IO NO SPIK INGLISH

ITALIA - 1995
Sergio Colombo, cinquantenne assicuratore di Imperia, ha il suo da fare per sopportare una moglie, Paola, un po' fatua, e non dare in escandescenze di fronte agli exploit notturni in discoteca e diurni, a letto con l'amichetto della figlia Betta. Ma la sua compagnia viene assorbita da una holding britannica ed ignorando l'inglese Sergio si vede costretto, pena il licenziamento, ad iscriversi ad un corso "full immersion" ad Oxford. Qui Frederick e Linda guidano il gruppo, formato da giovanissimi scolari, con mano ferrea: "porridge" al mattino; a letto senza televisione alle 21.00. Sergio si consola leggendo i fumetti col compagnetto di stanza, il romano Giovannino, ed andando in libera uscita al Luna Park. Scopre però che i ragazzini sono molto "maturi" per la loro età. Ad un ricevimento al rettorato Sergio riesce a sfuggire alle seduzioni di Linda; a rovinare un prezioso quadro del rettore; a scoprire che Frederick è un omosessuale. Assentatisi gli insegnanti per motivi di lutto, Sergio guida la comitiva di ragazzini a Londra, ma anzichè visitare i musei li porta prima allo stadio dove viene arrestato per disordini e poi a vedere uno spogliarello. Incontrata Patrizia, una "turista" italiana, Sergio la porta a cena in un hotel dove però viene "agganciato" da una coppia di amici di Imperia, che lo fanno bere impedendogli la seduzione della donna che lo attende e che poi si rivelerà una prostituta ingaggiata dai ragazzini per alleviare la sua solitudine. All'aeroporto Sergio trova i suoi dirigenti che ammirati constatano la sua conoscenza perfetta della lingua inglese. Tornato, si concede una vacanza al mare, ma la scarsa attenzione che moglie e figlia gli riservano lo invogliano a cercare la compagnia dei bambini con cui divide il gelato e la "guerra" con la pistola ad acqua.

CAST

NOTE

REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1995

CRITICA

Anche il personaggio di Villaggio, come tanti italiani, s'è trovato tardivamente nella faticosa necessità d'imparare a parlare inglese: la società d'assicurazioni per cui lavora è stata comprata da una società inglese, i non anglofoni rischiano il licenziamento. Villaggio decide di tentare, si ritrova, tra bambini sottoposto a regole e orari da bambino, e si diverte tanto da sentirsi, tornato in Italia, a disagio con gli adulti, e da seguitare a cercare vivificanti compagnie infantili. L'idea promettente è malnutrita e tradita, la lotta con l'inglese è subito messa da parte (altro che "total immersion": gli studenti sono sempre in ricreazione o in gita, non si sa quando studino eppure alla fine Villaggio parla fluentemente con accento perfetto), la melensaggine sopraffà la comicità. Si ride poco e il film ha l'aria distratta, tirata via, di quando i Vanzina proprio non hanno voglia. (La Stampa, Lietta Tornabuoni, 27/10/95) Difficile credere a quasi tutto, allo schema narrativo, ai personaggi di contorno (quei bambinetti tanto di routine), alla regia di Vanzina, diligente e linda ma senza nemmeno le furbizie e le fragranze di Io speriamo che me la cavo, e - soprattutto - a quel Villaggio "buono" che sembrerebbe voler inserire negli schemi aciduli delle "commedie all'italiana", quelle bonarietà un po' melense di cui si beffarono a suo tempo Zavattini e Blasetti in Prima Comunione, inventando la canzonetta "siamo tutti puri, scriviamo sopra i muri Evviva la Bontà". Forse Villaggio è stanco di Fantozzi, stia attento però, è il solo cui deve i suoi successi. (Il Tempo, Gian Luigi Rondi, 2/11/95) Di connazionali all'estero la commedia all'italiana, da Sordi a Salvatores, è satura per tradizione ormonale e per condiscendenza esterofila. I Vanzina, al loro primo "contatto" con Villaggio e con l'allure anglosassone (e dopo la scorpacciata di romanià) sottolineano - come loro solito e con qualche tocco grazioso - un digeribile immaginario terra terra: l'ora del tè, le punizioni corpoprali, la guida a destra, l'inglese assatanata e l'inglese gay (annesse battutacce) del tutto privi del celebrato humor. Colpo basso alle relazioni Cee, sgarbo velenoso al cinema di James Ivory. Come dire: usare la camera. Ma con svista. (Il Messaggero, Fabio Bo, 6/11/95)
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