Gli amici del bar Margherita

ITALIA - 2008
Il giovane Taddeo nella Bologna degli anni '50 aspira ad inserirsi tra i frequentatori del bar Margherita, a via Saragozza, ma deve limitarsi a vivere di riflesso le storie degli avventori abituali, quelli che, con un sì o un no, possono attribuire lo status di persona che conta. Ma Gian, il cantante che sogna di arrivare a Sanremo, Bep, innamorato di un'entraineuse, Manuelo, tutto preso dalle sue numerose conquiste femminili e Al, quello che può arrivare sempre per ultimo, non lo vedono neanche. E a lui non resta che sognare perché, allora, per i giovani non c'era limite ai sogni.

CAST

NOTE

- PUPI E ANTONIO AVATI SONO CANDIDATI AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIORI PRODUTTORI (PER LA PRODUZIONE DELL'ANNO CHE COMPRENDE ANCHE "IL PAPA' DI GIOVANNA").

CRITICA

"Vogliamo rischiare. Anche quando ambienta le sue storie nella sonnacchiosa, apparentemente amichevole, Bologna anni 50, quella della sua adolescenza, Avati cova lo spirito 'gotico', un po' inquietante, che ne ha fatto l'autore di ottimi horror. E' la versione nostrana, felsinea, di quello che un discepolo di papà Freud, Otto Rank, definì il 'perturbante': l'in-famigliarità del famigliare, l'elemento inatteso che, d'improvviso, entra nella rassicurante quotidianità e la stravolge, Solo Avati, nel nostro cinema, sa mostrarlo così bene, insinuando una sottile inquietudine nelle situazioni più quotidiane, più normali. Poi la vita va avanti, riprende il suo corso: il regista distanzia gi eventi con la cornice del racconto che li purifica, e col correttivo dell'humour, il migliore ritrovato di sempre contro l'emotività. Senza permettere, però, che tutto torni come prima; ma lasciando che un piccolo disagio resti lì, latente. Fino al prossimo film." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 aprile 2009)

"Gli antipatizzanti diranno che il regista emiliano si ripete, che è regressivo, non giudica, non sceglie, si limita a rievocare e probabilmente abbellire quei personaggi, le loro vite, la loro mentalità oggi superata (ma ne siamo così sicuri?), senza aprire nuove prospettive nemmeno alla luce della distanza storica. Chi sta al gioco apprezzerà queste variazioni sul tema senza troppe pretese per il senso dei dettagli, il brio del racconto, l'affiatamento del cast. E soprattutto la coesistenza beffarda di sorriso e crudeltà che inchioda ogni personaggio alle sue piccole ossessioni, alle sue patetiche incapacità. O a un destino segnato dal gusto misogino e goliardico per la bravata." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 aprile 2009)

"La struttura del film è volutamente aneddotica, il problema è che molti aneddoti non sono originalissimi e I'Amarcord, per dirla alla Fellini, non diventa profumo di un'epoca. Gli attori sono mediamente bravi, ma hanno l'aria di essersi divertiti più di noi spettatori." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 aprile 2009)

"Dovendo servirsi di Laura Chiatti, con la sua pessima dizione, Avati ha l'accortezza di farne un personaggio etnico, onde giustificarne la pronuncia per nulla bolognese. Gianni Cavina ha trovato costumi - i pantaloni a vita altissima - che esprimono la sua età e l'ineleganza di allora più dei comportamenti lubrichi. Si rivede anche Claudio Botosso, che in 'Impiegati', sempre per Avati, aveva dato una bella interpretazione. Katia Ricciarelli si conferma ottima caratterista. Luigi Lo Cascio si libera dell'immaginetta che si era costruita addosso, quella di un Berlinguer in sedicesimo: è un bene; ma ride, ride, ride e va sopra le righe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 aprile 2009)

"Il filtro della memoria in Avati funziona speciale e paradossale. Se il piccolo mondo antico del Margherita è proposto in modo caldo e umoristico: se la Ranieri e la prostituta Laura Chiatti, che fa innamorare Marcoré, irradiano un fascino femminile irresistibile e senza tempo, la chiave del film, lungi dall'essere nostalgica, è quella di uno sguardo che, partendo dal disincanto, ricava una visione affettuosamente assolutoria della natura umana." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 3 aprile 2009)
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