Il profeta

Un prophète

FRANCIA - 2009
4/5
Il profeta
Il 19enne Malik El Djebena viene condannato a sei anni di prigione. Giovane e fragile, ma estremamente intelligente nonostante sia analfabeta, Malik inizia a svolgere 'missioni' per un gruppo di detenuti corsi che ha imposto la propria legge all'interno dell'istituto penale. Con il passare del tempo, il ragazzo si guadagna la loro completa fiducia riuscendo ben presto a sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
  • Altri titoli:
    A Prophet
  • Durata: 149'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: AATON 35 III, ARRIFLEX 435, SUPER 35 (3-PERF), 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: idea di Abdel Raouf Dafri
  • Produzione: WHY NOT PRODUCTIONS, CHIC FILMS, PAGE 114, BIM, FRANCE 2 CINÉMA, UGC IMAGE, BIM
  • Distribuzione: BIM (2010) - DVD (SPECIAL EDITION): BIM/01 DISTRIBUTION (2010)
  • Data uscita 19 Marzo 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Il 19enne Malik El Djebena (Tahar Rahim, bella scoperta) viene condannato a sei anni di prigione. E’ giovane, analfabeta, spaurito, e dentro è peggio che fuori. Ma Malik è intelligente, e via via astuto. Dopo aver pagato dazio alla gang corsa regnante uccidendo un detenuto scomodo, progressivamente entra nelle grazie del “padre di famiglia” César Luciani (Niels Arestrup, imponente). Ma Malik non è tipo da accontentarsi…
Grand Prix della Giuria presieduta da Isabelle Huppert a Cannes e candidato all’Oscar per il miglior film straniero, Il profeta (Un prophete) di Jacques Audiard combina prison-movie, gangster-movie, noir e romanzo di formazione, prende qua e là con uniforme classe – Melville, Aldrich, Scorsese, Brecht (La ballata di Mackie Messer nel finale) – e riesce a (ri)scoprirsi originale, puntando sulla riflessione – e la digressione – e l’accelerazione, lo scavo psicologico e l’humus (a)sociale, per arrivare a una disamina puntuale e calibrata della violenza della repressione della violenza, ovvero il grado zero della reclusione coatta.
Un approdo ideologico che non sconfessa le ragioni dello spettacolo, né abdica al Leitmotiv autoriale di Audiard, che passando per Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore continua a inquadrare l’oppressione del singolo, avvertita prima nel corpo e poi nella mente.
Grazie alle poderose prove di protagonista e antagonista (Arestrup), Il profeta – la traduzione “determinativa” italiana è un grave errore… – si fa perdonare qualche lungaggine, qualche semplificazione razziale (tutti i mussulmani contro i corsi…) e una mancanza che altrove risulterebbe esiziale, perché il sistema carcerario della repressione è quasi in fuoricampo (seppur realisticamente evocativo), ovvero “delegato” ai corsi.
In breve, un ritratto d’autore in cornice di genere, che non esalta fino in fondo – sarebbe “immorale” –  la nascita di un capo(clan), ma ne risalta la bontà, la bontà che non c’è, consumata e invertita da quell’istinto di sopravvivenza che tutto può. E nulla concede.

NOTE

- GRAND PRIX AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2010 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Sintesi di realismo e apologo brechtiano (l'Opera da tre soldi) il film di Audiard è il migliore visto finora." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica' 18 maggio 2009)

"'Un profeta' è potentissimo ed è interpretato da due attori, Tahar Rahim e Miels Arestrup, straordinari. E' forse troppo 'macho' per la giuria di Cannes, ma è un buon film che non ha bisogno di Palme: il pubblico, voi compresi, lo adorerà." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 17 maggio 2009)

"Audiard piace perché non c'è nulla di etico e moralista nel suo cinema, si limita a raccontare una storia con una completezza visiva e narrativa che rende la lunga durata assolutamente necessaria, evita gli stereotipi e gli archetipi. E, pregio grande nel nostro cinema assopito, se ne frega del politicamente corretto. (...) Noir, gangster movie, film carcerario, opera intimista e sociale, è un puzzle che si compone con lenta e puntuale precisione. Tra Scorsese e Gabin, il regista francese, che già molti vedono lanciato verso un premio importante, ci regala un film di altissimo livello e che col tempo lieviterà nella coscienza di spettatori e critici." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 17 maggio 2009)

