Io, Daniel Blake

I, Daniel Blake

BELGIO, GRAN BRETAGNA, FRANCIA - 2016
3,5/5
Io, Daniel Blake
Il 59enne Daniel Blake ha lavorato come falegname a Newcastle, nel nord-est dell'Inghilterra per la maggior parte della sua vita. Ora però, in seguito a una malattia, per la prima volta ha bisogno di un aiuto da parte dello Stato. Il destino di Daniel si incrocia con quello di Katie, madre single di due bambini piccoli, Daisy e Dylan, la cui unica possibilità di fuga dalla monocamera in un ostello per senza tetto a Londra è quello di accettare un appartamento a circa 500 chilometri di distanza. Daniel e Katie si troveranno così insieme, confinati in una terra di nessuno e impigliati nel filo spinato della burocrazia delle politiche per il Walfare nella moderna Gran Bretagna.
  • Altri titoli:
    Moi, Daniel Blake
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM ST, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: SIXTEEN FILMS, WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, LE PACTE
  • Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS
  • Data uscita 21 Ottobre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
"Il mio nome è Daniel Blake. Sono un essere umano, un cittadino. Tutto quello che chiedo è di essere trattato con dignità. Niente di più, niente di meno".
Parole che andrebbero scolpite sulla porta di ogni ufficio pubblico, che risuonano forti e pure nel finale del film, a racchiudere il senso dell'ultima fatica di Ken Loach.

Il regista inglese è tornato a picchiare duro contro le ingiustizie e le vigliaccate del cosiddetto "stato sociale", nella sua versione 2.0 fatta di form da compilare online, call center dalla voce metallica e altre disumane quisquilie digitali, venute a sostituire i vecchi e polverosi faldoni della famigerata burocrazia analogica.
Lo chiamano progresso ma non è cambiato granché dalle parti degli ultimi. Anzi. Dietro i tecnicismi dei moderni operatori del welfare si nasconde sempre il liberismo più spietato, quello che prima ti toglieva il lavoro, il pane, ora persino la dignità, persino il nome. Bisogna ripeterlo allora: Daniel Blake.

Uno con la faccia di una volta, una faccia rassicurante, una di quelle facce che solo Loach sa scovare (la faccia del comedian Dave Johns), Daniel Blake è un falegname che non può più lavorare da quando ha avuto un serissimo attacco di cuore. Questo almeno è il parere del medico, ma per accedere agli assegni di mantenimento statale non basta: bisogna passare da compagnie private gestite da personale iper-qualificato che ti assegna un numero di procedura e valuta la tua abilità lavorativa. Fanno l'interesse dello Stato, che se può risparmia, e pazienza se mandano in rovina la vita delle persone.

Come sempre in Loach non ci sono mezze misure: buoni e cattivi. Non basta che Daniel venga vergognosamente vessato da uno Stato a cui ha sempre pagato le tasse. Daniel è anche quello che non si risparmia quando si tratta di dare una mano a una madre single messa forse peggio di lui, Katie (Hayley Squires).
Sono proprio questi momenti di umanità, persino di tenerezza (molto toccante il rapporto tra Daniel e i due figli di Katie) a regalare al cinema di Loach quell'inconfondibile retrogusto umano, che inchioda la denuncia al cuore dello spettatore.

Inutile questionare sull'ingenuo schematismo, che pure c'è. Nè lamentare la non evoluzione di uno stile, secco e ruvido come sempre. Qui c'è uno sguardo rimasto fiero e puro, oggi come allora. Uno sguardo un po' naif, di certo nostalgico, talvolta anacronistico, ma almeno autenticamente suo. Lo sguardo, ad avercene, di Ken Loach.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: BBC, BFI.

- PALMA D'ORO E MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).

- DAVID DI DONATELLO 2017 COME MIGLIOR DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Altro che il solito Loach. Andate a vedere 'I, Daniel Blake' (...): ne resterete conquistati per la violenza sofferta della sua poesia. Nonostante tutto, c'è poesia. E ci sono la miseria di Newcastle, le insidie della burocrazia, il cinismo del potere, la disillusione di chi non vede happy end. Loach trova accenti di verità che non è solo adesione ideologica ma si trasforma in qualcosa di spirituale, tanto che nella scena centrale si pensa al tragicomico Charlot." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 ottobre 2016)

