In nome di mia figlia

Au nom de ma fille

FRANCIA, GERMANIA - 2015
3,5/5
In nome di mia figlia
Nel 1982, Kalinka, la figlia quattordicenne di André Bamberski, muore mentre è in vacanza in Germania con sua madre e con il patrigno. André è convinto che non si sia trattato di un incidente e inizia a indagare. Gli esiti di un'autopsia sommaria sembrano confermare i suoi sospetti e lo spingono ad accusare di omicidio il patrigno di Kalinka, il dottor Dieter Krombach. Non riuscendo però a farlo incriminare in Germania, André cerca di far aprire un procedimento giudiziario in Francia e dedicherà il resto della sua vita nella speranza di ottenere giustizia per sua figlia. Tratto da una storia vera.
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: LGM CINÉMA, BLACK MASK PRODUCTIONS, STUDIOCANAL, TF1 FILMS PRODUCTION, IN COPRODUZIONE CON NEXUS FACTORY, UMEDIA, ARENA MULTIMEDIA GROUP
  • Distribuzione: GOOD FILMS (2016)
  • Data uscita 9 Giugno 2016

RECENSIONE

di Nico Parente

In nome di mia figlia. Un titolo che emana vendetta e giustizia a tutti i costi. Il quarto lungometraggio firmato Vincent Garenq infatti ripercorre la tragica vicenda, realmente accaduta, di un padre pronto a sfidare anche la legge pur di vendicare la morte della figlia. La storia è quella di André Bamberski, un contabile che nel 1982 perde tragicamente la figlia quattordicenne in circostanze misteriose mentre questa si trova in vacanza in Germania assieme alla madre e al patrigno, il dott. Dieter Krombach. Un’indagine personale, mossa da troppi elementi inspiegabili, conduce Bamberski ad accusare di omicidio Krombach. Ma avviare un procedimento giudiziario per ottenere giustizia non sarà facile per il padre della povera Kalinka.

Un agghiacciante fatto di cronaca, l’ennesimo, rivisto in chiave cinematografica. Non è certamente questo l’elemento che rende il nuovo film del bravo Vincent Garenq un valido lavoro. Già altri casi, balzati sulle prime pagine di tutto il mondo, sono giunti al grande pubblico via celluloide. Esempi recentissimi sono il drammatico Devil’s Knot di Atom Egoyan, che riprende il più grave errore giudiziario della storia statunitense, oppure la pellicola che segna il ritorno in carreggiata di Ruggero Deodato, non ancora uscito, Ballad in Blood, ispirato al terribile omicidio di Meredith Kercher.

Il nuovo film del regista e sceneggiatore francese mira a riportare alla luce sì un tragico fatto di nera, avvolto da numerosi misteri, ma soprattutto ad evidenziare il coinvolgimento e la feroce lotta giudiziaria, molto spesso complicata da oltraggi e abusi del codice penale, tra due stati: Francia e Germania. La lotta portata avanti da un inarrestabile Bamberski (Daniel Auteuil) viaggia su due binari paralleli: da un lato, la lotta personale tra due uomini, Krombach e Bamberski, mossa dalla sfera personale e dai desideri più materiali dettati dall’impulso; dall’altro, una guerra combattuta dietro le scrivanie e nelle aule di tribunale di Germania e Francia per osteggiare un’inspiegabile protezione offerta dalla legge al medico assassino. Un lavoro valido e scritto in maniera dettagliata, capace di non cedere mai il passo alla mera giurisprudenza rendendo i personaggi profondi e interessanti e consentendo allo spettatore di immedesimarsi nella figura di un padre pronto a tutto, anche a rivolgersi a dei sequestratori, pur di non far cadere nell’oblio l’ingiusta morte della figlia. Tema fulcro del film, quindi, è sì la negligenza della giustizia, ma soprattutto la tenacia di un uomo tanto legato alla sua famiglia, sgretolata da un rapporto andato in frantumi per intervento di Krombach, da lottare accanitamente giorno e notte, per oltre trent’anni, pur di onorare la povera Kalinka. Una vita trascorsa nel dolore e contrassegnata dalla rinuncia ad altri affetti, ma avvalorata da un forte senso di giustizia valso da esempio per tanti. Un plauso al prologo, che incuriosisce e suscita domande sino al sopraggiungere del finale, che rivelerà allo spettatore l’epilogo della triste vicenda.

