Il venditore di medicine

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Il venditore di medicine
Il quarantenne Bruno lavora come informatore medico per la 'Zafer', un'azienda che sta vivendo un momento difficile. Lui è l'ultimo anello nella catena del 'comparaggio' - una pratica illegale che molte case farmaceutiche attua per convincere i medici a prescrivere i propri farmaci - e pur di non perdere il proprio posto di lavoro, Bruno è disposto a corrompere medici, ingannare colleghi e tradire la fiducia delle persone a lui più vicine come sua moglie Anna, professoressa di liceo, che non sa niente dei traffici illegali del marito, né delle pressioni che sta subendo dall'azienda a causa della crisi...
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: AMEDEO PAGANI PER CLASSIC SRL, PEACOCK FILM, IN COPRODUZIONE CON RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA/SRG SSR, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON CINECITTÀ LUCE, EUTHECA, DINAMO FILM
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE CINECITTÀ (2014)
  • Data uscita 30 Aprile 2014

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RECENSIONE

Comparaggio, corruzione e altre amenità: ma medici e medicine non dovrebbero curare, possibilmente, salvare? No, la realtà è un'altra e, forse, non è solo il lato oscuro, ma l'intero sistema farmaceutico: Il venditore di medicine di Antonio Morabito mette il dito nella piaga, con la storia di Bruno (Claudio Santamaria), informatore medico in crisi. La sua azienda, la Zafer (a voi decrittare la crasi…), sta licenziando, e per non perdere il posto di lavoro deve corrompere medici, ingannare colleghi, e non solo. La moglie insegnante (Evita Ciri) vuole un figlio e non sospetta nulla, gli amici nemmeno, ma la sua capoarea (Isabella Ferrari) lo pressa e Bruno deve giocarsi il tutto per tutto, provando a corrompere un primario di oncologia (Marco Travaglio)… G
ià fuori concorso al Festival di Roma, premiato a Bari, prodotto da Amedeo Pagani ed Elena Pedrazzoli, distribuito da Luce Cinecittà, Il venditore di medicine ci prende per mano e ci porta all'inferno: deontologia a scomparsa, Ippocrate a rivoltarsi nella tomba, avidità e corruzione a spadroneggiare e il bugiardino a far nomen omen. Denuncia e impegno civile in primo piano, mancano un po' di dati e un tot di cattiveria, ma possiamo accontentarci? Altroché, e occhio alla cura. Meglio, chi cura la cura?

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE, REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI: MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, UFFICIO FEDERALE DELLA CULTURA (DFI), SVIZZERA; CON IL SOSTEGNO DI: FONDO EURIMAGES DEL CONSIGLIO D'EUROPA, APULIA FILM COMMISSION, REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO.

- FUORI CONCORSO ALLA VIII EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2013).

- ANTONIO MORABITO È STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2014 PER IL MIGLIOR SOGGETTO.

CRITICA

"Il concetto di 'malasanità' diventata ormai una parola sola accolta anche nei dizionari più togati dal Devoto Oli allo Zingarelli, rimandava di solito al chirurgo che, dopo un intervento, dimenticava una pinza nello stomaco di un paziente. Oggi, invece, c'è di peggio, delle aziende che per smerciare i medicinali loro affidati non esitano a coprire di regalie anche sontuose quei medici che non tengono conto del costo ingente in vite umane riferibile a cure magari non ancora passate al vaglio delle autorità sanitarie. Ce ne informa, anche un po' stupendoci, Antonio Morabito, noto finora soprattutto come documentarista, che con questo suo 'Venditore di medicine' (titolo di poca fantasia) ha inteso ripercorrere, sia pure alla lontana, le vie al tempo loro molto applaudite del nostro cinema civile. (...) La regia di Morabito evoca attorno al personaggio e ai suoi piani loschi, un'ambientazione di ospedali e di studi medici sempre tesa e riarsa anche se, da un punto di vista narrativo, le verità terribili che si affrontano hanno di rado un vero senso drammatico, specie quando vi si aggiunge quell'aborto cui la donna è sottoposta a sua insaputa che ha motivazioni scarse se non addirittura infondate. Comunque ci sono ritmi giusti, con conseguenti tensioni attente ed efficaci soprattutto in favore del protagonista, quel Bruno in sofferto equilibrio fra la totale indifferenza e un riscatto che alla fine non ci sarà, espressi con tratti ben definiti e sfumati. Li esprime con sincerità Claudio Santamaria, chiuso spesso in silenzi carichi di drammi. La sua dirigente è Isabella Ferrari, monumento autentico al cinismo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 29 aprile 2014)