"Scritto dal fedele Paul Laverty (...) è un film nobilmente indignato, impegnato e frontale: forse, fino all'eccesso. (...) bisogna riconoscere che Loach usa un linguaggio quasi elementare; che, tuttavia, risponde in pieno al suo progetto. Lui dichiara di voler osservare i personaggi con empatia, come da un angolo dell'ambiente in cui questi si trovano: mantenendo la giusta distanza senza però perdere la capacità di emozionarsi. E così è. Certo, si possono preferire film come 'Due giorni, una notte' dei Dardenne o 'La legge del mercato' di Brizé, altrettanto politici ma che coniugano l'impegno con un linguaggio più personale. Ed è anche vero, in qualche misura, che Loach si lascia prendere dallo scrupolo dimostrativo, viaggiando sul crinale scivoloso del didatticismo. Però il suo cinema resta dannatamente efficace; inoltre conserva una dimensione emotiva che gli altri non hanno (vedere, per tutte, la scena in cui Katie e Daniel vanno a cercare cibo presso un'associazione di carità). La cosa che qui soddisfa meno riguarda, piuttosto, la sceneggiatura di Laverty. Perché le storie del maturo Daniel e della giovane Katie vorrebbero rispecchiarsi l'una nell'altra: come a mostrare l'inferno del proletariato post-moderno attraverso due ottiche differenti, ma complementari. E invece prendono direzioni centrifughe, viaggiando in parallelo e rincorrendosi lungo un montaggio non sempre convincente." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 20 ottobre 2016)

"Nella Newcastle contemporanea c'è gente che muore di fame. E non si tratta di migranti stranieri bensì di cittadini britannici bianchi, sudditi di Sua Maestà fino al midollo e membri di quella 'working class' oggi senza lavoro. (...) Potente, diretto, appassionato e solidissimo, il film seconda Palma d'oro di Ken 'il Rosso' Loach è lo specchio della sua rabbia da guerriero indomito nonostante gli 80 anni compiuti. II registro ricorda i suoi primi e sconvolgenti lavori per la Bbc (...). Imperdibile." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 20 ottobre 2016)

"Il messaggio del film è chiaro. La società ti ha tolto la dignità, ma tu puoi riprendertela proteggendo chi la dignità (cioè il lavoro, cioè l'autostima) l'ha smarrita prima dite. Piacerà. E molto. A patto che riusciate a rimontare (noi l'abbiamo fatto) le molte pregiudiziali politiche che Ken Loach, in una carriera più che cinquantennale ha sempre messo nelle sue opere. Oggi come mezzo secolo fa, la lotta di classe è sempre al centro delle sue opere. Da vecchio comunista (mai pentito) ha sempre sparato, ogni volta che poteva, persino sul Welfare britannico (che quando Ken era giovane era additato a modello in tutto il mondo). Figuriamoci se non spara oggi, che il Welfare è palesemente inadeguato e non tutela più, come si diceva una volta il cittadino «dalla culla alla bara». Mettendo in scena un diseredato che alla bara non ci può nemmeno arrivare serenamente, Loach ha indubbiamente buon gioco (di Daniel Blake s'è riempita l'Europa). Ma a questo punto è il caso di dire che il gioco alla sua veneranda età (80 compiuti) Ken lo sa condurre in modo magistrale (meritata, eccome la Palma d'oro a Cannes). E' più bravo ora che da giovane. Guida gli attori da maestro, costringe lo spettatore a calarsi nei panni di Blake e della sua ragazza, anche se non ha ancora l'età di Daniel e fortunatamente i suoi problemi. E nei cento minuti riesce a darci sequenze indimenticabili." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 ottobre 2016)

"Dignità e solidarietà contro indifferenza. Ken il Rosso, però, eccede con le disgrazie accumulate dai due «miserabili», rendendo meno credibile il suo film più sofferto." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 20 ottobre 2016)

"Ken Loach intasca la seconda Palma d'oro (...) e lo fa con uno dei film più scontati e meno interessanti visti a Cannes: 'I, Daniel Blake' è più un comizio politico che un film (...), un'intemerata ideologica che trasforma un carpentiere in un agnello sacrificale lasciato solo di fronte dell'insensibilità sociale dello Stato. Non mettiamo in dubbio che sia così per la classe operaia inglese ostaggio di governi reazionari, ma in un film sentiamo il bisogno di un linguaggio meno schematico, di una messa in scena meno ricattatoria, di una recitazione meno convenzionale." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio 2016)

"Senza temere di venir bollati come «passatisti» hanno assegnato la Palma d'oro a 'I, Daniel Blake' di Ken Loach, su cui parecchi avevano storto il naso al motto «da mezzo secolo sempre lo stesso film». Sarà lo stesso, ma con quanta ispirata semplicità, con quanta inesausta passione e compassione il maestro britannico ci coinvolge nel dramma di un uomo comune in dignitosa lotta contro un sistema iniquo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 maggio 2016)

"Un film per aprire gli occhi su ciò che ci sta intorno: 'I, Daniel Blake' di Ken Loach. (...) spoglio, rigoroso, iperrealistico, implacabile; un 'Umberto D.' dei nostri giorni incrociato a 'La legge del mercato', l'angoscioso film con Vincent Lindon disoccupato e stritolato dalla burocrazia. (...) Con due personaggi così, ci voleva tutta l'arte di Loach per non cadere nel melodramma edificante. Nessuno infatti sa restare semplice, credibile e concreto meglio di questo grande creatore di personaggi, che illumina tragedie invisibili con la pazienza e la precisione di chi non si rassegna a considerare normale ciò che è aberrante, ma ci mostra con ostinazione a cosa porta l'assetto economico e tecnologico oggi dominante. Restando fedele al suo cinema ma variandone continuamente toni e colori, con un'attenzione che è anche segno di rispetto e di amore per gli spettatori." (Fabio Ferzetti, 'Il Messegero', 14 maggio 2016)

