Il grande match

Grudge Match

USA - 2014
3/5
Il grande match
Billy "The Kid" McDonnen e Henry "Razor" Sharp, due attempati pugili di Pittsburgh divenuti celebri a causa della loro accesa rivalità, hanno ormai abbandonato il ring da tempo. Tuttavia, a trent'anni dal loro ultimo incontro, i due decidono di incrociare nuovamente i guantoni. Il promoter Dante Slate Jr., infatti, vedendo la possibilità di fare dei soldi, propone loro un'offerta che non possono rifiutare: tornare sul ring e regolare i conti in sospeso perché, ai tempi d'oro, ognuno dei due aveva vinto un match ma poi, alla vigilia del terzo e decisivo incontro, Razor aveva improvvisamente annunciato il suo ritiro, senza spiegazioni e assestando un colpo definitivo alla carriera di entrambi. Le scintille tra The Kid e Razor si accendono sin dal primo incontro suscitando l'entusiasmo dei social media; riusciranno a sopravvivere agli allenamenti per combattere di nuovo e scoprire chi è il più forte?
  • Altri titoli:
    All'ultimo pugno
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, SPORTIVO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION GENESIS HD CAMERA, VIDEO (HD), (2K)/HDCAM SR (1080P/24), 35 MM/D-CINEMA (1:1.85)
  • Produzione: BILL GERBER, MARK STEVEN JOHNSON, MICHAEL EWING, PETER SEGAL, RAVI MEHTA PER GERBER PICTURES, CALLAHAN FILMWORKS
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO
  • Data uscita 9 Gennaio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Pittsburgh, giorni nostri. Una trentina d'anni fa, la città si divideva seguendo le gesta di Henry "Razor" Sharp (Sylvester Stallone) e Billy "The Kid" McDonnen (Robert De Niro), due mediomassimi che arrivarono a sfidarsi due volte per il titolo, vincendo un incontro ciascuno. Alla vigilia del terzo e decisivo match, però, Razor annunciò a sorpresa il ritiro, senza fornire alcuna spiegazione, di fatto troncando la carriera ad entrambi. Oggi, 30 anni dopo, il promoter Dante Slate Jr. (Kevin Hart) è deciso più che mai a farli tornare a combattere, spinto dalla possibilità di fare un mucchio di soldi: ma arrivare al match non sarà facile, vista l'antica ruggine che corre tra Razor e Kid (c'è una donna di mezzo, l'ancora splendida Kim Basinger, e figli sconosciuti), chiamati entrambi - seppure in modi diversi - a fare i conti con i fantasmi di un passato mai del tutto dimenticato.
Nostalgia canaglia: cinema e boxe è un binomio da sempre affascinante, addirittura epico quando lo schermo ha ospitato capolavori quali Toro scatenato o iconiche saghe come quella di Rocky. Pensi al ring, alla sofferenza, a quello che c'è dietro e inevitabilmente le facce che ti si presentano sono quelle di Robert De Niro e Sylvester Stallone. I quali, per il film diretto da Peter Segal, si rimettono in gioco (rispettivamente a 70 e a 67 anni) su due livelli: da una parte scherzando su quei due personaggi indimenticabili (Stallone che si ritrova a tu per tu con i quarti di bue o che viene costretto dal vecchio allenatore interpretato da Alan Arkin a bere uova per colazione; De Niro che - proprio come accadeva a Jake LaMotta, si "reinventa" showman esibendosi in cabaret di quart'ordine, terribilmente provato nel tentare di mettere giù qualche chilo di troppo), dall'altra riflettendo sulle possibilità che la terza età ti offre per sfruttare una seconda chance. Lo sport, la boxe nello specifico, diventa dunque ancora una volta metafora di vita, attraverso la quale il cinema tenta di riflettere anche su altro (e Il grande match si piazza precisamente in mezzo ai due estremi rappresentati dall'immortale film di Scorsese e dalla saga interpretata da Stallone). In questo caso giocando con i tempi della commedia e la malinconia di due personaggi così lontani uno dall'altro da non potersi più "separare" una volta saliti sul ring.

