocchio e Irma Vep di Olivier Assayas? Per la cronaca, la terza è un film, Pacifiction di Albert Serra, con Benoît Magimel, che – nota a margine – il sommo Stefano Jacono di Movies Inspired ci porterà in sala.

Comunque no, no che non può stupire, poi possiamo chiamarli film lunghi che a certe latitudini di sistema fa meno male, e così in effetti si sono visti al Palais des Festivals, ma la sostanza non cambia: le serie brillano, di luce propria e, sovente, a discapito dei lungometraggi.

Quella del regista francese, presentata nella sezione Cannes Première, è stata trasmessa sulla sempre meritoria HBO a giugno, e arriverà in Italia il 3 agosto in esclusiva su Sky e in streaming su NOW. Aveva già fatto di Irma Vep la sua eroina nel 1996, interpretata dall’attrice cinese Maggie Cheung: ora tocca alle 33enne svedese Alicia Vikander.
Dopo Carlos (2010), la seconda volta seriale di Assayas è un ritorno al futuro: il suo film, nel cast anche Jean-Pierre Léaud e Nathalie Richard, riprendeva il celebre serial muto Les Vampires, dieci episodi usciti nel 1915 per la regia di Louis Feuillaude.

Qui gli episodi – sulla Croisette sono stati presentati i primi tre – sono otto, e Vikander incarna Mira che in un gioco di anagrammi incarna a sua volta Irma, che quindi con l’aggiunta del cognome anagramma Vampire, da cui – lo ricorda la protagonista del ’15 Musidora in una ghiotta intervista d’archivio – il termine vamp.

Mira è un’attrice americana e star globale (lo spettro di Kristen Stewart, l’eroina di Twilight che con Assayas ha fatto Sils Maria e Personal Shopper è ovviamente sensibilissimo…) usa ad action sci-fi ad alto budget e viene da una duplice rottura amorosa: prima con un collega, poi con l’assistente, che nel frattempo è divenuta la compagna del regista del suo (pen)ultimo film. Queste traversie l’hanno segnata, forse anche nel distinguere finzione e realtà. Che poi è il meccano, meglio, l’incastro di Irma Vep.

Reciterà Irma per un regista d’essai, René Vidal (Vincent Macaigne, un fuoriclasse di empatia, dettagli e intelligenza, di cui al di qua delle Alpi non abbiamo che brutte e/o sbiadite copie), di cui è da sempre fan, e su cui Assayas, dalla relazione che ebbe con Cheung a un tot di idiosincrasie, riverbera sé stesso.

Nel cast anche Jeanne Balibar, nel ruolo di costumista, e Vincent Lacoste, in quello di giovane attore, nonché Lars Eidinger, Hippolyte Girardot, Alex Descas, Antoine Reinartz, Nora Hamzawi e Tom Sturridge, il voltaggio metacinematografico, ovvero metaseriale, è dominante: un gioco di specchi e incastri, una mise en abyme che sul filo della storia del cinema passa in rassegna lo stato dell’arte, con ariosità, eleganza, (auto)ironia e la consueta empatia di Assayas.

Non che ci volesse molto, ma Vikander non è mai stata così brava, Macaigne, ovvero Assayas, lo vorresti abbracciare (sì, continueremmo a elogiarlo fino alla fine dei tempi), le sue sedute con la terapista sono superbe, e che dire di Lars Eidinger, già apprezzato nell’ottima Babylon Berlin, che si presenta sul set in astinenza da crack?

Tutti molto bravi, tutto molto bello: il puzzle 3D di Assayas, le tessere umane che sono persone, personaggi e attori, le tessere audiovisive che sono le opere del 1915, 1996 e 2022, collima con l’idea di un metaverso nobile, affrancato dall’algoritmo, incollato all’uman(esim)o e al cinefilo.

E quanta intelligenza, che sia rivolta alla metariflessione sul dispositivo – dai Marvel movies allo stesso discrimine tra film e serie, ce n’è davvero per tutti – o all’introspezione psicologica, alle schermaglie amorose, alla vita da set, come un Effetto notte tagliato con un Boris poco caciarone e assai parigino.

Su tutto, diremmo, l’eleganza di filmare e sentire, sentire e filmare, che alla pelle preferisce la seta di velluto, al furore il pensiero, al sesso l’erotismo.

Irma Vep reloaded, o della seduzione. E che incantamento. Che ci siamo, tanto, appassionati al dietro le quinte non è di e da oggi, che gli addetti ai lavori abbiano (più) interesse ai nostri occhi, che la costruzione prevalga sul costrutto, il farsi sul fatto, la quinta sul proscenio, be’, non fa notizia. Ma seguire Mira che è Irma, Irma che è stata Irma e prima Vamp è un combinato disposto che spariglia agenda e enciclopedia, che innesta un’idea, cinematografica ovvero eidetica, potentissima, perché al set finto, di finzione, sappiamo si accompagni l’altro propedeutico ovvero reale e quindi set finto e finzione siano due finzioni, e quella finzione tetragona, perché le va aggiunta quella del 1996 e quella del 1915.

