Il presidente

La cordillera

ARGENTINA, FRANCIA, SPAGNA - 2017
3/5
Il presidente
Durante un vertice di Presidenti latinoamericani presso La Cordillera, in Cile, in cui si formano alleanze e strategie geopolitiche, il Presidente dell'Argentina Hernán Blanco si ritrova a vivere un dramma che potrebbe influire sulla sua situazione politica e familiare. A causa di suo genero, infatti, è implicato in un caso di corruzione. Decide quindi di far venire sua figlia Marina al summit, così da trovare protezione e guadagnare tempo per negoziare una via d'uscita, ma il summit darà anche occasione a padre e figlia di scavare nel reciproco passato...
  • Altri titoli:
    El Presidente
    The Summit
  • Durata: 114'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE (1:2.39)
  • Produzione: KRAMER & SIGMAN FILMS, LA UNION DE LOS RIOS, MANEKI FILMS, MOD PRODUCCIONES, IN COPRODUZIONE CON ARTE FRANCE CINEMA, TELEVISIÓN FEDERAL (TELEFE), MEMENTO FILMS PRODUCTION
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2018)
  • Data uscita 31 Ottobre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Emanuele Rauco

Che rapporto c’è tra la politica e l’inconscio e che ruolo giocano verità e segreti in ognuno di essi? Sembra la domanda che regge La cordillera di Santiago Mitre, autore tra i più interessanti del cinema argentino contemporaneo qui alle prese per la prima volta con quella che potremmo definire una grande produzione sulla scia di House of Cards e altri drammi a sfondo politico.

 Il film racconta di un summit riguardante il petrolio tra le nazioni del sud America: il protagonista è il presidente argentino (sempre ottimo Ricardo Darìn), uomo benvoluto e comune che infatti viene conteso tra chi vorrebbe allargare il summit agli USA e chi invece vorrebbe l’indipendenza petrolifera. Ma un esaurimento nervoso della figlia porterà lo scompiglio nel summit.

Scritto da Mitre con Mariano Llinàs, La cordillera è un dramma politico dall’aroma thriller che dentro un intrigo di bell’impatto sa immettere tracce di psicoanalisi e filosofia.

 A legare questi temi c’è infatti la presenza di uno psicoanalista che fa riemergere dal profondo della figlia ricordi e segreti, innescando azioni e reazioni, portando Mitre a interrogarsi su come tanto la politica quanto la psiche lavorino sul non detto, sulla manipolazione della verità e del concetto di Bene, sull’impossibilità di dare una concretezza alla verità e alla parola.

E in effetti La cordillera è un film di parole, di dialoghi di grande livello recitati da ottimi attori, di temi e idee che costruiscono la realtà anziché rappresentarla. E così la mente di una figlia diventa il laboratorio in cui sperimentare il lavoro sulla nazione e sul suo corpo elettorale (magnifica la colazione al bar: lui per chiederle di rivelarle un segreto scherza “Sono il presidente”).

 Mitre sfodera una scrittura acuminata che la regia deve solo accompagnare in modo funzionale con ritmo, tensione e una patina visiva quasi di lusso, in linea con le nuove narrazioni e le modalità filmiche della migliore tv contemporanea: tanto da far pensare a un sequel. O a una stagione per il piccolo schermo.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI : ICAA, INCAA, AIDE AUX CINÉMAS DU MONDE, CNC, INSTITUT FRANÇAIS; CON LA PARTICIPAZIONE DI : ARTE FRANCE, MOVISTAR +; IN ASSOCIAZIONE CON ALEJANDRO WEINSTEI, IRSA.

- IN CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017) NELLA SEZIONE 'UN CERTAIN REGARD'.

CRITICA

"Hernan Blanco è il presidente dell'Argentina, ed è un uomo comune. (...) Mostrato al 'Certain regard' di Cannes l'anno scorso, il film di Santiago Mitre (classe 1980) è un singolare tentativo di dramma da camera esplicitamente politico. La macchina a mano turba appena la sequela di dialoghi che definiscono personaggi e situazioni, dapprima in maniera più piana, poi rapidamente suggerendo una serie di colpi di scena. Molto è lasciato però nell'ambiguità, volutamente non spiegato, nell'intreccio che impercettibilmente assedia il protagonista, in apparenza imperturbabile. I segreti familiari diventano metafora della politica, che a sua volta si svela essere un grande gioco d'inganni, nel quale ci si trova infine faccia a faccia con una figura che è il diavolo, ossia l'emissario degli Usa interpretato da Christian Slater. C'erano gli ingredienti per un film davvero importante, e non poco in effetti rimane. I dialoghi affrontano in maniera non didascalica l'intreccio tra dilemmi etici e politici, i personaggi riescono a stare in bilico tra il teorema e la verosimiglianza, Ricardo Darin e gli altri interpreti sono perfettamente in parte. Il problema è che, per gran parte del film, mélo familiare e thriller politico non si fondono, e la regia di Mitre si mantiene illustrativa e non riesce a infondere quella suspense che la storia poteva consentire. Con un'altra regia, insomma sarebbe stato davvero un gran film. Va detto però che nei giorni scorsi, dopo le elezioni brasiliane vinte dall'estrema destra, la sua vicenda torna di non diretta, ma inquietante, attualità." (Emiliano Morreale, 'la Repubblica', 01 novembre 2018)
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