"II primo film di Antonio Morabito è duro, un po' manicheo, senza speranza (...). Colpisce perché il film ha un valore visuale macabro, i non luoghi del malaffare sono uguali e il protagonista si avvicina come un angelo della morte. Il grottesco (presunto) del Medico della mutua Sordi-Tersilli è oggi realtà indiscutibile e s'unisce a una denuncia stile Gabanelli, senza se e senza ma, già materia recente di articoli e anche di illustri esperienze letterarie. Come tornare al bel cinema italiano di denuncia anni 60 e 70, con la fulminante e perfida Isabella Ferrari che urla in carriera e taglia teste nei meeting di lavoro e con Travaglio che con gusto fa un «barone» con qualche scheletro nell'armadio. Eccedente al peso specifico sociale, sufficiente per dimostrare il tasso etico contemporaneo giunto ai minimi storici, è la tragedia matrimoniale, gestita dal torvo portaborse con un'indigestione di anticoncezionali." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 1 maggio 2014)

"Il film di Antonio Morabito (scritto con Michele Pellegrini e Amedeo Pagani) impressiona parecchio. Anzi fa venire proprio i brividi dato l'argomento. (...) Un conto è l'essersi abituati a veder trasformate le farmacie in supermercati, altro conto è la luce mostruosa e sinistra che il film getta su quella parte delle nostre vite che per definizione è sinonimo di fragilità, la salute, trasformata in osceno e cinico mercato sulla pelle delle persone indifese. L'auspicio è che il film abbia calcato la mano. Ma è terribilmente credibile." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 1 maggio 2014)

"Quanto è giusto. Com'è importante. Che visione aguzza. Alla fine dei commenti col segno positivo si apre, però, un fossato, quello che separa le buone intenzioni di regia e sceneggiatura da un buon film tout court. 'Il venditore di medicine' è impostato, infatti, col piglio del cinema civile all'italiana, un occhio all'argomento, uno al ritmo e un altro al cast peccato che nonostante tutti e tre gli elementi siano dignitosamente centrati, il valore complessivo e la forza d'impatto sul pubblico risultino in linea con quelli di un anonimo report tv di denuncia. Il perno di una trama in stile bignamino sulle malefatte delle case farmaceutiche e il malcostume della classe medica è l'«informatore» Bruno (Santamaria) che accudisce da anni con zelo un bel pacchetto di dottori disposti, in cambio di adeguati regali, a prescrivere anche senza autentica necessità i suoi farmaci ai propri pazienti. (...) Questo sin troppo tipizzato antieroe dei nostri tempi è, dunque, costretto a scendere la china dell'abiezione, passando in un orrido via vai da carnefice a vittima, da cinico dottor Tersilli di sordiana memoria a misera rotella di un ingranaggio ben più potente: quello, manco a dirlo, della Spectre liberista che deciderebbe le sorti di «sta sporca società». A luci riaccese si ritorna a casa con la coscienza ripulita, ma del reggente pamphlet resta in mente quasi solo il giornalista Travaglio, arrogante e disgustoso quanto basta nella parte del primario." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 maggio 2014)

"A fronte del fatto che le cronache italiche, dalle Alpi alle Madore, abbondano di episodi di mala sanità, verrebbe da pensare che 'Il venditore di medicine' rientri nella categoria film di denuncia. Ma Antonio Morabito, al suo esordio nel lungometraggio, ha scelto la strada, più sottile, di disegnare il ritratto di un Bel Ami, cartina di tornasole del marcio che si annida nel farmaceutico. (...) Anche se non sempre marca con la necessaria forza situazioni e personaggi, Morabito si dimostra regista asciutto ed essenziale, il copione è calibrato e Santamaria incarna con buona credibilità un personaggio che è insieme vittima e anima nera." (Alessandra Levantesi Kezich, "La Stampa", 1 maggio 2014)

"Una tradizione che non muore: quella del «cinema civile», alla quale l'Italia deve fior di capo-lavori. Antonio Morabito, autore di corti e documentari al secondo lungometraggio, ci accompagna in un mondo che pochi di noi conoscono, ma con il quale tutti abbiamo prima o poi a che fare: l'industria farmaceutica, e in particolare le feroci strategie di marketing con le quali le «firme» dei medicinali si contendono il mercato. Claudio Santamaria (molto in parte) è Bruno, ufficialmente «informatore medico», più prosaicamente piazzista: è uno di quei tizi con la valigetta che dal dottore passano sempre davanti a noi poveracci, disposti a tutto per piazzare il campionario. (...) Film come 'Il venditore di medicine' sono necessari: e bisogna dire che il nostro cinema ha sempre capito questa necessità. In un certo senso è il contraltare cupo, quasi kafkiano, della lievità di 'Viaggio sola', dove Margherita Buy era un'ispettrice di hotel in incognito: film che portano alla luce mestieri sommersi, invisibili, e ne mostrano i lati più oscuri. Molto bravo Marco Travaglio nei panni di un odioso primario, ma occhio anche al non-attore che interpreta uno spietato giudice: è Roberto Silvestri, ex del 'Manifesto', ora a 'Pagina 99' (in bocca al lupo...). Non è il primo critico a comparire in un film, ma è uno dei migliori." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 1 maggio 2014)