NOTE

- CONSULENTE PUGILISTICO: ROBERT SALE.

CRITICA

"I primi a non credere in questa operazione «terza età» priva della più elementare regola d'ironia sembrano essere proprio i diretti interessati, il 67enne Stallone e il 70enne De Niro, due storici pugili in pensione che ritrovano la voglia e la forza di disputare quel match di spareggio che non s'era mai combattuto. Intorno, è la solita fiera delle vanità, manager e stampa creano l'«evento», si mette in moto il circo del dollaro. Ma l'intenzione nascosta (e tale rimane) del film di Peter Segal è di far combattere due fantasmi, Rocky Balboa da un lato e Jake LaMotta dall'altro. In questo match è chiaro che vince Scorsese ma non c'è lotta perché la storia dei riferimenti e dei rimandi è latente nella brutta sceneggiatura di Tim Kelleher e Rodney Rothman, con iniezioni di insospettabile volgarità da cinepanettone e un ritmo floscio che non rende giustizia neanche del match caratteriale tra due divi. Ma anche qui non c'è lotta perché l'ex macho Stallone è ormai un simulacro di muscoli appassiti: sembra pronto, con l'enorme palpebra immota da Polifemo, a girare Frankenstein, mentre De Niro accentua quella sua faccetta birichina, dopo che gli hanno presentato i suoi e i tuoi e aver stravinto con due camei nei film di David O. Russell, 'Lato positivo' e 'American Hustle'. La verità è che c'è una tendenza americana che spinge alla gloria dei reduci, così dopo 'Red', 'I mercenari' e prima del divertente 'Last Vegas' ('Notte da leoni' ma over 65), abbiamo l'incontro-scontro Sylvester «versus» Bob nel segno dello sport che più di ogni altro ha lasciato traccia sugli schermi. Henry Razor Sharp e Billy The Kid McDonnen sono in realtà due «ragazzi irresistibili», rivali litigiosi che si guardano in cagnesco, ma l'idea di fare una commedia da ring abortisce dopo dieci minuti e la prima e forse unica battuta divertente arriva dopo un'ora. La questione è che non si sa quanto il film sia una parodia o meno: il lungo match finale sembra suggerire di no, che fa sul serio. E allora diventa tutto imbarazzante." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 gennaio 2014)

"Come tutti sanno, con Rocky Balboa e Jake 'Toro scatenato' LaMotta Stallone e De Niro hanno interpretato i due personaggi più iconici del cinema di boxe. Dunque 'Il grande match' prometteva bene: purtroppo si limita ad ammiccare ai celebri precedenti senza imboccare una via precisa, ma restando incerto tra il 'private joke' e qualche accenno di dramma. Se il cast di supporto ripropone vecchie conoscenze (Alan Arkin, Kim Basinger), a momenti sembra che Bob e Sly stiano recitando in un film virtuale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 gennaio 2014)

"70 e 67 anni, ma Toro scatenato e Rocky Balboa non gettano la spugna: Bob e Sly organizzano con autoironia e nostalgia 'Il grande match'. Talento, mestiere e divertimento, ma soprattutto la certificazione dell'inesistente ricambio generazionale a Hollywood. Flop natalizio negli States, eppure, questo Match rassicura e sciorina senile saggezza: ottimo con birra e deambulatore." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 9 gennaio 2014)

"Puntare su 'Rocky' contro 'Toro scatenato' quarant'anni dopo? Sembrava un'idea poco felice. Il primo un enorme successo popolare, il secondo uno dei capolavori della storia del cinema: come coniugare questi due opposti modelli filmici e le figure altrettanto inconciliabili dei divi protagonisti? Eppure il film di Peter Segal si lascia vedere con simpatia. (...) A parte i pugni, il duetto funziona con il marmoreo Stallone che incassa le battute a raffica del marpione De Niro, e poi gli risponde con un colpo secco ben indirizzato. E i due condividono (oltre alla comune origine italiana) un viso segnato dagli alti e bassi della vita e il coraggio di continuare a mettersi in gioco, di rischiare." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 gennaio 2014)

