Il caso Spotlight

Spotlight

USA - 2015
Basato su fatti realmente accaduti è la storia del team di reporter del "Boston Globe", noti con il nome di "Spotlight", che ha portato alla luce un'inquietante verità: la complicità della Chiesa locale negli abusi sui minori. Da questa inchiesta è nato un caso di portata mondiale. Nell'estate del 2001, il giornalista Marty Baron arriva da Miami per prendere incarico come direttore del quotidiano "Globe" e per prima cosa incarica il team Spotlight di indagare sul caso di un sacerdote locale, accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di 30 anni. Consapevoli che perseguire la Chiesa cattolica di Boston provocherà serie conseguenze, il caporedattore di "Spotlight" Walter "Robby" Robinson, i giornalisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes, e il ricercatore Matt Carroll iniziano a scavare profondamente nel caso attraverso colloqui con l'avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian, interviste ad adulti che sono stati molestati da bambini e perseguendo il rilascio dei casellari giudiziari sigillati. Ben presto per il gruppo diventa evidente quanto la protezione sistematica dei sacerdoti implicati da parte della Chiesa sia molto più ampia di quanto avessero mai immaginato. Nonostante la ferma resistenza dei funzionari religiosi, tra cui il Cardinale Law di Boston, nel gennaio 2002 il "Globe decide di pubblicare l'inchiesta, aprendo la strada per ulteriori rivelazioni, anche a livello internazionale.

CAST

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 72. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2015), HA OTTENUTO IL 'PREMIO BRIAN'.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2016 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGISTA E SCENEGGIATURA.

- OSCAR 2016 PER: MIGLIOR FILM E SCENEGGIATURA ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGIA, ATTORE (MARK RUFFALO) E ATTRICE (RACHEL MCADAMS) NON PROTAGONISTI E MONTAGGIO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2016 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Bel film d'impatto morale: ricalca i fatti, fa tifare le coscienze, senza generalizzare né i meriti né le colpe, ma dando la giusta parte di vergogna alla casta degli avvocati speculatori. Tom McCarthy vince con un magnifico cast (...)." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 febbraio 2016)

"Versione per lo schermo di un'inchiesta che ricevette il Pulitzer, 'Il caso Spotlight' è un film che andrebbe mostrato nelle scuole di giornalismo. Di regola, il cinema ha fatto dei reporter o degli eroi, oppure dei bastardi da prendere con le molle; mai, o quasi (con la parziale eccezione di 'Tutti gli uomini del Presidente'), ci ha mostrato come debba svolgersi un'inchiesta giornalistica. Lo fa qui. I reporter bussano alle porte delle vittime, esaminano ponderosi dossier negli archivi e nelle biblioteche, stanno costantemente attaccati al telefono. Perché è in questo che consiste il giornalismo investigativo: accendere il riflettore sulle zone d'ombra, 'unire i punti' in apparenza dispersi per far venire fuori la figura intera. (...) Però 'Spotlight' ha anche altri meriti. Se pure si astiene dalla retorica del giornalista eroico che fa trionfare la giustizia contro tutto e contro tutti, non per questo è privo di emozioni, di ritmo o di efficacia drammatica. Al contrario. Tom McCarthy lo mette in scena come un suspenser, se non addirittura come un thriller; tanto da farci appassionare a una vicenda di cui conosciamo già in partenza la fine, innescando l'empatia dello spettatore e dandogli la sensazione di far parte, anche lui, del gruppo investigativo. È perfino banale affermare che, a questo risultato, contribuisce in maniera determinante un cast d'eccellenza (...)." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 18 febbraio 2016)