Prismatico, caleidoscopico, metalinguistico, l’incantamento è testuale tanto quanto sensuale, richiama e alimenta il piacere della visione lavorando su formato e rifrazione, storia e racconto, concezione e azione, consustanziazione e sublimazione.

Sì, è del passaggio di stato l’esperienza, e il preminente, e appariscente, passaggio è quello tra film e serie, che però ci dice l’occasione è solo un anagramma. Lo dovremmo, pardon, dovrebbero tenere a mente quando si ergono steccati, e dispongono contraccettivi, tra serie e film, piattaforma e sala.

Comunque, Assayas non era ai suoi massimi da quasi un lustro: Il gioco delle coppie (2018) è modesto, Wasp Network (2019) perfino tremendo. Qui si riprende tutto quel che gli compete, per nitore e levità, profondità e empatia, ironia e divertissement, mettendosi in scena, pardon, retroscena tra identità e trasfigurazione, verità e simulazione, associando sempre più la propria silhouette autoriale a quella di Truffaut – e no, non è una bestemmia.

Che anch’egli per (ri)trovarsi si passato per l’espansione seriale deve far riflettere su quanto l’agio quantitativo tracimi in libertà qualitativa, su quanto il respiro lungo, ehm, si conceda la rarefazione poetico-stilistica. Succede così, che nell’osmosi interfilmica, pardon, interaudiovisiva che sempre alimenta i festival, venga da collocare – e pervertire – qui l’epigrafe marxiana che Ruben Östlund inserisce in Triangle of Sadness, immeritata Palma d’Oro: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni“.

Ecco, Assayas ha fatto delle sue capacità il soddisfacimento dei nostri bisogni. Irma Vep è l’intrattenimento pensante di cui avevamo necessità: ne eravamo ignari, finché in sala – e in casa – non s’è acceso. @fpontiggia1

NOTE

- REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 1996.

- AL 75. FESTIVAL DI CANNES (2022), NELLA SEZIONE 'CANNES PREMIERE', VIENE PRESENTATA LA MINISERIE REMAKE DEL FILM DIRETTA DALLO STESSO ASSAYAS.

CRITICA

"Più che un omaggio a Truffaut, è forse la chiave di questo film assai sarcastico, anche con la nouvelle vague e i suoi miti (vedi l'esilarante rivalità fra le due 'vecchie glorie' Léaud e Lou Castel). Ma forse è una falsa pista. E difatti Assayas, che al cinema di Hong Kong ha votato un culto pionieristico, dedica proprio a Maggie Cheung la sequenza più bella di 'Irma Vep'. Che la vede, quasi in trance, vivere una vera notte da 'vampira', all'insaputa del regista e della troupe. Momento magico, naturalmente fuori dal set. Mai film aveva fotografato con più esattezza la confusione, il malumore del cinema europeo. E con più stile". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 ottobre 1996)

"Moderatamente apprezzato dai 'Cahiers da cinema', 'Irma Vep' s'organizza attorno a un principio di accelerazione che culmina nella scena finale: con quella pellicola 'graffiata' in stile fantasiosamente pop che segna l'estremo tentativo di Vidal di riappropriarsi del proprio lavoro. Ma la qualità vera del film, più che nelle allusioni al cinema militante degli anni Sessanta o alla scempiaggine di certi critici 'giovanilistici' di oggi, sta nella capacità di Assayas di restituire lo scarto tra cinema e realtà. (...) La verità è che Assayas propone un'idea di cinema molto personale: pur girato in super 16 e in quattro settimane, 'Irma Vep' sfodera una perfidia ben temperata che non rinuncia a fare i conti con le psicologie e le debolezze dei personaggi. E se la fulgida Maggie Chung offre se stessa con l'aria di chi si sente lusingata dall'offerta 'd'autore', Nathalie Richard, nei panni di Zoe, si rivela una presenza vibrante: quasi non sembra che reciti, e sta qui la bravura". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 12 ottobre 1996)

"Assayass è troppo ironico per offrire delle risposte precise in questa specie di esame di coscienza, dove c'è persino un critico maniaco di film hongkonghesi che spara a zero sui registi francesi, preoccupati solo del loro ombelico. No, tutto è più sfumato e soprattutto più dinamico, secondo una messa in scena che sembra voler cogliere la confusione di ogni set e finisce invece per rivelare le tante piccole debolezze e certezze di ognuno, somma colorata e contraddittoria che sbanda a ogni battito di cuore (metaforico o non) e che finisce per avvicinare lo spettatore al cuore del mistero del cinema. Curioso". (Paolo Mereghetti, 'Sette', 31 ottobre 1996)
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