Io e te

ITALIA - 2011
4/5
Io e te
Lorenzo è un adolescente solitario e problematico, che vive un rapporto conflittuale con la famiglia e con il mondo che lo circonda. E il suo desiderio di estraniarsi dalla quotidianità che lo opprime sta per diventare realtà: infatti, invece di partire per la settimana bianca insieme ai suoi compagni di scuola, Lorenzo ha deciso di nascondersi e passare l'intero periodo nascosto in cantina, lasciando fuori il mondo e le sue regole. Il suo piano è perfetto, ma a mandare all'aria tutto sarà l'arrivo della sorellastra Olivia, una 25enne ribelle e vivace, che con il proprio bagaglio di problemi sconvolgerà il microcosmo di Lorenzo...
  • Altri titoli:
    Me and You
    Moi et toi
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti (ed. Einaudi)
  • Produzione: FICTION E MARIO GIANANI PER WILDSIDE IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM
  • Distribuzione: MEDUSA (2012)
  • Data uscita 25 Ottobre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Alberto Crespi

Può un film programmaticamente claustrofobico rivelarsi un’opera di apertura, e forse addirittura di “riapertura” di una carriera? È quanto accade con Io e te, che nella filmografia di Bernardo Bertolucci segue a distanza di nove anni il precedente The Dreamers. Quel che è accaduto in questo decennio di vuoto, lo sappiamo: una lunga, dolorosa malattia che ora costringe il regista su una sedia a rotelle; e di conseguenza la scelta, una volta ritrovato il coraggio e la forza di lavorare, di un soggetto “da camera” che consentisse a Bernardo un programma di riprese circoscritto e confortevole. Di qui il romanzo di Ammaniti, la storia di un adolescente “difficile” che fa credere alla madre di essere in partenza per una settimana bianca con la scuola, e invece si nasconde in cantina, attrezzato di tutto punto per alcuni giorni – passateci l’ossimoro – di prigioniera libertà. Solo che in questo rifugio arriva come un turbine la sorellastra del ragazzo, schiava dell’eroina e persino più complicata di lui…
C’è un filo rosso che collega The Dreamers a Io e te, e che sembra provenire da Io ballo da sola e da La luna: è quello, appunto, dell’adolescenza come un’età arruffata e rissosa, vogliosa di chiudersi in se stessa e di non fare i conti con il mondo. Un tema che trova il proprio contraltare nel Piccolo Buddha e nell’Ultimo imperatore, dove due ragazzini devono invece affrontare un destino enormemente più grande di loro. La cantina di Io e te potrebbe essere letta come la placenta dalla quale tutte queste storie sono nate: idealmente – e scommettiamo che l’idea gli piace – questo film è la vera opera prima di Bertolucci, visto che quell’altra (La commare secca, girato a 21 anni) era un soggetto non suo, affidatogli dal maestro e amico Pier Paolo Pasolini. Film ovviamente realizzato con maestria, e tutto affidato ai talenti acerbi ma travolgenti di due attori giovanissimi, Tea Falco e l’esordiente Jacopo Olmo Antinori: che ha gli stessi occhi di un altro ragazzo oggi 69enne, il Malcolm McDowell di If… e di Arancia meccanica.

NOTE

- GIRATO A ROMA.

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON INTESA SANPAOLO S.P.A. E CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO- FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- FUORI CONCORSO AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

- NASTRO D'ARGENTO DELL'ANNO 2013.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2013 PER: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA, ATTRICE PROTAGONISTA (TEA FALCO), DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA E MUSICISTA. REMO UGOLINELLI E ALESSANDRO PALMERINI (CANDIDATI PER "DIAZ" DI DANIELE VICARI), ERANO IN CINQUINA COME MIGLIORI FONICI DI PRESA DIRETTA ANCHE PER QUESTO FILM, MA DA REGOLAMENTO SONO ENTRATI SOLO CON IL FILM PIÙ VOTATO.