"Un caso che scotta. Un giornalista o un gruppo di giornalisti che indaga tra pericoli e depistaggi. Una città (una nazione) che scopre il marcio dietro le apparenze. Quanti film simili abbiamo visto? Negli anni d'oro di Hollywood, che furono anche gli anni d'oro della carta stampata, l'eroico reporter era una figura così popolare che il filone ha prodotto volumi, retrospettive e battute ancora celebri come «È la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente» (Humphrey Bogart, 'L'ultima minaccia', 1952). 'Il caso Spotlight' di Thomas McCarthy, attore-regista da tenere d'occhio per la trasparenza dello stile, aggiorna il genere portandovi una dimensione nuova. Il dubbio, le discussioni, la circospezione, che non significa noia, con cui procedono quei giornalisti del 'Boston Globe' (...). Non è fantasia, è tutto autentico. E autentica e sfaccettata, in questo gran bel film, è la ricostruzione della lunga inchiesta che portò al risultato finale. Non una marcia trionfale, perché il giornalismo investigativo, oggi a rischio di estinzione, è una tessitura lenta e minuziosa. Ma una complessa partita di scacchi giocata dai cronisti su più fronti. (...) La forza della sceneggiatura e la bravura fenomenale degli attori fa il resto. Con l'aria (e il cinema) che tira, un formidabile antidoto al nichilismo e al populismo dilaganti. E scusate se è poco." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 febbraio 2016)

"Per raccontare questa fantastica impresa giornalistica, il regista Tom McCarthy ha scelto una strada anti-spettacolare. Niente cadenze da thriller in stile 'Tutti gli uomini del Presidente', ma una ricostruzione rigorosa dei fatti; niente toni epici, ma grande risalto al tenace lavoro e al coraggio morale di un pugno di reporter, ben consapevoli che rompere la barriera di omertà nella metropoli più cattolica degli Usa poteva comportare una messa al bando sociale e professionale. (...) gli interpreti (...) incarnano i personaggi reali in modo convincente, impegnandosi con analogo spirito di squadra a portare l'attenzione sulla storia piuttosto che a imporsi come singole personalità. Si può lamentare l'assenza di un piglio narrativo più grintoso; e tuttavia, è forse in virtù della sua impeccabile sobrietà di racconto che 'Spotlight' si è aggiudicato ben sei nomination, fra cui quelle principalissime di film e regia. E gli spettatori, scrivendo su Internet giudizi del tipo «Meraviglioso dramma sull'importanza del giornalismo investigativo», hanno dimostrato di averne afferrato in pieno la sostanza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 18 febbraio 2016)

"(...) siamo davvero sicuri che un film nobile, che racconta un caso di cronaca dal quale la stampa esce vincitrice e si schiera dalla parte giusta (perché questa è una storia in cui c'è una parte giusta, senza sfumature: i buoni di qua, i cattivi di là) sia per forza bello? Noi non lo siamo, e siamo anzi convinti che la forbice tra 'capolavoro' e 'schifezza' sia amplissima e piena di mille sfumature. Il nostro pacato giudizio su 'Il caso Spotlight' è che si tratti di un film buono, medio, normale. Il cinema americano ha una gloriosa tradizione di film sul giornalismo (...). Alcuni di questi film avevano valori di regia e di messinscena che 'Spotlight' non può vantare. Tom McCarthy, attore di medio livello passato alla sceneggiatura e alla regia, svolge un lavoro corretto ma senza guizzi. Se fossimo di fronte a un film italiano sfodereremmo un vieto luogo comune della critica e diremmo che si tratta di un lavoro di taglio televisivo. Poiché siamo negli Usa, dove la televisione è enormemente più creativa del cinema, dobbiamo invece parlare di un film dallo stile piatto: ben scritto, benissimo recitato, diretto in modo molto convenzionale. Questo, naturalmente, non sminuisce l'importanza di ciò che il film racconta e la sua utilità di 'ripasso' storico. (...) Per noi italiani, 'Il caso Spotlight' è un film che provoca domande angoscianti e ancora senza risposta. Eccezionale il cast, con Mark Rullalo e Michael Keaton nella parte dei migliori in campo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 18 febbraio 2016)

"(...) un prodotto schematico e incolore, una specie di cinema radiofonico con scenografie e luci così cheap, scadenti da ricordare le nostrane, famigerate fiction di Rai e Mediaset. Il bignamino storico (...) si conclude come da copione sulla nostalgia del giornalismo d'antan e l'anatema contro quello sciatto e frettoloso instaurato dalla Rete." (Valerio Cappelli, 'Il Mattino', 18 febbraio 2016)

