Il diavolo veste Prada

The Devil Wears Prada

USA - 2006
Andy Sachs, neolaureata e originaria di una cittadina di provincia, si è trasferita a New York dove ha trovato lavoro come assistente di Miranda Priestly, celebre editrice della rivista di moda 'Runaway'. Una posizione invidiabile se non fosse che il suo nuovo capo è una donna dispotica che le rende la vita impossibile perseguitandola con telefonate anche nel cuore della notte. L'ingenua Andy si ritrova improvvisamente catapultata in un universo a lei sconosciuto, fatto di abiti firmati, feste piene di vip e regali costosi e, come se non bastasse, Emily, la prima assistente di Miranda, cerca in ogni modo di farla fuori rendendosi sempre più simile al loro capo. Grazie ai preziosi consigli di Nigel, l'editore della rivista, la vita di Andy sembra migliorare giorno dopo giorno ma i suoi vecchi amici e il suo fidanzato non sembrano essere d'accordo.

CAST

NOTE

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

- GOLDEN GLOBE 2007 COME MIGLIOR ATTRICE IN UN FILM MUSICAL/COMMEDIA A MERYL STREEP.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (MERYL STREEP) E MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"Divertimento al diapason e show d'attori intonati e maliziosi ha già dispensato alla stampa 'Il diavolo veste Prada', l'atteso dulcis in fundo della Mostra. Si tratta, per la verità, di una classica commedia senza salvacondotto, uno di quei film che possono fare solo del bene al disorientato e ormai fuggiasco Grande Pubblico: sia pure sardonico e tagliente nei confronti dell'alta moda, uno dei contemporanei feticci consumistici, il regista David Frankel trasforma l'omonimo bestseller in una contro-favola sul mito di Pigmalione rivisto alla maniera di 'Pretty Woman'. (...) In quanto al moloch che determina, dopo infinitamente spassosi siparietti, la benefica catarsi di Andrea, basta dire che Meryl Streep gli conferisce tutta la gamma dei suoi virtuosismi espressivi: un catalogo a dir poco memorabile di toni alti e toni bassi, ottusità morali e bizantinismi diplomatici, ferrei autocontrolli e abissali miserie affettive. Con un pezzo finale che resterà nell'archivio cinefilo, un barlume di umanità e un mezzo sorriso complice bruscamente spezzati dall'imperioso go! rivolto all'esitante autista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 settembre 2006)

"David Frankel, il regista, è anche quello di 'Sex and The City', e il meccanismo in fondo è lo stesso, un rutilante mondo dell'immagine falso quel tanto che basta per renderlo glamour, una favola in cui il brutto anatroccolo diventa cigno, ma siccome ha cervello e senso morale non si lascia irretire dalle sirene della carriera fine a se stessa e senza scrupoli. (...) cammei di Valentino, Heidi Klum e Bridget Hall che fanno se stessi, Meryl Streep che è un po' Crudelia della 'Carica dei Centouno', un po' la Regina cattiva di Biancaneve, un po' Anne Wintour direttrice di Vogue America, Carla Sozzani direttrice di Vogue Italia, Krizia, Miuccia Prada... Il risultato non è sgradevole, molto patinato, molto leccato, molto pubblicitario, uno spottone che vale quell'ora e mezzo di pura evasione. Meryl Streep fa naturalmente la parte del leone, e il suo tono di voce, basso ma gelido, è destinato a fare scuola nel mondo reale del giornalismo di moda, Anne Hataway è graziosa al punto giusto e anche qualcosina di più, Stanley Tucci fa il braccio destro, gay e discreto, della temutissima direttrice senza strafare. Gli attori migliori, comunque, sono gli abiti." (Stelio Solinas, 'Il Giornale', 13 ottobre 2006)
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