Hereafter

USA - 2010
5/5
Hereafter
Una giornalista parigina, un operaio di San Francisco e uno ragazzino londinese vengono toccati dalla morte con differenti modalità. Marie, dopo essere stata trascinata in acqua dallo tsunami in Indonesia, si trova a vivere un'esperienza tra la vita e la morte. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre e cercherà di raccontare questa esperienza, ma pochi saranno disposti a crederle. George ha la facoltà di mettersi in contatto con i morti e per lungo tempo si è guadagnato da vivere come sensitivo. Tuttavia, convinto che "vivere a contatto con la morte non è vivere", ha abbandonato tutto e ha cambiato vita, ma convivere con un 'dono' come il suo e soprattutto riuscire a vivere un sereno rapporto con gli altri si dimostra complicato. Marcus ha perso il fratello gemello Jason in un incidente stradale ed è alla disperata ricerca di alcune risposte. Nel frattempo, i servizi sociali si occupano del suo caso che si rivela più complicato del previsto. Ognuno dei protagonisti cercherà di riuscire a rispondere alle domande che da sempre assillano l'essere umano: cosa c'è oltre la morte? Come può una persona scomparire per sempre? Chi rimane come può continuare a vivere?
  • Durata: 129'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: CLINT EASTWOOD, KATHLEEN KENNEDY, ROBERT LORENZ PER MALPASO PRODUCTIONS. THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, ROAD REBEL
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA (2011) - BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO (2012)
  • Data uscita 5 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Marina Sanna
La differenza tra Clint Eastwood e gli altri è la capacità di raccontare storie sempre diverse. Secondo la tradizione americana classica, eppure pochi altri ancora lo fanno e così puntualmente e con grande efficacia. Alcuni sono capolavori, ma qui ci si perde nel giudizio soggettivo dello spettatore e o critico. Senz'altro in molti convergono su qualche titolo, Gli spietati, Mystic River, Un mondo perfetto, Million Dollar Baby, e così via: perché ce n'è per tutti. Scorrendo la lista delle oltre trenta opere, si spazia dal thriller di genere (Nel centro del mirino, Debito di sangue) ai western (Il cavaliere pallido, Il texano dagli occhi di ghiaccio), alla guerra (in duplice prospettiva: Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima), al romantico e struggente Ponti di Madison County. E' un bel mistero per Hollywood, soprattutto per chi pensava di averlo ridotto in modo semplicistico a repubblicano, conservatore e reazionario, seguendo la sua carriera di attore, prima macho cavallerizzo con Sergio Leone poi ispettore Callaghan per Don Siegel, diventato timidamente regista con Brivido nella notte. A 80 anni compiuti, dopo aver realizzato Gran Torino, lucido e disincantato spaccato sull'America razzista di oggi, e Invictus, apologo di una riunificazione politica, quella di Nelson Mandela e del martoriato Sudafrica, simbolo di un processo che non è più solo un problema per i paesi del cosiddetto terzo Mondo (impossibile non ravvisare nella figura di Morgan Freeman un leader di cui ha bisogno anche l'America di Obama), con Hereafter, scritto dal bravo Peter Morgan, ha fatto un passo ulteriore. Non è un film sulla morte, è un atto di amore e di speranza. E' un'opera magistrale sul significato della vita e sulla solitudine fatta da un uomo che non ha paura di niente e di nessuno.
Tre storie, ambientate rispettivamente a Parigi, San Francisco e Londra. Tre persone: una giornalista famosa (Cecile de France), un sensitivo perseguitato dal suo dono (Matt Damon) e due gemelli dodicenni (bravissimi Frank e Lloyd) con una madre tossica e alcolizzata. La prima viene travolta e sopravvive allo Tsunami, esperienza che la cambia profondamente, il secondo scappa da una routine in cui i morti sono preponderanti rispetto ai vivi, dei due fratellini ne rimane uno solo. Tutti hanno a che fare con l'elaborazione di uno o più lutti e per caso (più per destino) si ritrovano nello stesso luogo e momento a Londra. Quello che succede è importante per capire la premessa e la sostanza del film. Che si chiude con una delle scene d'amore più belle mai viste al cinema, aggiunta dallo stesso Eastwood al copione originale di Morgan. Le sequenze iniziali dello Tsunami, girate tra le Hawaii e gli studi Pinewood di Londra, sono impressionanti. Efficaci e autentiche come quelle che hanno il giro delle televisioni di tutto il mondo. Gli attori sono magnifici e Matt Damon regge alla perfezione una parte difficilissima, senza mai sbagliare espressione. Ma il cuore di Hereafter è quello del regista: un fiume in piena che travolge lo spettatore.