"Audiard combina il noir di Melville e la digressione di Tavernier, ma con un passo personale del racconto che approfondisce e insieme cammina svelto. Al franco-algerino Tahar e al maturo Niels Arestrup, Audiard deve la continua credibilità dei personaggi." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 17 maggio 2009)

"Inizia così una specie di iniziazione alla malavita che Audiard racconta con una macchina da presa molto mobile, che incombe su Malik un pò come sembra incombergli addosso un destino che lo vorrebbe ridurre a ingranaggio di un gioco più grande di lui e che lui cerca di orientare a proprio favore. Man mano che il film procede prendono forma altre dinamiche importanti della vita in carcere, dalla possibilità di svolgere anche lì attività illegali all' intreccio tra orgoglio razziale, appartenenza ideologica e lotta per la supremazia. Ma su tutto al regista interessa raccontare l' evoluzione molto darwiniana del suo protagonista, che giorno dopo giorno imparerà a stare sempre meglio a galla. Senza vere radici né di clan né di razza, nonostante le sue evidenti origini arabe, il protagonista cerca di barcamenarsi tra tutti, subendone gli scoppi di violenza e ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione dei rapporti di potere e delle molle che li guidano. Pronto a fare il «figlio» per un padre/boss che forse ne sottovaluta l' intelligenza e capace di trasformarsi lui stesso in «padrone» quando il risultato può fargli comodo. Oltre che a elaborare nel proprio inconscio gli incubi e i sensi di colpa così da poterci tranquillamente convivere, come mostrano alcune scene «fantastiche». E alla fine, anche grazie a un gruppo di attori straordinari dove svettano Niels Arestrup (è Luciani) e il meno conosciuto ma non meno efficace di Tahar Rahim (Malik), Audiard ci racconta non solo la nascita di un nuovo Mackie Messer (come sottolinea esplicitamente la musica finale) ma soprattutto l' universo senza speranza che si annida dentro il mondo delle carceri, dove si impara solo a essere più violenti e più avidi di quanto non si fosse prima di entrare." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 maggio 2009)

"'Un profeta', due ore e mezzo, diretto con accurato dinamismo e certosina catalogazione di ogni figura retorica del filone carcerario (rivolta esclusa) non ha tempi morti e vende di tutto, dagli stupri sotto la doccia ai superiori corrotti, dalle prigioni vivibili (con tanto di «angolo moschea», mica siamo in Brasile) alle gerarchie interne che non ammettono sgarri, dagli sgozzamenti insostenibili ai languidi canti patriottici (in inusuale lingua cugina, il corso), tediandoci troppo con un realismo di maniera dal ritmo drogato, per ottenere prestazioni spettacolari. Mentre il genere carcerario (uno dei più faticosi, con quozienti altissimi di difficoltà), se non vuol essere consolatorio o filo-istituzionale, come dimostrano Bresson e Aldrich, Siegel e Ferrario, di una cosa non può fare a meno, dell'horror vacui. Del combattimento contro i tempi morti. Dunque contro l'istituzione concentrazionaria, non contro chi, il clan di Bastia, in catene, per colmo della beffa, dovrebbe rappresentarla." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 17 maggio 2009)

"Jacques Audiard adora il cinema, è la sua vita, gli è necessario. Traspare da ogni sua parola, anche se è all'ennesima intervista e lui, passati pure gli Oscar - niente statuetta, ma tanta fatica - 'non vede l'ora di rimettersi a lavorare'. Audiard è un grande (per alcuni, non pochi, 'il più grande' tra i registi francesi): soltanto cinque film, e già una scuola, una 'certa idea' di fare cinema, artigianale, sofisticata, visceralmente ancorata alla realtà senza mai essere realista, con il botteghino che si inchina. Così è anche 'Il Profeta'." (Francesca Pierantozzi, 'Il Messaggero', 12 marzo, 2010)

"Malik faccia d'angelo è un ragazzo senza storia. Non sa leggere né scrivere, non ha una famiglia e neanche un domicilio fisso. Si è beccato sei anni (ha picchiato un poliziotto) perché quelli come lui non hanno un buon avvocato. Entra in galera con rassegnazione perchè a quelli come lui non resta che sottomettersi al destino. Non lo farà, invece. (...) Quasi sconosciuto prima dell'incontro con Audiard, Rahim è adesso uno dei giovani 'comédiens' più sollecitati. Sia lui che il regista hanno simpatia per Malik, entrambi lo definiscono un 'opportunista positivo', 'uno che fa quello che lo costringono a fare'.(...) Tahar Rahim ha un viso d'angelo, ha quasi trent'anni, ma potrebbe averne sedici. Del duro non ha niente." (Laura Putti, 'La Repubblica', 12 marzo 2010)

