Il traditore

ITALIA, FRANCIA, BRASILE, GERMANIA - 2019
3,5/5
Il traditore
Nei primi anni '80 è in corso una vera e propria guerra tra i boss della mafia siciliana per il controllo sul traffico della droga. Tommaso Buscetta, conosciuto come il "Boss dei due mondi", fugge per nascondersi in Brasile e da lontano, assiste impotente
all'uccisione di due suoi figli e del fratello a Palermo; ora lui potrebbe essere il prossimo. Arrestato ed estradato in Italia dalla polizia brasiliana, Buscetta prende una decisione che cambierà tutto per la mafia: decide di incontrare il giudice Giovanni
Falcone e tradire l'eterno voto fatto a Cosa Nostra...
  • Durata: 148'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85), ARRI ALEXA, DCP
  • Produzione: BEPPE CASCHETTO, SIMONE GATTONI, FABIANO GULLANE, CAIO GULLANE, MICHAEL WEBER, VIOLA FÜGEN, ALEXANDRA HENOCHSBERG PER IBC MOVIE, KAVAC, CON RAI CINEMA; IN COPRODUZIONE CON AD VITAM PRODUCTION, MATCH FACTORY PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 23 Maggio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
“Mi interessa il personaggio di Tommaso Buscetta perché è un traditore. Ma in verità chi ha veramente tradito i principi ‘sacri’ di Cosa Nostra non è stato Tommaso Buscetta, ma Totò Riina e i Corleonesi. Come si vede due modi opposti di tradire. Nella storia tradire non è sempre un’infamia. Può essere una scelta eroica. I rivoluzionari, ribellandosi all’ingiustizia anche a costo della vita, hanno tradito chi li opprimeva e voleva tenerli in schiavitù”.

Esattamente tre anni fa, proprio da Cannes (dove aprì la Quinzaine con Fai bei sogni), Marco Bellocchio annunciava quale sarebbe stato il suo nuovo film. Oggi torna sulla Croisette – in concorso – con Il traditore, film come lo definisce lo stesso regista “di vendette e tradimenti su Tommaso Buscetta”, detto anche il “Boss dei due mondi”.

Ancora una volta, però, quello che davvero interessa a Bellocchio non è semplicemente, non solo, il personaggio al centro di tutto, ma lo sfondo – storico, atavico, italiano – entro il quale Buscetta si è mosso, dal quale è provato a fuggire (con la nuova vita in Brasile), che ha finito poi per tradire, appunto, scoperchiandone i meccanismi e facendo nomi e cognomi.

Parla per quarantacinque giorni con Giovanni Falcone, poi scattano 366 mandati di cattura.

Dalla festa di Santa Rosalia del 1980 (che sancì l’accordo di facciata tra i palermitani e i corleonesi) all’aprile del 2000, giorno in cui Tommaso (Masino) Buscetta muore – nel suo letto, come si era sempre augurato – dall’altra parte del mondo, negli States. In mezzo scorrono 20 anni di storia italiana, le stragi più ignobili (quella di Capaci del ’92) e una resa dei conti infinita tra Riina e gli affiliati di Stefano Bontate.




Buscetta (“Io ero alla base della piramide, sono sempre stato un soldato semplice. Ho sempre preferito le donne piuttosto che comandare”), tre mogli, alla fine 8 figli (due dei quali barbaramente uccisi), proprio a quella festa che dà inizio al film intuisce che per lui i giorni sono contati.

E preferisce ritornare allora in Brasile (dove già era stato negli anni '70, nei suoi continui spostamenti per il traffico internazionale di eroina), sotto falso nome (tra i tanti utilizzati in vita Manuel Lopez Cadena, Adalberto Barbieri, Tomàs Roberto Felicce…), con l’ultima moglie Cristina (Maria Fernanda Cândido).

Arrestato ed estradato, torna in Italia: passerà alla storia per essere stato il primo “pentito” di mafia, per aver instaurato un'amicizia col giudice Falcone, per aver infine fatto anche il nome di Giulio Andreotti legandolo a due omicidi di mafia eccellenti (quello del generale Dalla Chiesa e del giornalista Mino Pecorelli).

Tornare al caso Moro.


Sarà un caso che la cronistoria messa in scena da Bellocchio riconduca verso il finale all'accenno di quei due omicidi così strettamente legati alle verità nascoste, taciute, relative al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro.