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: STEVEN SPIELBERG E PETER MORGAN.

- MICHAEL OWENS, BRYAN GRILL, STEPHAN TROJANSKY, JOE FARRELL SONO STATI CANDIDATI ALL'OSCAR 2011 PER I MIGLIORI EFFETTI VISIVI.

- DAVID DI DONATELLO 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- NASTRO D'ARGENTO 2011 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"La prima reazione, dopo aver visto il film di Eastwood chiudere il festival di Torino, era stata una specie di risposta (si parva licet...) alla freddissima accoglienza della stampa americana a 'Hereafter' (letteralmente Aldilà): ma come si poteva non farsi catturare da un film così diretto ed emozionante, così bello e classico? Adesso, dopo aver fatto decantare l'emozione di quella prima visione, si può tornare sul tema cercando di approfondirne i temi e le scelte. Cominciando da uno 'spostamento', quello dell'attenzione del regista che non è più calamitata dagli sforzi del singolo, come negli ultimi film. Qui il racconto si apre su una più complessa struttura corale: vengono in mente i due film su Iwo Jima (dove però il tema della guerra finiva per inglobare quello dei singoli soldati) e poi 'Mystic River' (dove comunque la visione del Male che distrugge sogni e innocenza unifica le diverse storie personali) ma forse bisogna tornare indietro a 'Mezzanotte nel giardino del bene e del male', per ritrovare lo stesso gusto e lo stesso piacere del racconto. Oltre alla stessa idea che la verità è nell'occhio di chi la guarda'. Perché 'Hereafter' non vuole convincerci che esista un aldilà: accetta l'ipotesi con il tradizionale pragmatismo americano (...) e su questi presupposti costruisce una storia. Anzi tre." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 gennaio 2011)

"Clint Eastwood, 81 anni a maggio, è un regista miracoloso, pure miracolato. Più invecchia più gira film moderni, essenziali, toccanti senza essere piagnoni, mai senili. (...) 'Hereafter' conferma il momento felice. In mano a Steven Spielberg, che qui coproduce, il copione scritto dall'inglese Peter Morgan sarebbe diventato un'altra cosa, l'elemento fantastico e ultraterreno avrebbe fatto prendere alla storia un'altra direzione. Eastwood, invece, manovra la materia, infida, a tratti a un passo dal ridicolo, con un pragmatismo poeticamente ammirevole: l'aldilà evocato dal titolo è un'ipotesi possibile ma non dimostrabile, un mistero dolente che, nella visione morale (non sepolcrale) del film, riguarda soprattutto l'esistenza tribolata nell'aldiquà. Scandito da musiche minimaliste come sempre composte da Eastwood al pianoforte, 'Hereafter' parte come un filmone catastrofico, a forte impatto spettacolare, ricolmo di effetti speciali. Un modo per farci toccare quasi con mano, in apnea, l'esperienza vissuta dalla giornalista francese Marie Lelay, cioè Cécile De France. (...) Le presenze ectoplasmatiche ogni tanto affioranti sullo schermo sono un tributo 'di genere' che si perdona volentieri a un film severo, emozionante, capace di muoversi su un crinale delicato, rispettando ogni prospettiva (materialista e spiritualista), senza rinunciare a un preciso punto di vista sulla società occidentale." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 4 gennaio 2010)