CRITICA

"Se sono molti gli uomini che lavorano attorno alla propria opera, sono pochi quelli intorno ai quali l'opera lavora. Bertolucci è uno di questi e la confessione di qualche giorno fa su 'alias' («gli analisti hanno psicanalizzato per anni non me, la mia opera») lo confermano. 'Io e te', il piccolo grande duetto «antropofagico» di Bernardo Bertolucci - che per 9 anni un'ostinata malattia ha tenuto lontano dai set - esce nelle sale italiane dopo la grande accoglienza di Cannes e San Sebastian. Certo il cineasta di Parma, al 16° lungometraggio, non è mai caduto così in basso. (...) Concentrando il suo sesto film «romano» quasi tutto nello spazio claustrofobico, spazialmente ma mentalmente infinito, di questa cantina, grande come un atelier dark, e nel «duetto per cannibali» tra Lorenzo e Olivia, quoziente di difficoltà altissimo e demodé, degno di C.T. Dreyer e di 'Tva Manniskor' (Due esseri), 1945, o di Joseph Mankiewicz di 'Gli insospettabili' (1972), Bertolucci ha dovuto prima di tutto operare chirurgicamente sul romanzo 'lo e te', aiutato dallo stesso autore, Niccolò Ammaniti, ex «cannibale» che non ha perso il pelo né il vizio, da Francesca Marciano e Umberto Contarello. Lo ha sforbiciato di inizio e di fine, perché l'happy end nel cinema non è mai «end», ma è sempre in qualche modo «happy», e qui perfino «hippy», una felice idea o trovata; ne ha microvariato i dettagli perché memoria di lettura e memoria di lettura visiva non combaciano; e ha aggiunto alcuni personaggi o situazioni, sia per problemi ritmici che di sostanza. Però in «cantina», chiave di comprensione del cinema horror, luogo psicoanalitico per eccellenza, simbolo dell'inconscio, secondo una recente interpretazione di Alessandro Cappabianca, si deve «salire», e sul terrazzo «scendere» per invertire gli stereotipi dell'incorporamento bigotto. Missione compiuta grazie a una strumentazione adeguata: un soundtrack diegetico (cioè l'iPhone perennemente nelle orecchie di Lorenzo) degno di Gary Goertz, compreso David Bowie che canta 'Space Oddity' in italiano, e a un equipaggio perfetto e affiatato: Jacopo Quadri, il montatore che difficilmente manca mai un raccordo emozionale; Franco Piersanti, il compositore che scandalizza il dogma neoromantico ritrovando vitale Arnold Schoenberg lo scenografo cinefilo e proto-punk Jean Rabasse; Fabio Cianchetti, un sovrumano direttore delle luci da sottoscala che ha inventato sovrimpressioni cromatiche da capogiro, in 3d senza più doverlo usare. E l'accordo stonato in una armonia perfetta? Quando Lorenzo gira ripetutamente «a otto», come un detenuto in cella o un armadillo impazzito, scena che si ripropone ai distratti. Una ripetizione etologicamente corretta, ma che qualunque memoria teenager troverà ridondante." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 25 ottobre 2012)

"La scoperta di una nuova voglia di vivere, davanti e dietro la macchina da presa, passa per Bernardo Bertolucci attraverso la nascita di un amore, quello tra un fratello e una sorella, che si conoscevano appena. Tornato sul set con rinnovato entusiasmo dopo gli anni di malattia, il regista parmense firma con "lo e te", dal romanzo breve di Niccolò Ammaniti e fuori concorso a Cannes, la storia di una rinascita. (...) Con una ventata di ottimismo e speranza che ha spinto il regista a ribaltare il tragico finale del libro." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 25 ottobre 2012)

"Buona notizia, Bertolucci è tornato e sulla sua sedia a rotelle sa ancora stare in piedi nel Cinema che conta: 'lo e te' è il piccolo, grande film della rinascita, 9 anni dopo 'The Dreamers'. Oggi non si sogna più, la rivoluzione è in soffitta e in cantina si scappa dalla realtà, ma BB è sempre lui: sulle note di 'Space Oddity', riabbraccia il mondo, anche se sa di non poterlo più cambiare, e ritrova i giovani perduti e, crediamo, la sua perduta giovinezza. Applausi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 25 ottobre 2012)

"Piacerà a coloro che da 50 anni apprezzano (giustamente) Bernardo Bertolucci come uno dei grandi narratori di cinema espressi nel nostro Paese. Lo dimostra anche qui in questo piccolo film «da camera» a due soli personaggi. Lo dimostra, ma il suo buon tempo se n'è andato (e non solo per la salute che gli ha detto no nell'ultimo decennio). Lo dimostra il rispetto con cui 'Io e te' è stato trattato all'ultimo festival di Cannes." (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 ottobre 2012)

"Pretenzioso melò, che Bertolucci ha tratto da un romanzo di Ammanti. (...) I due protagonisti sono antipatici, la storia non acchiappa, le banalità (d'autore) e il romanesco sono in agguato. Che barba." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 25 ottobre 2012)
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