Io non ho paura

ITALIA, SPAGNA, GRAN BRETAGNA - 2003
Io non ho paura
Estate del 1978, l'estate più calda del secolo. Di giorno, il piccolo paesino di Acque Traverse sembra abbandonato. Da tempo le scuole sono chiuse per le vacanze e gli adulti, per evitare l'afa, preferiscono restare chiusi in casa. Solo un piccolo gruppo di ragazzini si aggira fra le case e le campagne. Durante una di queste sortite il piccolo Michele, nove anni, fa una scoperta sconvolgente: gli adulti del paese tengono un suo coetaneo segretato nel pozzo di un casale abbandonato. Il piccolo non comprende i misteri di questa strana vicenda dove, fra le altre cose, sembrano essere coinvolti anche i suoi genitori. Una storia i cui risvolti cambieranno per sempre la sua esistenza.
  • Altri titoli:
    I'm not scared
    No tengo miedo
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti (ed. Einaudi-Stile Libero)
  • Produzione: COLORADO FILM, CATTLEYA, ALQUIMIA CINEMA, THE PRODUCERS FILM, MEDUSA
  • Distribuzione: MEDUSA DISTRIBUZIONE
  • Data uscita 14 Marzo 2003

RECENSIONE

di Roberto Nepoti
E' bello quando un regista si sforza di rinnovare il proprio rapporto col cinema, inoltrandosi in esperienze diverse e lavorando sul linguaggio; come ormai pochi hanno la pazienza (o il coraggio) di fare. Gabriele Salvatores, a onor del vero, ci aveva già provato in più di un'occasione: uscito dalla serie dei film generazionali, che rischiavano di diventare una formula, con Nirvana e Denti aveva affrontato esperimenti coraggiosi, però non del tutto riusciti. Era un po' di tempo, insomma, che aspettavamo da lui un risultato più completo, più integro, il titolo da segnare come una tappa importante nella sua filmografia: e Io non ho paura lo è. Per cominciare è un ottimo adattamento del romanzo di Niccolò Ammaniti (rielaborato per lo schermo dallo scrittore "pulp" italiano assieme a Francesca Marciano), perché riesce a essere ­ come dire? ­ mostrato alla prima persona, come alla prima persona il libro è narrato e come dichiara esplicitamente il titolo. Inoltre, è un sofisticato lavoro sulle immagini: la macchina da presa di Italo Petriccione conduce lo spettatore a volo per una distesa di campi dalla luminosità abbacinante; poi lo precipita sottoterra, nell'oscurità claustrofobica di una fossa impenetrabile alla luce. Il punto di vista è quello di Michele, un ragazzo di dieci anni che vive in un microscopico borgo nel cuore della campagna pugliese.
Durante un'estate torrida, Michele scorrazza per i campi assieme alla sorellina e a un gruppo di coetanei: una piccola banda pronta a sfidarsi in prove di coraggio gratuite che ricorda, abbastanza di vicino, i personaggi di alcuni racconti usciti dalla penna di Stephen King (in particolare Stand by Me, da cui Rob Reiner ha ricavato un bel film). Anche il clima narrativo, che implica una sorta di "spirito del luogo", è simile, pur senza comportare imitazione: l'in-famigliarità del famigliare, l'evento inaspettato, e inconcepibile, che irrompe all'improvviso nella vita monotona dei personaggi. Il fatto eccezionale, nel caso, è la scoperta un ragazzo selvaggio incatenato in un buco nel terreno: in realtà si tratta di un piccolo principe, Filippo, figlio di una ricca famiglia del Norditalia sequestrato a scopo di riscatto. L'avvicinamento dei due coetanei è lento, circospetto; poi il ragazzo del Sud diventa il protettore del prigioniero, senza sapere che i suoi genitori sono coinvolti nel rapimento. La buona scelta di Salvatores è stata quella di raccontare una storia appassionante (con tanto di 'arrivano i nostri' finale, che a Berlino ha scontentato qualcuno ma, in fondo, non ci sta affatto male), rivelando però, dietro l'apparente semplicità dei fatti, uno sguardo acuto su temi seri come il rapporto tra bambini e adulti, i riti di passaggio da un'età all'altra, la perdita dell'innocenza. Ma soprattutto, è stata quella di posizionare la macchina da presa ad altezza di ragazzino, focalizzando gli eventi attraverso il punto di vista (ingenuo, romanzesco, mitico) di Michele in modo da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso il quale osservarli. Il risultato è originale e sapiente; di più: una ricerca di linguaggio di grande rigore formale mascherata sotto la linearità e l'apparente facilità del racconto. Ottimo anche il lavoro di casting: un gruppo di ragazzini (solitamente difficili da gestire sullo schermo) più veri del vero, attori adulti poco noti ma bravi e morfologicamente aderenti ai ruoli e Diego Abatantuono che, come balordo venuto dal Nord, per una volta fa la sua parte senza lasciarsi andare a estemporanei esercizi di "personalizzazione" del film.

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO 2003 PER LA REGIA (GABRIELE SALVATORES), LA FOTOGRAFIA (ITALO PETRICCIONE) E IL MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (DIEGO ABATANTUONO).

- DAVID DI DONATELLO 2004 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA A ITALO PETRICCIONE E PREMIO DAVID GIOVANI.