"A ottant'anni, ma ancora nel pieno della giovinezza artistica, Clint Eastwood ha deciso di affrontare la domanda delle domande in maniera diretta e sconvolgente: esiste qualcosa oltre la morte? Un'avvertenza. Non si tratta di un film di genere. Di qualsiasi genere. I cultori delle ghost stories o degli horror ne rimarranno delusi. 'Hereafter' è da sconsigliare a chi crede già nel soprannaturale, ai clienti della fiorente industria collegata e agli abituali spettatori di baggianate ai confini della realtà. Al contrario, lo si raccomanda agli scettici, agli atei, meglio ancora se ferrei. A coloro che sono ancora convinti che le religioni siano l'oppio dei popoli. Perché a loro il film è rivolto. (...) Con un materiale simile qualsiasi regista e qualsiasi sceneggiatore finirebbero inghiottiti in una terra di nessuno fra il bizzarro e il sentimentale. Non questo regista e non questo sceneggiatore, Peter Morgan, che aveva già dato prova di talento in film completamente diversi come 'Frost-Nixon' e 'The Queen'. Non manca nulla del necessario per fare un bel film. La forza delle immagini e dei dialoghi, il tocco magico nel filmare le città, la recitazione memorabile dei protagonisti, compresi i piccoli gemelli, e di alcuni comprimari, a cominciare da Bryce Dallas Howard nella parte di Melanie, fuggevole possibilità per George di una vita normale. Ma 'Hereafter', è i caso di dirlo, va molto aldilà di un bel film. Grazie allo sguardo del regista, che non smette di meravigliare. Carico di pietas sulla vita delle cosiddette persone normali infinitamente più affascinanti degli uomini che fanno la cronaca e la storia." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 5 gennaio 2011)

"II regista di 'Million Dollar Baby', 'Gran Torino' e un'altra manciata di pellicole più o meno riuscite ma sempre meritevoli di considerazione apparecchia un plot fatto di pretesti a basso costo: la scena dello tsunami che si abbatte sulla spiaggia delle Maldive toglie il fiato ma gli effetti speciali costano poco e si vede, l'idea delle tre storie che magicamente s'intrecciano nel finale a sorpresa è un inno al già visto, le musiche non suscitano nemmeno metà delle emozioni sonore di 'Gran Torino', gli attori - Matt Damon compreso - si muovono sempre sul crinale della sufficienza, le immagini di un aldilà vago e luminescente non colpiscono per originalità, la dottoressa che studia i fenomeni paranormali nel laboratorio-chalet immerso nelle alpi è una macchietta. (...) L'ultima consolazione resta l'amato Dickens. Clint Eastwood ha ottant'anni, e li dimostra; in 'Hereafter' non si sente il bisogno di orpelli, di effetti, di tecnicismi, espedienti e nemmeno di un ritornello consolatorio che scandisca formule per non sentire il dramma dell'ineluttabile. Basta la nuda indagine sul dopo, l'aldilà, che poi è tutto un andare e venire che interroga i personaggi viventi, gli stessi che saranno accusati dai critici perbene di essere un po' picchiati per via di quelle domande alle quali non ci si può sottrarre." (Nicola Tiepolo, 'Libero', 5 gennaio 2011)

"A forza di sfumature si rischia di non rilevare più alcun tratto. Dura la vita dell'icona rude e reazionaria che improvvisamente si scopre poeta e cineasta sopraffino. (...) Eastwood è sempre stato un abile macchinatore di tragedie, un mirabile movimentatore di levette drammaturgiche: una strofa al pianoforte del solito motivo musicale abbassata di mezzo Eastwood ha comunque il più grande pregio tra tutti i suoi colleghi cineasti sulla cresta dell'onda: nel ripetere/variare non irrita e non infastidisce mai tono, un banale mezzo busto allungato di qualche secondo in più rispetto alla norma. Una ripetizione/variazione impercettibile, la cosiddetta leggerezza, che può proseguire all'infinito ma che aveva senso di fronte ad una messa in scena concentrata su pochi personaggi e su uno scenario preciso. In 'Hereafter' oltre ai tre eterogenei fili del racconto (...), ci sono alcuni ipertrofici errori di presunzione, o di esterna spinta produttiva: la rappresentazione iconografica, materica, pesante (di solito Clint sussurra) dell'aldilà; la ricostruzione in digitale di uno tsunami; l'intrecciarsi oltre ragione dei tre destini individuali. 'Hereafter' vuole 'sfiorare' il tema 'lieve' del rapporto delicato tra vivi e morti, tra dolore di chi rimane e necessità di contatto oltre la vita, ma sembra un elefante, amabilmente ottuso, nella classica cristalleria. Detto questo, Eastwood ha il più grande pregio tra tutti i suoi colleghi cineasti da quarant'anni sulla cresta dell'onda: nel ripetere/variare non irrita e non infastidisce mai. Guardare un film sbagliato come 'Hereafter' per credere." (Davide Turrini, 'Liberazione', 5 gennaio 2011)