"Quanto gioca, il pregiudizio, nella valutazione critica di un film? Non poco, cari lettori. Siamo andati a vedere 'Il grande match' con un pre-giudizio - ovvero, un giudizio già formato - pesantuccio. Riassumibile nella seguente frase: ma perché dobbiamo perdere due ore della nostra vita a vedere De Niro e Stallone che fanno a cazzotti alla verde età di 67 (Sly) e 70 (Bob) anni? Poi comincia il film, il vostro voyeur cinematografico di fiducia si diverte come un bimbo e il pregiudizio negativo rischia di trasformarsi in un'ipervalutazione troppo generosa. Diciamo allora che 'Il grande match' è un film discreto, molto divertente per alcuni aspetti e altamente assurdo per altri; che per essere goduto appieno esige la conoscenza di 'Rocky' (per Sly) e di 'Toro scatenato' (per Bob); che il gioco dei riferimenti cinefili diventa un tutt'uno con una riflessione qua e là melanconica, ma in ultima analisi spiritosa, sul passare del tempo e dell'età. Peter Segal, il regista che ha messo in piedi la folle operazione di far incontrare sul ring Rocky e Jake LaMotta, viene dalla commedia. Ha diretto filmetti non sgradevoli come 'Terapia d'urto', '50 volte il primo bacio' e soprattutto 'Una pallottola spuntata 33e1/3', episodio finale di una fortunatissima saga demenziale. Il rischio dell'enfasi e del melodramma - con un simile uomo al comando - viene evitato. (...) Quando si arriva al match, che dura dieci riprese ed è cruento come i vecchi scontri di Rocky, si vorrebbe entrare nel film e implorare i due di smetterla. Ma ha ragione Stallone (che se ne intende, più di De Niro) quando afferma che la boxe al cinema è diversa dalla boxe sul ring, è uno sport totalmente simbolico (e quindi «immaginario») nel quale si sublima la lotta che ognuno di noi deve combattere da quando nasce a quando muore. Le schermaglie fra Stallone, operaio dolente come Rocky, e De Niro, imbonitore cialtrone come LaMotta, sono però spassose e qua e là toccanti. Non alzatevi sui titoli di coda perché la chicca si nasconde lì: uno strepitoso cammeo di Mike Tyson e Evander Holyfield, nei panni di se stessi, chiamati a rimettere in scena i loro veri match mondiali. Holyfield è sempre senza un orecchio, ma sembra pronto a mettere rischio anche l'altro..." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 9 gennaio 2014)