CRITICA

"Ecco il film che attendevamo da Gabriele Salvatores, le cui ultime prove ci avevano interessato senza persuaderci del tutto. 'Io non ho paura' è un risultato compatto, completo (...) L'atmosfera del romanzo di Niccolò Ammaniti (anche sceneggiatore) comporta uno 'spirito del luogo' che evoca un certo Stephen King. Salvatores lo coglie benissimo, con l'aiuto della macchina da presa di Italo Petriccione, passando dalla luce abbacinante del campo al buio e tenendo l'inquadratura costantemente ad altezza di bambino, in modo da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso il quale osservare gli eventi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 2003)

"Di solito il cinema non racconta i bambini, li usa per fare piangere o ridere. E di solito quando un regista adatta un romanzo per lo schermo rischia di tradirlo troppo, snaturandolo, o troppo poco, limitandosi a una piatta illustrazione. Invece Gabriele Salvatores è riuscito a fare un film sui bambini, con la sensibilità di un Comencini o di un Truffaut, e a tradurre in immagini il bel romanzo di Niccolò Ammaniti, senza tradirlo, ma facendolo diventare puro cinema, dinamico e profondo. (...) Oltre a dimostrare di saper usare l'immagine per trasformare simboli, etica e nostalgia in concretezza narrativa e in ritmo coinvolgente, Salvatores è stato molto bravo nella scelta e nella direzione dei suoi attori (e non attori). Cristiano, dai grandi occhi espressivi, ha la giusta introversione e una convincente purezza, Di Pierro una perfetta e indifesa angelicità; il padre Dino Abbrescia le necessarie ruvidità e impotenza e la madre Aitana Sànchez-Gijon la giusta dolente bellezza. Ma forse la vera sorpresa è Abatantuono, carogna fino all'ultima battuta, che, con raffinata misura, va a pescare il suo lombardo cattivo con stecchino fra i denti direttamente dal bar del Giambellino. (Stefano Lusardi, 'Ciak', 28 febbraio 2003)

"Scritto dallo stesso Ammaniti con Francesca Marciano, il film lascia l'Italia ancor più sullo sfondo per concentrarsi sui bambini e sulla loro visione delle cose. Ma a forza di smussare e ingentilire i toni, Salvatores cade in una medietà di stile che piacerà forse alle grandi platee ma convince solo in parte chi diffida dei cliché. (...) Reclutati sul posto i piccoli attori, Salvatores non va fino in fondo. Da un lato segue il percorso interiore di Michele, il disagio palpabile in famiglia, i giochi crudeli, le fantasie bizzarre circa il rapito. Dall'altra smorza i dialetti, esalta le immense distese di grano, cerca appena può il contrappunto comico o grottesco, non cerca immagini nuove ma usa toni e colori quasi da spot. Finendo col rendere inoffensivo perfino il mondo brulicante e minaccioso in cui è confinato il piccolo rapito, lordo dei suoi escrementi e convinto di essere già morto visto che i suoi genitori non lo vengono a prendere. Insomma, è come se i fantasmi evocati fossero fin troppo minacciosi per lasciarli scorrazzare liberamente sullo schermo, e si dovesse per forza addomesticarli scegliendo i toni più lievi. Ma è un calcolo di natura commerciale che spegne la materia ribollente di 'Io non ho paura' e lo condanna a restare nell'affollato limbo delle occasioni a metà". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2003)

"Allarmante come una favola nera, teso come un thriller, curioso come un gioco, 'Io non ho paura', che Gabriele Salvatores ha tratto quasi fedelmente dal romanzo di Niccolò Ammaniti, è davvero un bel film: forte, ben strutturato e girato, semplice ed estremamente raffinato, con bravi interpreti bambini e non, con un forte senso della Natura, senza patetismi né moralismi. (..) La bellissima storia è raccontata come meglio non si potrebbe. Nessun luogo comune, niente metafore, asciutta sobrietà, realistica serietà. I bambini non vengono eletti a simboli d'innocenza: i loro giochi sono prepotenti e crudeli quanto gli affari sporchi degli adulti; nel bambino salvifico, curiosità e spirito d'avventura sono forti quanto la bontà; quando capisce cosa stiano facendo i propri genitori, il bambino non li giudica ma disobbedisce e per contraddizione rimedia alle loro colpe. Gli adulti non vengono promossi carogne: agiscono orribilmente per miseria, ignoranza o follìa, per obbedienza meridionale a Diego Abatantuono, desolato capobanda settentrionale. I bambini sono filmati con grande naturalezza nelle corse a perdifiato in bicicletta e nei giochi, ma l'occhio che guarda è adulto. (..) La famiglia non esiste: la madre furente e il padre assente sono soltanto persone che si arrabbiano, che chiedono complicità, che danno fastidio e danno da mangiare. In tutta la vicenda straziante, una autentica prova di maturità, bravura, intelligenza: neppure per un attimo si indulge al sentimentalismo, non vengono mai le lacrime agli occhi". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 marzo 2003)

"Partito da un esile e fortunato romanzo di Niccolò Ammaniti (che deve qualcosa a 'Stand By Me' di Stephen King), Gabriele Salvatores narra 'Io non ho paura' con un bel passo lento, riducendo al minimo i dialoghi. Il tema non è la perdita dell'innocenza, ma la possibilità di lottare contro i mostri che ci assediano il cuore. Le favole sono più spaventose, se l'orco è il padre amoroso. Nonostante qualche eccesso di calligrafia (un po' di spighe di troppo, l'inquadratura finale), Salvatores, dopo alcuni film coraggiosi, ma sbagliati, ritrova una vena tesa e compatta, poeticamente sgomenta". (Claudio Carabba, 'Sette', 26 marzo 2003)
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