"Ken Loach come uno se lo aspetta. (...) I toni iniziali di commedia dell'assurdo, riusciti nei suoi film più sarcastici, lasciano posto a una cupezza che scivola nel 'mélo'. L'ottantaduenne Loach si affida a una costruzione classica, a copioni solidi, attori bravissimi, e punta tutto sulla verosimiglianza e sulla prossimità ai personaggi. Man mano affonda un po' il pedale, accumula sventure e ingiustizie e i suoi proletari sono spesso troppo angelici; infine fa capolino, come spesso gli capita, l'ideologia. Ma la differenza è che Loach sembra credere davvero a ciò che racconta, ai personaggi, alla loro dignità e alla loro lotta, e quindi gli si perdona molto." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 14 maggio 2016)

"(...) quando sul nero dei titoli di testa, parte uno dei migliori dialoghi di sempre del cinema loachiano, quell'inconfondibile stridore fra umorismo disperato e indignazione, l'attenzione scatta subito e resta puntata saldamente sino alla fine del film. (...) Loach ritrova il colore ambientale del suo cinema settantesco. I movimenti di macchina essenziali e le inquadrature attente a contestualizzare il conflitto nell'inquadratura con il fuori campo; una vividezza, finalmente di nuovo capace di graffiare, dovuta alla precisione con la quale il linguaggio diventa parte integrante della tessitura sonora del film, sono gli elementi formali che segnalano di una urgenza ritrovata. Il rapporto che Daniel ha con il suo vicino di casa (...) coglie alla perfezione la riorganizzazione dal basso di ciò che resta della classe operaia britannica e del proletariato ormai privo di orientamento che non sia la sua mera sopravvivenza. La presenza di Rachel (...) pur inserendosi in un'idea di mélo che ha in Chaplin e De Sica le sue punte più alte, offre a Loach la possibilità di tratteggiare con agghiacciante precisione il quadro di una nuova e atroce povertà. (...) In fondo è vero: si tratta del «solito» Loach. Solo che il «solito» Loach con 'I, Daniel Blake' ha ritrovato la necessità delle sue opere migliori." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 14 maggio 2016)

"Dimenticatevi la lotta di classe, i capitalisti e i lavoratori, il padronato e gli operai... Dimenticate anche le liste di collocamento e i sindacati, le riforme del lavoro in stile 'Jobs Act' e il feticcio delle privatizzazioni. Mettete, al loro posto, una burocrazia del Welfare imbevuta di circolari e curricula on line, di impiegati-funzionari allevati nel culto dell'impersonalità, di pratiche, di file e di sanzioni, per chi disattende, magari senza saperlo, le regole, di spersonalizzazione nelle domande come nelle risposte. Aggiungeteci l'età, l'abitudine al contatto umano negata nel nome dell'efficienza e della velocizzazione informatica, la difficoltà a uscire da una routine lavorativa per andare incontro a un nuovo indefinito, l'umiliazione a non sentirsi al passo con i tempi, l'umiliazione perché nessuno ti dà il tempo e il modo di metterti al passo con i tempi... Bene, mischiate tutto questo e avrete il nuovo film di Ken Loach, 'I, Daniel Blake' (...). Asciutto, commovente (...) ha una componente satirica che gli impedisce di naufragare nel sentimentalismo." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 14 maggio 2016)

"Il veterano inglese Ken Loach (...) è un habitué del Festival (...). Anche questa volta non delude, il suo «I, Daniel Blake» (...) è un pugno nello stomaco. Il regista più anacronisticamente comunista del pianeta torna al suo tema preferito, la povertà 2.0, la vita disperata dei miserabili del terzo millennio, quel che resta del proletariato che fu lo scheletro del ventesimo secolo e adesso è archeologia industriale. (...) Il regista del free cinema inglese, degli indimenticabili «Riff Raff», «LadyBird LadyBird», «Piovono pietre» non fa sconti allo spettatore. Certe scene sono talmente forti che avrete voglia di chiudere gli occhi." (Marco Dell'Oro, 'L'Eco di Bergamo', 14 maggio 2016)

"(...) ritorno dolente e splendente al Ken il Rosso che amiamo di più (...)." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 maggio 2016)

"(...) film duro e senza speranza sui nuovi poveri, quelli che ci sono vicini e non vediamo, a firma di Ken Loach. Si tratta del ritorno del maestro britannico, ma con toni crepuscolari, ai suoi primi favori. Un film che fa ridere, almeno all'inizio, e poi piangere. (...) Loach si muove questa volta, più dei solito, su un doppio registro che può ingannare. (...) Tra furti al supermercato e l'accettazione di lavori umilianti da parte di lei, e la lenta deriva verso la povertà di Daniel, scorre il film verso un inevitabile tragico finale." ('L'Unità', 13 maggio 2016)
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