CRITICA

"Sempre più spesso il cinema chiede aiuto alla cronaca per trovare delle storie capaci di attirare il pubblico, quasi che la finzione ammettesse il proprio «fallimento» di fronte alla forza della realtà. E non per farsi affascinare da qualcosa di strano, di sorprendente o inaspettato ma piuttosto per trovare quella concretezza che solo le storie vere sembrano possedere. Come quella di André Bamberski, che ha lottato testardamente per trent'anni prima di ottenere giustizia per la morte della propria figlia. Una storia che potremmo anche archiviare sotto l'etichetta di «mala giustizia» e dimenticare in fretta insieme a tanti altri casi di disfunzionamento legislativo ma che il buon cinema sa dotare di un fascino e di una forza capaci ancora di appassionare. E' proprio questo il punto: la capacità del cinema di scavare nei fatti e rielaborare la materia reale per estrarne solo quello che può essere funzionale a costruire una storia che, nei limiti di durata di un film, sappia catturare l'attenzione. Senza però travisare i fatti o giocare troppo con le debolezze dello spettatore. Cercando cioè di mantenersi in equilibrio tra le esigenze dello spettacolo e i limiti che impone la verità, tra il cinema e il reale, senza fare opera di pura documentazione (per la quale non sono necessari gli attori, vero spartiacque semantico tra finzione e documentario) ma anche senza dimenticare o travisare i fatti concreti. (...) I colpi di scena che si succedono sono moltissimi (...) Il problema è come riuscire a condensarli in 90 minuti di film senza stravolgere la realtà e senza scadere nel feuilleton. Ed è qui che si vede il mestiere di Garenq. Perché se la regia si concede qualche prevedibile scambio temporale per tener desta l'attenzione, questo non impedisce che il vero nodo del film diventi il dramma privatissimo di un uomo che ha la sensazione di lottare contro una giustizia che sembra tener a cuore più le relazioni di buon vicinato (con la Germania) che le regole dei codici. E che questo diventi l'elemento capace di dare un senso e un significato a tutta la storia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 7 giugno 2016)

"(...) la costruzione narrativa si basa quasi per intero sui vari processi intentati dal protagonista a quel tedesco che ha finito per ritenere responsabile della morte della figlia; con fitto contorno di episodi vari (...) con buoni ritmi e, quando serve, con le necessarie attenzioni, ma forse non basterebbero a richiamare la calda partecipazione degli spettatori se, a interpretare quel padre in preda alla sua quasi disperata ossessione non ci fosse il grande, grandissimo Daniel Auteuil qui al vertice della sua splendida carriera. Sul suo volto si incidono di volta in volta, con sapienza e minuzia, il dolore, la rabbia, l'ostinazione, le furie, davvero di un grande maestro. Se possibile ascoltatelo in francese. Fa un monumento a quella lingua." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 giugno 2016)

"Vincent Garenq è, per questi anni, un po' quel che era il suo connazionale André Cayatte per i 50: un regista di film con al centro qualcuno che si batte, da solo, contro le storture della giustizia. Con 'In nome di mia figlia', Garenq porta sullo schermo un fatto di cronaca tristemente noto in Francia. (...) Per raccontare una vicenda così lunga e complessa, Garenq ricorre a una narrazione ellittica, alternata tra passato e presente e intervallata da pause a schermo nero. Se la continua puntualizzazione delle date, pur necessaria alla comprensione, è un po' fastidiosa, la regia (che qualcuno potrebbe trovare scolastica) ha i pregi della sobrietà e della precisione. Senza artifici ed evitando di ricorrere alle corde più patetiche, trova una cifra sobria eppure emotiva, di notevole efficacia. Il problema che si pone è un altro; e non riguarda tanto il piano linguistico quanto piuttosto quello etico. Il film si concentra tutto sulla sofferenza e l'ostinazione del protagonista, uomo torturato, solo, tentato dalla disperazione, per caricarlo più efficacemente di una dimensione eroica, facendone un vendicatore che, con la sua ostinazione, riesce a vincere le ingiustizie della giustizia internazionale. Personaggio molto amato dal cinema (nelle classiche declinazioni di western e di noir, fino agli attuali supereroi in costume), ma che occupa anche uno spazio nelle nostre società, spesso diffidenti della giustizia ufficiale e intrise di rancore. L'opportunità di assecondare (anche esclusa la malafede) la valorizzazione della self-justice è discutibile; tanto più quando, come qui, non puoi fare a meno di schierarti dalla parte di un eroe così esposto all'arbitrio del mondo e al dolore. (...) A salvare la situazione c'è, per fortuna, la bravura di Daniel Auteuil, ammirevole nella scommessa rischiosa di dare un volto al personaggio. Misurato nei gesti, ma palesemente 'abitato' dall'assillo di André, l'attore riesce a essere allo stesso tempo empatico e inquietante, umanissimo e quasi detestabile. Un mix difficile da realizzare, ma che era l'unica possibilità per evitare l'equivoco dei giustizieri-fai-da-te alla Charles Bronson o alla Liam Neeson." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 9 giugno 2016)