"Procede in maniera inesorabile 'Il venditore di medicine' verso il suo obiettivo, raccontare uno dei segmenti della malasanità, il collegamento illegale tra potenti case farmaceutiche e certi medici che prescrivono medicine in cambio di regalie. (...) due linee di racconto procedono in parallelo, seguendo una i canoni del cinema politico impegnato, del filone di inchiesta giudiziaria, l'altra quella del melodramma familiare, con il secondo che tende a invadere il campo del primo e a smorzare la decisa linea di racconto. E' la stessa consolidata tradizione del nostro cinema a volere che nel nostro paese i colpevoli spesso la facciano franca. Algido nel suo procedere a dispetto degli elementi drammatici che spostano l'attenzione, i troppi drammi che intersecano il racconto, causati per lo più da medicinali impropri o da quelli che non si trovano in commercio (e qui si apre la parentesi oncologica), non ha reticenze nel suggerire le malefatte della sanità a favore di lucro personale, dagli esperimenti sulle cavie umane, alle operazioni inutili ai traffici tra pubblico e privato mentre si concentra sulle regalie fatte ai medici in varia forma, in cambio di sostanziose prescrizioni. La strada che percorre Bruno tra i corridoi e gli studi degli ospedali è il cuore del film. Scritto da Michele Pellegrini, Amedeo Pagani e Antonio Morabito. Roberto Silvestri nel ruolo del giudice tagliente e decisivo." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 1 maggio 2014)

"Con impietosa analisi del sistema di corruzione imputato alle multinazionali farmaceutiche, (...) la sceneggiatura di Morabito, Amedeo Pagani e Michele Pellegrini affida a un personaggio 'alla Sordi', ma con la mesta coscienza di oggi, un percorso a tappe in una non facile scelta di coscienza. Si aprono un po' tutte le porte di meschinità e ricatto, di peculato e danno sanitario di un certo Sistema Italia e s'impara qualcosa sulla medicamentosa etica del profitto... Santamaria conduce il suo borghese piccolo piccolo nella regolata giungla di sopravvivenza delle pedine criminali. Cast discreto, se la cava perfino un austero Marco Travaglio." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 1 maggio 2014)

"Solido esordio in lungo di finzione per Antonio Morabito, già documentarista impegnato. La denuncia è urgente e il film la serve egregiamente. Applausi al Festival di Roma e a quello di Bari. Da non perdere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 1 maggio 2014)

"Piacerà a chi come noi riteneva che il film andava fatto, dal momento che personaggi come il 'venditore' pare non siano l'eccezione (anche se non ancora, probabilmente, la regola). Certo i meriti del film di Morabito sono più civili che artistici. Ma Isabella Ferrari come 'dark lady' della farmaceutica è tutta da godere." (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 maggio 2014)

"Avvincente, anche se esasperato all'inverosimile, dramma socialsanitario, che mette in piazza l'indecente pratica del comparaggio farmaceutico (...). A sentire l' autore, Antonio Morabito, è un mondo di corruttori e corrotti. Al centro della storia il propagandista Claudio Santamaria, costretto per sopravvivere, a subire i diktat del cinico capo Isabella Ferrari. Ah, c'è anche Marco Travaglio, nel ruolo di falso incorruttibile(!)." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 1 maggio 2014)

"Non è un'atroce caricatura, è tutto vero. Vista la potenza di Big Pharma e il ramificato intreccio di interessi se ne parla poco. Ma ci sono inchieste che lo provano, e all'inizio di questo primo film di finzione del documentarista Antonio Morabito, echeggiano intercettazioni inequivocabili e ripugnanti. La materia c'è insomma, c'è il coraggio di trattarla senza sconti (...), non mancano nemmeno le note ironiche (...). Più incerto è il taglio che dovrebbe trasformare il tutto in racconto avvincente. Il film infatti sembra soprattutto evitare il già noto. Anni fa Santamaria sarebbe stato un 'mostro' alla Sordi. Negli Usa sarebbe un killer dai modi soavi tipo Kevin Spacey, etc. Qui invece la sua doppiezza genera schizofrenia (la moglie incinta e ingannata; l'amico malato, aiutato di nascosto). Ma non è un problema del film. È il sintomo di uno smarrimento, estetico e morale, più generale. Come dare a personaggi simili umanità e complessità senza farsene complici? Per anni la risposta è stata la commedia all'italiana. Oggi urgono nuove ricette. Ma in fondo per un film sui farmaci essere un sintomo non è male." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 maggio 2014)
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