"La morte ti fa vivo. Tre storie 'dell'altro mondo' che la solitudine farà convergere sotto il Big Ben: tra Dickens, che manda in estasi il buon Damon, e Dante, perché anche qui è 'l'amor che move il sole e l'altre stelle', Clint Eastwood tratteggia il suo Aldilà, letteralmente 'Hereafter', tenendo a bada la trascendenza e concentrandosi sull'umano e i suoi perché. Che vita è dopo la morte, la propria o di una persona cara? Preparate i fazzoletti, le lacrime vinceranno sugli applausi, perché l'80enne Eastwood non firma un capolavoro assoluto, bensì fa i conti esistenziali con l'anagrafe e concede tanto all'emozione e meno alla settima arte. Se lo sceneggiatore Peter Morgan dimostra maggior dimestichezza per le ragioni di Stato ('The Queen', 'I due presidenti') che di cuore, tsunami e aldilà hanno effetti poco speciali e il lavoro di Clint è più illustrativo e meno felice di altre volte." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 6 gennaio 2011)

"Ci voleva un regista immune da ogni tentazione religiosa o new age per rendere non solo accettabile ma imprevedibilmente riuscito e profondamente commovente un film intitolato all'aldilà, traduzione italiana di 'Hereafter'. Ci voleva un 80enne impregnato di cinema classico e lontano per nascita dalle due sirene più insidiose della nostra epoca, il virtuale e l'immateriale, per dare tutta l'evidenza fisica necessaria ai personaggi che mette in scena, ai mondi in cui vivono, ai sentimenti che li scuotono. Fino a fare dell'aldilà la metafora di qualcosa che potremmo chiamare in molti altri modi. Intimità, verità ultima, vicinanza fisica e spirituale, insomma amore, di sé e degli altri. (...) Con un tocco di concretezza e di pragmatismo molto americano (molto da grande cinema classico), che incardina ogni volta le emozioni dei protagonisti in oggetti, ambienti ed eventi cui Eastwood conferisce massima concretezza e presenza. Così il corso di cucina che con i suoi piaceri sensuali avvicina Matt Damon e Bryce Dallas Howard, le angosce dei due gemellini alle prese con la madre drogata, il peregrinare del sopravvissuto in cerca di un medium, o la passione di Damon per i romanzi di Dickens, non sono mai solo espedienti narrativi ma tessere di un unico, potente mosaico. Da cui l'aldilà emerge privo di echi metafisici per imporsi invece come misura e limite del nostro stare al mondo. È perché questa vita è unica - e finita - che è così preziosa. E 'Hereafter' ce ne restituisce tutto l'inebriante profumo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 gennaio 2010)

"Perché questo film di Clint Eastwood ha per contenuto la morte e le domande che la riguardano, eppure si esce dalla sala più lievi, più contenti? Questo attiene all'arte, e al fatto che essa ci rende consapevoli che il nostro desiderio di eternità non è vanità ma speranza. Grazie a essa le cose banali della vita possiamo vederle nella loro struttura di bene e di male, intravedendo una segreta trama. L'arte dice la bellezza della realtà, inevitabilmente. Ma come fa la morte a essere bella? (...) La morte è bella perché non è l'ultima parola sulla vita, ma nella sua terribilità dischiude la pienezza della vita. Questo sostiene questo strano poeta che forse oggi è il miglior regista in circolazione. (...) C'è molta ingenuità in questo racconto, ma non è paccottiglia. E soprattutto non si tratta qui di mettersi a esplorare mondi misteriosi per descrivere l'inimmaginabile, ma di gustare un profumo di una vita che da Qualcuno viene (chiamatela Natura se credete), ma è perfettamente irrazionale ritenere che dalla materia nasca il pensiero, che è superiore a essa." (Renato Farina, 'Libero', 7 gennaio 2011)

"Per entrare nello spirito dell'ottimo copione di Morgan, già autore di impeccabili lavori di tutt'altro genere come 'Frost/Nixon' e 'The Queen', la chiave di volta è Charles Dickens, che Damon si diletta ad ascoltare letto da Derek Jacobi. Per quella sua capacità di coniugare con naturalezza picaresco e impegno sociale, realismo e fantasmagoria, il romanziere vittoriano, che a un certo punto come si sa si avvicinò al paranormale, è in qualche modo l'ispiratore segreto del film. Il viatico che muove la storia al suo epilogo; e attraverso il quale allo scoccare dei fatidici ottanta, Eastwood ha scelto di affacciarsi alla soglia dell'inconoscibile, imbastendo con estrema finezza di regia e uno sguardo stoico che non indulge mai al patetico.." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 7 gennaio 2011)