"Una sfida monotematica notevole che punta tutto, ovviamente, sul protagonista in cui s'incarna con stupefacente naturalezza e credibilità quell'attore di caratura superiore che è Auteuil: dalla pena che devasta al rovello del dubbio, dalla suspense dei referti alla ricerche delle prove, dalle vittorie alle beffe in udienza, l'attore riesce a trasmettere senza cedere al più impercettibile scatto istrionico la «normalità» di un'ossessione e viceversa. Una volta giunto, però, sul terzo gradino, il film mostra inaspettate debolezze e rivela quanto gli manchi lo sguardo a 180 gradi di uno Chabrol o di un Egoyan, maestri delle inquietudini umane e societarie che trascendono la congruità dei materiali documentali. Nonostante Auteuil, insomma, il fittissimo contorno dei riscontri rischia, a poco a poco, di perdere la tensione stilistica in favore di quella cronachistica e di lasciare l'impressione finale di un film onesto quanto superfluo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 giugno 2016)

"In un film asciutto e appassionante (...) Auteuil giganteggia dalla prima all'ultima sequenza. Ancora una volta, come ai tempi del film di Claude Sautet del '92, è solo in apparenza e solo all'inizio del racconto un cuore in inverno che non ispira simpatia. Poi, dal momento in cui decide di portare sulle spalle, senza dividerla con nessuno, la sofferenza legata alla morte atroce della sua bambina, Auteuil si trasforma e ogni suo gesto diventa imperdibile e toccante. (...) campione di una recitazione che, per brillare, non ha bisogno di punti esclamativi." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 9 giugno 2016)

"Dramma giudiziario/famigliare, 'In nome di mio figlia' è il film che sintetizza la dolorosa ma vincente odissea realmente accaduta a quel padre che mai si arrese agli ostacoli imposti dagli apparati burocratici delle giurisdizioni di Francia e Germania. (...) Pellicola-verité dall'incedere teso e cadenzato dal passare del tempo, quella di Garenq garantisce le aspettative di un pubblico appassionato e 'passionale' di imprese apparentemente impossibili." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 9 giugno 2016)

"Piacerà a chi come noi ancora si stupisce come faccia Daniel Auteuil a recitare dannatamente i ruoli più diversi. Qui ha nelle mani un personaggio sempre sul filo della paranoia e riesce a renderlo plausibile (e a suo modo eroico) per novanta minuti filati." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 giugno 2016)

"Da una storia vera, il film colpisce nel segno non solo per la tematica, devastante per un genitore, ma soprattutto per la grandezza di Auteuil e la regia impeccabile di Garenq." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 9 giugno 2016)

"Il protagonista Daniel Auteuil rende palpabili sullo schermo il dolore e la decisione di un uomo in una vicenda che suscita compassione, rabbia e indignazione in ogni scena." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 10 giugno 2016)

"Il cinema americano, abile in questi casi, sa coinvolgere e convincere anche quando è una storia plausibile, ma inventata, e fanno thriller. Gli europei ci riescono soprattutto quando è una 'storia vera', cioè giocando con lo spettatore sul corto circuito tra realismo (nella forma) e realtà (nella sostanza), e fanno melodramma a suspense. Qui riuscito. (...) Ingrediente fondamentale, la star dalla faccia qualunque involucro di una personalità speciale: Auteuil è sofferente e reattivo, capace di narrare come il dolore acuisca intuito e intelligenza. Autore anche della sceneggiatura, il regista Garenq segue un preciso piano di visione dei fatti, sapendo scegliere l'essenziale. Qualche vezzo 'noir' nel finale, ma resta l'energia della giustizia spinta dai legami di sangue." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 11 giugno 2016)
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