"Avercene. Di questo giornalismo investigativo, e di questo cinema che gli rende giustizia con la medesima urgenza etica: 'II caso Spotlight' lo devono vedere tutti, chi fa film e chi li guarda e basta. (...) regia, illuminante come da titolo, di Thomas McCarthy, 'Spotlight' imbarca grandi attori - Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber e Stanley Tucci - e un ospite inatteso per troppo cinema corrente, la verità. (...) non perdetelo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 18 febbraio 2106)

"Piacerà ai nostalgici del grande vecchio cinema civile americano, quello dei reporters 'crusaders', i giornalisti crociati che andavano avanti senza guardar in faccia nessuno. E a coloro che rimpiangono il cinema manicheo d'antan coi suoi «buoni» indubbiamente buoni, e i suoi cattivi sicuramente fetenti anche se porporati. Questa full immersion nello schermo perduto va a bersaglio perché il regista Tom McCarthy ha potuto usufruire di una sceneggiatura (firmata Josh Singer) scritta da Dio (...). Perché i personaggi son tutti colleghi coi quali ogni giornalista (e non solo) vorrebbe identificarsi. Proprio perché non super, perché fallibili a ogni passo. Chi non vorrebbe avere in redazione il Rezendes di Mark Ruffalo, anche se sempre spigoloso, anche se frequentemente sul filo della paranoia? O essere patrocinato da un leguleio pittoresco come l'impagabile Stanley Tucci?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 febbraio 2016)

"La pellicola diretta da Thomas McCarthy riesce, in maniera efficace, a far rivivere allo spettatore quei momenti, grazie ad un cast dove ogni attore e attrice è perfettamente nella parte. (...) il regista, in modo sobrio e lineare, non fa una battaglia contro la Chiesa, preferendo invece raccontare le conseguenze, in termini di fiducia nella stessa, di vittime, parenti e amici. Una pellicola che volutamente non ha guizzi, ma che racconta un modo di fare giornalismo spazzato via, come tante altre cose, l'11 settembre di quel 2001." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 18 febbraio 2016)

"Lo schema narrativo è quello solito già ampiamente praticato a Hollywood a partire da «Tutti gli uomini del Presidente» nel 70 sul Watergate e il «Washington Post», con i giornalisti intraprendenti e pieni di iniziative, il loro direttore che, arrivato da poco al «Boston Globe», li incita e li sprona incoraggiando quanti in mezzo a loro si sentono a disagio all'idea di mettersi contro la Chiesa notoriamente molto potente a Boston e subito pronta a mettere in campo, per difendere il proprio operato, avvocati di fama e tribunali. Un canovaccio che via via si dipana, sostando con abilità su quei tanti personaggi, in redazione e in strada, fra ecclesiastici e laici, e finendo per farci un quadro convincente di tutta la situazione, sia quella vista e vissuta dal gruppo dei giornalisti investigativi, denominati, come enuncia il titolo originale «Spotlight», sia quella dei loro avversari sconfitti da un finale che, dopo le rivelazioni giornalistiche, vedrà le tante vittime fino a quel momento impaurite e silenziose, prender la parola e rivelare le sofferenze patite. Da lodare tutti gli interpreti (...). Tutti molto autentici e sinceri." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 19 febbraio 2016)

"Come raccontare la distruzione di un'identità in formazione, nei passaggi più brutali, nelle conseguenze più dolorose, nelle responsabilità di individui e istituzioni? McCarthy (...) scava nelle ferite umane evitando la trivellatrice mentre ricostruisce le fasi dell'inchiesta partita dall'agguerrita redazione Spotlight del 'Globe' (...) ottimo cast (...)". (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 19 febbraio 2016)

"Perfetto film di genere, ambientato nel mondo del giornalismo americano, diretto alla perfezione dal regista Tom McCarthy. (...) l'attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 20 febbraio 2016)
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