Quel che è certo è che nella filmografia ultra cinquantenaria del regista piacentino il primo film che viene alla mente guardando Il traditore è proprio Buongiorno, notte.

Sicuramente perché qui, come allora, si mettono in scena personaggi con nome e cognome appartenuti realmente alla Storia, e anche stavolta - come nel caso del film sulla prigionia di Aldo Moro per mano delle BR - Bellocchio tenta di portarne a galla non solo le caratteristiche, fisiche ed emotive, che sono poi passate agli annali.

Iniziando dal lavoro di Pierfrancesco Favino, che restituisce la complessità dell'uomo/personaggio Buscetta, Il traditore scava la crosta di situazioni e rapporti a dir poco stratificati, servendosi di un cast di "comprimari" (dal Giovanni Falcone di Fausto Russo Alesi al Pippo Calò di Fabrizio Ferracane, dalla Cristina di Maria Fernanda Cândido al Totuccio Contorno di Luigi Lo Cascio) capace di trattenere sui giusti binari il corso (non poco lungo, 148') dell'intero film.

Che prova a fermare nel tempo (quei flash che imprimono con forza gli scatti nella grande villa durante la festa di Santa Rosalia) il volto di un'Italia malata, ne conteggia letteralmente le infamie (il crescendo numerico in basso a sinistra nello schermo con cui rimarcare la serie di uccisioni durante la faida tra Corleonesi e palermitani) e ragiona con spessore sul concetto di tradimento (il traditore per antonomasia, Buscetta, può davvero considerarsi tale se l'oggetto del suo tradimento, Cosa Nostra, lo ha tradito in precedenza modificando nel corso degli anni i suoi "principi"?), sul senso "dell'onore" e sull'ambiguità con cui lo Stato ha deciso di rapportarsi a un mafioso.




Ecco, rispetto a Buongiorno, notte, per riprendere il filo di un ipotetico parallelismo, manca forse quella straordinaria componente che rendeva così affascinante, onirica e magmatica la cifra di quella discesa all'interno di una segreta che, nomen omen, ha inghiottito per sempre l'idea di uno Stato la cui trasparenza venne offuscata per sempre. È come se il fantasma di Aldo Moro, che Bellocchio immaginava in cammino, da solo, in quella notte del maggio 1978, si sia smaterializzato definitivamente.

Neanche due anni dopo sarebbe iniziata un'altra storia, l'ultimo ventennio della vita di Tommaso Buscetta, l'ultimo ventennio del Novecento italiano. Rimane poco da immaginare, è il culmine del confronto Stato-Mafia.

E in mezzo c'è un uomo che ha deciso di portarlo alle sue conseguenze più estreme. Un uomo capace di attendere anni prima di eseguire un omicidio che gli avevano ordinato di commettere (come suggerisce il bellissimo finale del film) e che, parlando, ha di fatto condannato a morte i vertici di un'organizzazione che sembrava indistruttibile, inattaccabile. Tradita da se stessa.

 

NOTE

- IN CONCORSO AL 72. FESTIVAL DI CANNES (2019).

- ESCE IN SALA IN ITALIA NEL GIORNO DELLA RICORRENZA DELLA STRAGE DI CAPACI.

- CANDIDATO NASTRI D'ARGENTO 2019: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (PIERFRANCESCO FAVINO), MIGLIORI ATTORI NON PROTAGONISTI (LUIGI LO CASCIO, FABRIZIO FERRACANE), FOTOGRAFIA, COSTUMI, SONORO PRESA DIRETTA, COLONNA SONORA. VINCE CATEGORIA SCENEGGIATURA, MONTAGGIO.