"Tutti i film che lo vedono protagonista, anche quelli oggettivamente meno riusciti, rispondono a un'economia e a una gestione dell'immagine che Stallone ha sapientemente amministrato nel corso degli alti e bassi di una carriera esemplare iniziata ben 44 anni fa (e che ormai assomiglia straordinariamente a quella di John Wayne, se si riflette su come la sua immagine ha impattato sul cinema statunitense e di conseguenza sull'immaginario collettivo). Rispetto a Burt Reynolds e Charles Bronson, due icone action degli anni Settanta, Stallone ha sempre dialogato con il tempo che passa e le mutazioni che questo scorrere imponevano al suo corpo. Autentico corpo in perenne mutazione, Stallone è una macchina mitopoietica che racconta sostanzialmente una sola storia (e non è un difetto): la storia dell'ascesa e della caduta, della lealtà e dell'onore, della colpa e della pena. 'Il grande match', che sulla carta ha tutta l'aria di un film di Robert Aldrich (come non pensare alla malinconia di 'California Dolls'?) o di Walter Hill, in assenza di un regista degno di questo nome, poggia tutto sulle spalle di Stallone e dei magnifici attori che lo affiancano nell'impresa. Primo un geniale Robert De Niro, qui alla sua migliore prova attoriale da molti anni a questa parte, e da un Alan Arkin sornione e cialtrone che accoglie su di sé i ruoli che furono di Burgess Meredith e Burt Young in 'Rocky'. Con grande spregio del pericolo, Stallone rimette mano alla mitologia di Rocky Balboa, pietra angolare della sua persona pubblica, mentre De Niro riprende il ruolo di Jake LaMotta (...) Non c'è bisogno di procedere nel riassunto della sinossi per sapere come finisce ma, ed è qui che sta esattamente la colta sofisticazione popolare di Stallone cineasta e narratore, si sospende l'incredulità dopo i primi minuti di film, ci si abbandona al piacere purissimo del racconto, si ride alle battute a volte scontate e si partecipa felici di un rito collettivo che non ha bisogno di molte motivazioni o giustificazioni per essere celebrato. Lo schema, ancora una volta, è quello di 'Fuga per la vittoria' ossia a volte è possibile tornare a casa. E vincere. Segal, che nel mondo di Aldrich o Hill non durerebbe un secondo, si gioca la carta della sitcom di periferia, e azzecca persino qualche squarcio di fabbrica, un interno operaio e l'inquadratura della credenza di Stallone piena di scatolame. Per il resto si lascia guidare per mano da Sly che come regista non è secondo a nessuno. In termini musicali, 'Il grande match' è come un disco di Southside Johnny o di Dion Di Mucci. La musica è sempre la solita, ma ciò che conta è la convinzione dell'interprete. D'altronde sarebbe un gioco troppo facile fare le pulci critiche al film mentre è proprio la sua assoluta inattualità, la ragion d'essere principale di un'operazione che conta solo sulle facce e i corpi dei protagonisti per esistere. Il grande match è cinema popolare allo stato puro. Certo, si potrebbe obiettare che una volta questi racconti erano minoritari rispetto all'industria culturale mentre oggi 'Il grande match' proviene dal cuore dello show business e che, per dirla con Daney, la reinvenzione ingenua dello stereotipo è un errore politico. La differenza, in questo caso, è Stallone: divo e corpo politicamente pre-politico. Lui nasce come racconto popolare, proiezione frankcapriana che sorge nel cuore degli anni Settanta, quando l'America osava ancora sognarsi innocente; esorcismo paramnestico anti-Vietnam che non sarebbe riuscito nemmeno a Rambo qualche anno dopo. Il grande match è un osservatorio privilegiato per continuare a ragionare su un regista e attore in grado di reinventarsi instancabilmente pur restando fondamentalmente fedele a se stesso senza mai ripetersi. Proprio come i grandi e irripetibili divi della Hollywood di una volta, quando i film di John Ford erano i film di John Wayne." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 9 gennaio 2014)

"Piacerà a patto di lasciarvi andare all'operazione nostalgia. Rivedere da vecchietti arzilli il Rocky e il Toro Scatenato di sei lustri or sono (alla full immersion nel tempo perduto contribuisce la partecipazione di Kim Basinger che all'epoca copulava per 'Nove settimane e mezza'). Certo, a chi non vagheggia il passato, l'operazione sembrerà un po'goffa. E tristanzuola." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 gennaio 2014)

"Toro Scatenato contro Rocky. Nella (poca) fantasia hollywoodiana c'è spazio anche per questo, sfidando il senso del ridicolo, sempre che ce ne sia ancora uno. Non che questa operazione nostalgia sia completamente fallimentare. Anzi, qualche (rara) risata la strappa pure, come quando i nonni si travestono in modo improbabile per allietare i nipotini. Qui, più o meno, avviene lo stesso, con Stallone (67 anni) e De Niro (70 candeline spente) nei panni di due ex pugili, acerrimi rivali anche per via di una donna (la Basinger sempre in splendida forma) e con i conti in sospeso, che si ritrovano, nonostante l'età, a combattere sul ring. (...) Per tirare le quasi (eccessive) due ore del film, cosa ti organizzano gli sceneggiatori? Che la Basinger aveva tradito Stallone proprio con De Niro. Con il quale aveva fatto un figlio che il nostro, ovviamente, non sapeva di avere. E così, sullo sfondo di improbabili allenamenti (i momenti più divertenti del film), c'è spazio anche per un po' di pathos, anche se il vero dramma è stato quello di aver sfruttato due icone dei film di pugilato per una operazione della quale si poteva tranquillamente fare a meno." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 9 gennaio 2014)
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