"Dopo una prima mezzora di paura, ci si abbandona al più felice racconto sulla morte mai concepito sullo schermo. A ottant'anni, Clint Eastwood ha deciso di affrontare la domanda delle domande: esiste qualcosa oltre la morte? Risponde con tre storie di altrettante persone toccate in maniera differente dalla morte (...) che convergono soltanto nel finale. Con la sceneggiatura di Peter Morgan ('Frost-Nixon' e 'The Queen'),con la recitazione memorabile degli attori a cominciare dai piccoli gemelli, 'Hereafter' va molto aldilà di un bel film. Grazie allo sguardo del regista, è un racconto sulla morte dal quale si esce pieni di vita." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 8 gennaio 2011)

"Ci sono film che colpiscono pur lasciando interdetti. Da una parte intrigano, raccontando belle storie e toccando le corde giuste, dall'altra inducono qualche perplessità, perché sembrano interlocutori, in qualche modo imperfetti. È il caso di 'Hereafter', l'ultimo lavoro di Clint Eastwood. Probabilmente è per la delicatezza del tema, visto che il consumato regista vuole parlarci dell'aldilà. S'interroga su cosa c'è dopo la morte, spingendo gli spettatori a porsi la sua stessa domanda. E la risposta suggerita - in realtà non proprio convinta e definitiva - è che la morte non è la fine di tutto, ma che esiste un luogo, una dimensione in cui si trasmigra, con la quale peraltro qualcuno riesce a stabilire un contatto sia pure flebile e transitorio. Una tesi consolatoria per chi resta e di speranza per chi se ne va. Ma a Eastwood la fede sembra non interessare. Nel suo aldilà non appare nulla di religioso o di mistico. È un luogo asettico, indefinito e indefinibile, rappresentato così come viene descritto da quanti sostengono di aver vissuto esperienze di pre morte. Nulla di più? Il film, dai forti e accattivanti richiami dickensiani, racconta in parallelo le storie di tre persone toccate in vario modo dalla morte e che attraversano un periodo di grande solitudine. (...) Il film punta sui sentimenti ed Eastwood è straordinario, come sempre, a rappresentarli senza eccessi. Commuove, se si è disposti a lasciarsi andare senza pregiudizi, soprattutto nella vicenda dei due gemelli. Ma le visioni dell'aldilà, il ricorso a un medium 'accreditato' come tale a fronte di altri presentati come ciarlatani e il richiamo a spiriti che tentano di comunicare con chi è rimasto (in realtà è più vero il contrario), addirittura modificandone il corso della vita, sminuiscono la credibilità del racconto. Inoltre, si ha la sensazione che il consolatorio finale sia forzato. Le storie dei tre personaggi appassionano di più prese singolarmente che nel loro conclusivo intrecciarsi tanto poco realistico quanto atteso e fin troppo preparato, benché d'effetto. Tuttavia in 'Hereafter' si colgono la straordinaria sensibilità di Eastwood, la sua crescente passione nello scandagliare in profondità tra le pieghe più nascoste dell'animo umano e la delicatezza con cui affronta questioni difficili. Qui la riflessione si fa più intimista, perché tocca i temi del dolore, del distacco e del lutto, così come, sia pure incidentalmente, il peso del caso nel determinare i destini individuali. Di fatto tutto sembra ruotare attorno all'idea che non costa nulla credere a qualcuno che afferma di aver intravisto l'aldilà. Ma non c'è spazio per speculazioni filosofiche o riflessioni spirituali in questo semplice ragionamento. È solo una presa d'atto. (...) Credere o meno a una vita oltre la morte è, dunque, questione privata. Come pure cercare di dare un senso all'esistenza a partire proprio dalla consapevolezza che prima o poi si dovrà morire. Stroncato, forse troppo frettolosamente, in patria da una parte della critica che lo ha accolto con sostanziale freddezza, nonostante alcune debolezze 'Hereafter' è comunque un film - forse non quel capolavoro visto da molti soprattutto in Italia - che merita attenzione non foss'altro perché Eastwood ha avuto il coraggio di affrontare in modo originale e diretto un tema tabù. E di averlo fatto lievemente e con sincerità, andando oltre gli stereotipi dei film di genere. Una pellicola vecchio stile, che richiama un modo di fare cinema - sempre meno frequentato - per il quale nulla è più importante della storia che si vuole raccontare. Anche a costo di qualche imperfezione." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 gennaio 2011)
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