Gli invisibili

Time Out of Mind

USA - 2014
2/5
Gli invisibili
George ha perso ogni speranza: non ha posto dove andare e vive nelle fredde e inospitali strade di New York. Dopo aver trovato rifugio presso un grande centro di accoglienza per senzatetto, il Bellevue Hospital, George entrerà in contatto con la crudele e sconcertante realtà degli emarginati. Tuttavia, grazie all'amicizia stretta con uno degli ospiti del centro, George ritroverà la speranza e cercherà di ricostruire il difficile rapporto con sua figlia, che non vede da anni.
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: RICHARD GERE, MIRANDA BAILEY, LAWRENCE INGLEE, CAROLINE KAPLAN, BILL POHLAD, EDWARD WALSON PER LIGHTSTREAM PICTURES
  • Distribuzione: LUCKY RED (2016)
  • Data uscita 15 Giugno 2016

TRAILER

RECENSIONE

di
Non lo vede più nessuno, George (Richard Gere). E' ormai l'uomo invisibile, ma non è un supereroe: è un senzatetto, un clochard, un senza fissa dimora. Un barbone, nonostante barba e capelli mooolto curati. S'è perso, s'è lasciato andare a New York, dove pure ha una figlia (Jena Malone) che di lui non vuol sapere niente. Infine, trova rifugio al Bellevue Hospital, il centro di assistenza per homeless più grande di Manhattan, e trova un altro come lui (Ben Vereen) con cui, forse, fare amicizia.
E' Time Out of Mind - in italiano Gli invisibili - diretto da Oren Moverman (Rampart, The Messenger). Non è nemmeno un brutto film, ma è inutile, non "funziona": irrealisticamente bello e curato, il barbone Gere si dà anche da fare nel disadattarsi, ma non è mai un misfit credibile, meglio, efficace. E così il film: ok vederlo sempre all'esterno con inquadrature dall'interno, “sporcato” da vetri e altri diaframmi, il nostro George, ok sommergerlo con il tappeto sonoro metropolitano, ma è tanto rumore stilistico per nulla. Non c'è evoluzione, solo tanta noia: beati gli ultimi se i primi li sapranno raccontare...

NOTE

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA IX EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2014) NELLA SEZIONE 'CINEMA D'OGGI'.

CRITICA

"Il film scritto e diretto da Oren Moverman non ha sviluppo drammatico perché c'è un solo e unico dramma, quello della società che non si accorge di chi soffre, di chi chiede solo compassione." (Luca Pellegrini, 'Avvenire', 17 giugno 2016)

"Non ricordiamo un altro film che esprima così bene la solitudine, lo smarrimento, la monotonia delle giornate degli 'ultimi'. La cinepresa inquadra spesso le peregrinazioni del protagonista - tra ospizi per senzatetto e ospedali - inquadrandolo dietro superfici di vetro, grate e cancelli: come a rivelarne la 'trasparenza' agli occhi del mondo. Altrettanto espressivo l'ambiente sonoro, dove il fitto vocio circostante fa da contrappunto al silenzio di George." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 16 giugno 2016)

"II quotidiano tentativo di tenersi a galla, trovare di che mangiare e dormire: 'Gli invisibili' ci introduce nel mondo dei barboni (...). La maggior parte di noi gli sfila indifferente accanto, ma il senzatetto newyorkese del film di Oren Moverman non possiamo ignorarlo: sotto le sue vesti consunte, i suoi capelli grigi e lo sguardo perso si nasconde Richard Gere, squisito attore che della pellicola è protagonista e produttore. (...) Evitando ogni artificio narrativo, Moverman costruisce il film sul personaggio con un rigore che implica uno spettatore paziente, disposto a coinvolgersi nella storia di un personaggio senza (o quasi) storia. Nella consapevolezza che quell'individuo potremmo essere noi, tanto breve è il passo dalla luce all'ombra." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 giugno 2016)

"Ci vuole pazienza per apprezzare un film scorbutico ed enigmatico come il suo protagonista. Anche il regista Oren Moverman (...) all'inizio inquadra George dietro vetri, da lontano, spesso ai margini dell'inquadratura. Poi, lentamente, ci avvicineremo a un uomo sempre più consapevole di essere diventato un 'barbone'. (...) Bellissima prova di Gere, mai così maturo e sottile nella recitazione. Il cinema spesso ha rappresentato i clochard ma qui piuttosto che dalle parti romantiche di Terry Gilliam ('La leggenda del re pescatore') o Charlie Chaplin, siamo vicini ai toni cupi e disperati dell'esordio di Rohmer 'Il segno del leone'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 16 giugno 2016)

"Insolito, toccante dramma sull'emarginazione dei cosiddetti invisibili, come suggerisce l'azzeccato titolo tradotto. (...) Richard Gere è un credibile disperato, umiliato dalla grettezza umana e da una burocrazia crudele." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 16 giugno 2016)

"Un Richard Gere quasi irriconoscibile (volutamente più vecchio e malmesso dei suoi 67 anni). (...) Spiacerà a chi si aspettava una grossa interpretazione da Gere, per una volta lontano dai panni del fascinoso. Ma Richard s'è messo nelle mani sbagliate. Overman sembra più preoccupato di filmare una Grande Mela piena di luci e traffico che farci appassionare al destino dei reietti metropolitani. Una barba della durata non modica di 120 minuti." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 giugno 2016)

"Film con qualche imperfezione narrativa, ma valido e potente come racconto sociale. Gere si dà con intensità e realismo al ruolo del senzatetto George. Cinema dal respiro sociale, da vedere con attenzione in questo Giubileo della misericordia. Per non chiudere gli occhi..." (Dario Edoardo Viganò, 'Credere', 12 giugno 2016)

"Che li si chiami homeless o barboni, che si aggirino per le strade di New York o in quelle di Roma, alla Grand Central Station o alla Stazione Termini, non fa differenza. Sono uguali qui come dappertutto: sono degli invisibili. Una realtà durissima, oggetto di due pellicole presentate al Festival internazionale del cinema di Roma: un film, 'Time Out of Mind', diretto da Oren Moverman e interpretato da un intenso Richard Gere nei panni di un senza fissa dimora, e un documentario, 'Stazione Termini', firmato da Bartolomeo Pampaloni che racconta in presa diretta la vita di alcuni dei tanti clochard che 'abitano' il principale scalo ferroviario della capitale. Dunque, un'opera di fantasia e un docufilm per raccontare, entrambi con pregi e difetti, una medesima condizione di disagio sociale, di emarginazione e di degrado umano. 'Time Out of Mind' è stato per Gere probabilmente il film più impegnativo della carriera. Calarsi nei panni di George Hammond, da anni nel baratro di una vita senza più riferimenti e ora in strada a condividere l'esistenza difficile dei circa sessantamila barboni che si aggirano nelle vie della 'Grande mela', non è stato semplice. Un film girato in appena ventuno giorni, giocato più sulle emozioni e sulle situazioni che sulle parole. Il regista voleva dare al racconto un alone di verità, per questo ha chiesto più volte al protagonista di mischiarsi alla folla della metropoli senza che la macchina da presa fosse visibile. Voleva cioè raccogliere le reazioni della gente quando incontra un barbone. Reazioni sostanzialmente di indifferenza: chi vive questa condizione viene quasi annullato dal contesto in cui si muove, di fatto non esiste; in conferenza stampa Gere ha detto che nessuno lo ha riconosciuto. Un aspetto questo messo in evidenza dalla scelta di amplificare ai limiti del sopportabile i suoni della città - il vociare della gente in strada e nei bar, il rumore del traffico e dei cantieri, lo squillare dei cellulari - che sembrano sovrastare e schiacciare il protagonista, quasi impedendogli di agire, persino di pensare. Così come dall'averlo spesso ripreso con la cinepresa celata dietro un portone, una grata o una vetrina, come ci fosse un filtro, quasi a mantenere quella distanza di sicurezza che la società vorrebbe fosse posta a propria salvaguardia da chi è indesiderato. (...) Quello offerto da Moverman, attraverso atmosfere rarefatte e un tono basso tutt'altro che di maniera, è uno spaccato di umanità dolente, affidata alle sole cure dei centri statali di accoglienza notturni (...). Luoghi protetti, certo, ma con controlli continui da parte di poliziotti e di regole certo non facili per chi vive in strada. (...) La sceneggiatura, non esente da pecche nell'assoluta orizzontalità di un racconto, un po' ripetitivo e ridondante, si limita a mostrare perché non narra una storia e non svela quasi niente del passato del protagonista né del suo rapporto con l'unica figlia (...). Malgrado i limiti, con il marcato realismo che non pare cercare il plauso del pubblico, il film ha il pregio di costringere quest'ultimo a osservare qualcosa che non vorrebbe vedere, offrendo il quadro drammatico della condizione dei senzatetto, della loro solitudine, delle loro angosce, della loro quotidiana lotta per la sopravvivenza e per ritrovare un posto nel mondo, un senso di appartenenza." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 ottobre 2014)
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