CRITICA

"Né eroe né mostro. Né epico né empatico. Il Buscetta che Marco Bellocchio ci ha restituito con 'Il traditore'. (...) Affidato a un Pierfrancesco Favino di rara perfezione, unico non siciliano in un cast esemplare, capace di restituire anche nel portamento quelle origini contadine che i vestiti eleganti non potevano nascondere (e la scena in sartoria è davvero magistrale) (...) Bellocchio evita anche di ipotizzare possibili tormenti psicologici o riflessioni moralistiche: nella sceneggiatura che ha scritto con Ludovica Rampoldi, Valia Santella e Francesco Piccolo, gli concede solo un paio di incubi a occhi aperti per concentrarsi poi sulla sua scelta di sopravvivenza." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 maggio 2019)
"(...) In Buscetta il regista ha visto appunto un personaggio tragico, nel suo tradimento un dilemma degno di eroi e anti-eroi che nessun dramma borghese può offrire oggi (come già hanno mostrato Scorsese, Fratelli di Abel Ferrara o Anime nere di Munzi). Quando entriamo nel dramma dell'uomo, con i suoi tormenti, i suoi silenzi, il suo volto diviso tra luce e ombra e il suo sguardo sul mondo, anche lo stile si libera. Le scene del maxiprocesso diventano un "teatro dei nervi", un sabba che tocca il grottesco. Tragedia personale e catarsi di una nazione si intrecciano, sulle note (epiche ma forse anche un po' ironiche) nientemeno che del Va' pensiero. Se alla fine questo film difficile trova un'unità di tono, è anche grazie agli interpreti. Favino ovviamente, in un'interpretazione virtuosistica sì, ma mai gratuita. Anche se talvolta ha l'occhio un po' troppo umido, il suo Buscetta è credibilissimo: ogni battuta ha il peso che deve avere, come venendo fuori da una malinconia secolare. (Piccola parentesi linguistica: il dialetto di Favino è forse il migliore che un attore non siciliano abbia mai pronunciato sullo schermo). Accanto a lui, bravissimi anche Luigi Lo Cascio, che col suo Totuccio Contorno incarna un po' la "linea comica", e Fabrizio Ferracane, strepitoso nel ruolo di Pippo Calò, l'uomo "romano" di Cosa Nostra: la sua apparizione al processo è un prodigio di sfumature, di ironia, falsità, finta umiltà." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 24 maggio 2019)

"Bellocchio incanta e Buscetta canta. Il nostro unico regista in Concorso (Cannes ndr) e il pentito di mafia più celebre di sempre si incontrano in un gangster movie firmato dal maestro del thriller psichico. Più epico che edipico? Apparentemente sì.(...) C'era una volta la mafia, quella che per Buscetta era signorile. Che meraviglia il ricordo spezzettato al montaggio del suo primo omicidio: paziente, rispettoso, quasi cavalleresco.(...). Il film dunque è bello (...). Favino, che per noi chiude i giochi per quanto riguarda il titolo di Miglior Attore del Concorso, è immenso con i suoi occhialoni e la sua squinternata parlata siculo-portoghese (occhio e orecchio a un finale canterino semplicemente sublime), Lo Cascio esplosivo coi nervi a fior di pelle di un indimenticabile Totuccio Contorno e Bellocchio, a 79 anni, potente come il Coppola del 'Padrino' e sinuoso come il De Palma di 'Scarface'. Ma a modo suo. Chapeau." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 24 maggio 2019)

"(...) Bellocchio racchiude il racconto nel melodramma verdiano, motivo ricorrente nei suoi film che gli permette di mettere in scena la realtà spogliata dal contesto per restituirla amplificata nella frontalità delle immagini, nei colori, nel suono del dialetto siciliano - parlate italiano dicono avvocati e giudici ai mafiosi durante il processo ascoltando la deposizione di Contorno che Lo Cascio trasforma in musica ancestrale. Siamo in un teatro nel quale ciascuno recita la propria parte, ciò che ha deciso di svelare e quanto rimane nascosto. (...) Il cinema di Bellocchio, sin dai primi film, guarda alla società per spostarsi su altri territori, verso una condizione umana che con le sue contraddizioni interroga la società stessa." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 24 maggio 2019)

"Pur ispirandosi ai fatti - diversamente da un Rosi, indiscusso maestro del cinema politico - Marco Bellocchio non deve aver realizzato il film 'Il Traditore' solo per rievocare il glorioso episodio del Maxi processo palermitano che privò la mafia della sua aura di impunità; ma soprattutto perché con la sua contraddittoria personalità, Buscetta, il discusso pentito di Cosa Nostra, deve essergli sembrato protagonista perfetto per un austero dramma dei suoi: in bilico fra realtà, sogno e interiorità e permeato di un onnipresente pensiero di morte.(...) Attore fisico e pieno di calore, Pierfrancesco Favino restituisce un Buscetta insieme sofferto e accattivante; Fausto Russo Alesi conferisce al suo Falcone l'autorevolezza morale e il riserbo dovuti. Forse se la sceneggiatura (scritta a troppe mani) si fosse più radicalmente concentrata sul loro rapporto questo film notevole e necessario sarebbe risultato ancora più forte." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 24 maggio 2019)
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