Gli amici del bar Margherita

ITALIA - 2008
2/5
Gli amici del bar Margherita
Il giovane Taddeo nella Bologna degli anni '50 aspira ad inserirsi tra i frequentatori del bar Margherita, a via Saragozza, ma deve limitarsi a vivere di riflesso le storie degli avventori abituali, quelli che, con un sì o un no, possono attribuire lo status di persona che conta. Ma Gian, il cantante che sogna di arrivare a Sanremo, Bep, innamorato di un'entraineuse, Manuelo, tutto preso dalle sue numerose conquiste femminili e Al, quello che può arrivare sempre per ultimo, non lo vedono neanche. E a lui non resta che sognare perché, allora, per i giovani non c'era limite ai sogni.
  • Altri titoli:
    Nel tepore del ballo
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: ANTONIO AVATI PER DUEA FILM, RAICINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2009)
  • Data uscita 3 Aprile 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Laura Croce

Dopo Il papà di Giovanna, Pupi Avati deve essersi affezionato a quella fotografia un po' polverosa e retrò, con cui ha voluto ritrarre le sue memorie di fine adolescenza nella Bologna anni '50. Una scelta stilistica perfettamente coerente con l'atmosfera e il tono de Gli amici del Bar Margherita, rievocazione di sicuro molto sentita, ma anche sbiadita e carica di nostalgico patetismo. Il film ruota intorno a un punto di ritrovo come tanti, mitizzato da un giovane 18enne che lo considera un club esclusivo e un trampolino di lancio verso l'età adulta. Qui si muove un'umanità non integerrima: maschilista, scanzonata, cinica, e con tanta voglia di assaporare i piaceri offerti dalla rifiorita Italia postbellica (almeno quella del nord). Molti hanno parlato di Amarcord, ma questi "tipi da Bar" intenti solo a elaborare scherzi infidi e passatempi pruriginosi, ricordano piuttosto modelli monicelliani, senza però riuscire a raggiungere lo stesso appeal ed esemplarità. Gli amici del Bar Margherita non sono gli Amici miei, nel senso che risultano geneticamente datati sin dalla nascita, tramontati sotto l'incedere dei tempi e, soprattutto, affossati dal loro stesso carattere macchiettistico, pur smorzato dalla bravura del cast (anche se un Lo Cascio così sopra le righe è uno spettacolo davvero straziante). C'è poco a cui appigliarsi per riconoscere contemporaneità a tale apologia del bivacco, dell'abbandonare le mogli per andare a caccia di donne facili, del vantare la piccolezza delle proprie prospettive. La foto virata in seppia degli Amici del Bar Margherita può scuotere solo un cuore rivolto al proprio passato, verso un'epoca su cui il cinema italiano ha già costruito una copiosa e ben più allettante mitologia.

NOTE

- PUPI E ANTONIO AVATI SONO CANDIDATI AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIORI PRODUTTORI (PER LA PRODUZIONE DELL'ANNO CHE COMPRENDE ANCHE "IL PAPA' DI GIOVANNA").

CRITICA

"Vogliamo rischiare. Anche quando ambienta le sue storie nella sonnacchiosa, apparentemente amichevole, Bologna anni 50, quella della sua adolescenza, Avati cova lo spirito 'gotico', un po' inquietante, che ne ha fatto l'autore di ottimi horror. E' la versione nostrana, felsinea, di quello che un discepolo di papà Freud, Otto Rank, definì il 'perturbante': l'in-famigliarità del famigliare, l'elemento inatteso che, d'improvviso, entra nella rassicurante quotidianità e la stravolge, Solo Avati, nel nostro cinema, sa mostrarlo così bene, insinuando una sottile inquietudine nelle situazioni più quotidiane, più normali. Poi la vita va avanti, riprende il suo corso: il regista distanzia gi eventi con la cornice del racconto che li purifica, e col correttivo dell'humour, il migliore ritrovato di sempre contro l'emotività. Senza permettere, però, che tutto torni come prima; ma lasciando che un piccolo disagio resti lì, latente. Fino al prossimo film." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 aprile 2009)

"Gli antipatizzanti diranno che il regista emiliano si ripete, che è regressivo, non giudica, non sceglie, si limita a rievocare e probabilmente abbellire quei personaggi, le loro vite, la loro mentalità oggi superata (ma ne siamo così sicuri?), senza aprire nuove prospettive nemmeno alla luce della distanza storica. Chi sta al gioco apprezzerà queste variazioni sul tema senza troppe pretese per il senso dei dettagli, il brio del racconto, l'affiatamento del cast. E soprattutto la coesistenza beffarda di sorriso e crudeltà che inchioda ogni personaggio alle sue piccole ossessioni, alle sue patetiche incapacità. O a un destino segnato dal gusto misogino e goliardico per la bravata." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 aprile 2009)

"La struttura del film è volutamente aneddotica, il problema è che molti aneddoti non sono originalissimi e I'Amarcord, per dirla alla Fellini, non diventa profumo di un'epoca. Gli attori sono mediamente bravi, ma hanno l'aria di essersi divertiti più di noi spettatori." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 aprile 2009)

"Dovendo servirsi di Laura Chiatti, con la sua pessima dizione, Avati ha l'accortezza di farne un personaggio etnico, onde giustificarne la pronuncia per nulla bolognese. Gianni Cavina ha trovato costumi - i pantaloni a vita altissima - che esprimono la sua età e l'ineleganza di allora più dei comportamenti lubrichi. Si rivede anche Claudio Botosso, che in 'Impiegati', sempre per Avati, aveva dato una bella interpretazione. Katia Ricciarelli si conferma ottima caratterista. Luigi Lo Cascio si libera dell'immaginetta che si era costruita addosso, quella di un Berlinguer in sedicesimo: è un bene; ma ride, ride, ride e va sopra le righe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 aprile 2009)

"Il filtro della memoria in Avati funziona speciale e paradossale. Se il piccolo mondo antico del Margherita è proposto in modo caldo e umoristico: se la Ranieri e la prostituta Laura Chiatti, che fa innamorare Marcoré, irradiano un fascino femminile irresistibile e senza tempo, la chiave del film, lungi dall'essere nostalgica, è quella di uno sguardo che, partendo dal disincanto, ricava una visione affettuosamente assolutoria della natura umana." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 3 aprile 2009)
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