"Arriva sugli schermi italiani, con un meritatissimo bagaglio di premi, l'ultimo film di Jacques Audiard, segno che 'Il profeta' non è un gangster movie come gli altri. La storia è quella di un detenuto timido e fragile, iniziata in carcere alla violenza dal boss della mafia corsa. Alcune scene sono assai crude, ma il regista racconta con grande maestria e sensibilità, pensando anche al cinema western, la parabola umana di un giovane nel quale convivono luce e oscurità." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 marzo 2010)
"Sui titoli di coda scorrono le note di 'Mack the Knife' di Weill-Brecht, da 'L'opera da tre soldi', nella versione bluesy e addolcita di Jimmie Dale Gilmore. Non è un caso che Jacques Audiard, a chiudere i 150 minuti del suo film 'Il profeta', abbia scelto proprio quella canzone, anche se la carriera del lesto criminale non si srotola più nell'Inghilterra vittoriana, bensì nella Francia odierna, feroce e multietnica, dentro e fuori il carcere. (...) Merita d'essere visto, perché è un capolavoro, anche nei suoi difetti, che alla lunga diventano pregi. Il titolo, più congruo ma egualmente enigmatico nella versione originale che recita 'Un prophete' e non 'Il profeta', discende da una battuta marginale e non significa granché. Però suona bene, per contrasto. Anche se Audiard avrebbe voluto l'equivalente francese di una ballata di Bob Dylan, 'You Gotta Serve Somebody', a evocare il tema cruciale del film: siamo sempre al servizio di qualcuno. Però le cose possono cambiare, anche rovesciarsi. E' quanto accade al piccolo criminale arabo Malik El Djebena, appena diciannovenne, condannato a sei anni, del tutto analfabeta, fragile, smarrito e pulcioso, costretto a formarsi alla scuola dei duri per sopravvivere. Non è una novità, in quanti film hollywoodiani abbiamo visto storie del genere? Ma Audiard, cineasta poco prolifico, (...) reinventa il genere, aderendo alle regole, fatte di colori lividi e brutalità indicibili, smentendole allo stesso tempo con incursioni oniriche che prima spiazzano ma poi arricchiscono il romanzo di formazione (se si vuole alla rovescia ). Il giovanotto è lesto a integrarsi, e tuttavia il battesimo del fuoco non sarà una passeggiata (...). Brechtiano? Un po', ma neanche troppo, se non fosse per quel riferimento finale. Certo un film strano, a tratti fenomenologico nel racconto minimalista della routine carceraria, ma anche gasato nelle sortite all'esterno, da gangster-movie, inclusa la sparatoria/resa dei conti vissuta dal temerario malavitoso quasi in uno stato di ipnosi, sfuggendo miracolosamente alla gragnuola di colpi. (...) A suo modo uno che ce la fa, rimescola le carte e ritrova le proprie radici, dando pure a intendere alla donna venuto a prenderlo d'essere cambiato. Il merito della riuscita è in buona misura del sorprendente interprete protagonista Tahar Rahim, dalle caratteristiche somatiche indefinite, 'potrebbe essere portoghese, arabo, spagnolo o italiano' annota il regista; mentre Niels Arestrup cesella la feroce e quieta sicumera del boss corso che odia i francesi e gli arabi, incapace di credere che sarà proprio un arabo francese a scaraventarlo un giorno giù dal trono. Un vero peccato non vederlo nella versione originale." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 18 marzo 2010)

"Il Gran premio della giuria al Festival di Cannes 2009 a 'Il profeta' parve poco a certa critica francese, così sul film di Jacques Audiard sono piovuti anche nove premi César, due dei quali - come interprete principale e come esordiente - per Tahar Rahim, che non interpreta Maometto (profeta dell'Islam), ma un delinquente che un episodio di precognizione salverà indirettamente da un regolamento di conti. Meglio di lui Niels Arestrup come capo della malavita corsa. Mezz'ora di galera (e quindi di film) in meno gioverebbe allo spettatore." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 marzo 2010)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy