Gabrielle

FRANCIA, ITALIA - 2005
Gabrielle
All'inizio del Novecento, Gabrielle e Jean, sposati da dieci anni, vivono in una casa dove ogni sera si radunano molti ospiti per chiacchierare, ascoltare, ridere e invidiare gli ottimi padroni di casa il cui mondo sembra essere perfetto. Lui è uno scrittore e ama vivere in un universo che tiene costantemente sotto controllo, con regole e orari stabiliti in precedenza. Un giorno però, al suo ritorno a casa, non vi trova più Gabrielle. Sul tavolo campeggia una lettera in cui lei gli comunica la sua fuga con l'editore di lui. Improvvisamente Jean prende coscienza del fatto che, in dieci anni di matrimonio, tra loro non c'è mai stato realmente amore.
  • Altri titoli:
    Gabrielle - Liebe meines Lebens
    Trois soirées
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "The Return" di Joseph Conrad
  • Produzione: AZOR FILMS, ARTE FRANCE CINEMA, STUDIOCANAL, LOVE STREAMS PRODUCTIONS, ALBACHIARA, NETWORK MOVIE, ZDF, ARTE
  • Distribuzione: MIKADO (2005)
  • Data uscita 9 Settembre 2005

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
"Vorrei che il mio film rispondesse ad una domanda di tutti i tempi, che captasse qualcosa che appartiene all'inafferrabile, al segreto dei volti e dei movimenti". Lo confessa Patrice Chéreau perché è conscio, da uomo di teatro qual è, quanto travolgente e difficile e quasi anti-cinematografica sia la breve storia - tre giorni appena nella Parigi intorno al 1912 - che racconta, assorbendola dal racconto breve di Joseph Conrad Il ritorno. Tutta racchiusa tra le mura sontuose e livide che conservano e proteggono nello scorrere impietoso ed annoiato dei giorni una ricca coppia borghese. Un palazzo che ospita soltanto due corpi, una prigione preparata e alimentata da dieci anni di sterilità e ipocrisia affettive. Ma qual è la domanda che solca i tempi, qual è la vocazione universale di questo bellissimo, dolorosissimo film e di Gabrielle, così il titolo, che ne è protagonista? La domanda, che si ripropone ogni qual volta la scrittura, l'immagine, la musica si avvicinano al volto e all'essenza di una donna, alle sue sofferenze, solitudini e vulnerabilità, parte dalla crisi devastante che questa coppia subisce, confrontandosi con l'artificiosità del loro amore, la superficialità del loro essere. La domanda è dentro questo impietoso esibire le proprie fragilità: lei comunica con scarna lettera l'abbandono definitivo, ma lascia il marito per tre ore e mezza soltanto e poi torna, senza motivi da addurre, senza pretesti, senza soluzioni. Un volto rigato dalla rabbia e segnato dal pianto, quello intenso e straordinario di Isabelle Huppert. E lui, Pascal Greggory, sentendosi tradito e oltraggiato più nelle convenzioni maschili che nel cuore umano, subissandola di domande, non riuscirà a trovare drammaticamente alcuna risposta. Si percepisce come si cammini sul vuoto quando l'amore non riesce a nutrirsi di desideri e ideali che superino la fugacità della passione, la formalità dell'apparenza, la sicurezza del denaro. Nello scontro passionale e appassionato di Gabrielle e del marito - intessuto da sapienti variazioni tra colore e bianco e nero e supportato in modo eccelso, negli snodi drammatici, dalla musica di Fabio Vacchi - si erge lacrimosa e furiosa quella parte dolente della natura umana che non riesce a liberarsi dalla pesantezza dell'avere e dell'apparire, per vivere la libertà responsabile dell'amore come dono, che rende una coppia, un uomo e una donna, anche un meraviglioso progetto di Dio e della natura.

NOTE

- LEONE SPECIALE PER IL COMPLESSO DELL'OPERA A ISABELLE HUPPERT ALLA 62MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2005).

- PREMIO COLONNA SONORA A FABIO VACCHI, RDC AWARDS 2005, NONA EDIZIONE DEL FESTIVAL DEL CINEMA SPIRITUALE 'TERTIO MILLENNIO'.

- PREMIO CESAR 2006 PER LA SCENOGRAFIA A OLIVIER RADOT E I COSTUMI A CAROLINE DE VIVAISE.

CRITICA

"Uno psicodramma, appunto, con echi di Ibsen, tutto su di lei anche se in Conrad, invece, tutto era su di lui, un personaggio dato come spregevole. Dialoghi smaglianti, in uno splendido francese anni Venti, scontri ravvicinati, tallonati quasi dal vivo con la macchina da presa, una cifra narrativa e stilistica che, tanto più si dilata attraverso psicologie ispezionate fino allo spasimo. Le commentano una musica che percuote lacerando e una interpretazione di Isabelle Huppert e di Pascal Greggory di raffinatissima classe; nelle grida dei silenzi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 6 settembre 2005)

"Isabelle Huppert e Pascal Greggory sono interpreti di straordinaria bravura di 'Gabrielle' di Patrice Chéreau: un lungo dialogo tra l'uomo e la donna, ma soprattutto tra l'algida razionalità della vita dominata dalle regole borghesi e l'emotivo desiderio di passione proiettato verso il futuro. Il regista sa estrarre il pensiero e il dolore dalle facce dei suoi attori molto intensamente, nel film da camera presentato in concorso: in questo caso, anche le spalle irrigidite, l'energia dei gesti, l'impassibilità e la compostezza autorevole di Isabelle Huppert, a volte noiose e prepotenti, sono perfettamente adeguate." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 6 settembre 2005)

"'Gabrielle' è duetto da camera, anzi guerra civile, anzi parodia della coppia etero e dei suoi giochetti sado-sado, tra Isabelle Huppert e Pascal Greggory, tra la donna, maestra in emozioni ribollenti, che intuisce e istruisce una direzione di fuga per ritrovare il corpo, e ciò le basta, e l'uomo borghese eterosessuale, dunque incapace di passioni, moderate o estreme, almeno fuori dalla Borsa, ma ottimo edificatore di tombe per (con)viventi. Film girato in fretta ma con messa a fuoco lenta, stilizzato, tra passaggi dal bianco e nero al colore, fermo immagini, rallenti, intermezzi scritti e capitoletti, ci assicura il regista, più si immerge in ciò che è teatrale, meno 'fa teatro', come tendesse all'avventura di mare, dopo tanta noia di navigazione, o all'irruzione dell'onda suprema per surfisti spazientiti." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 6 settembre 2005)

"Con 'Gabrielle', come con 'Intimacy', Patrice Chéreau mette sul tavolo anatomico la coppia intesa come prodotto storico, interfaccia fra l'individuo e la società. Come tutte le dissezioni, non è uno spettacolo gradevole. Ma è appassionante e istruttivo perché da regista anfibio (cinema e teatro), Chéreau estrae verità da ogni possibile convenzione: scene, luci, arredi, costumi, e spazi, gesti, ritmi. Per non parlare dei dialoghi, iperletterari e insieme miracolosamente fluidi, ma anche sparati a caratteri cubitali sullo schermo nei momenti di maggior tensione. (...) Non ci fosse dietro un racconto di Conrad, ampliato e riscritto dal punto di vista di lei, si direbbe un capitolo di Proust sceneggiato da Strindberg e girato à la Bergman. Mai visto ricreare quell'epoca al cinema con maggior cura. Chéreau ci mette un gusto per la dilatazione del tempo e delle emozioni che può sembrare enfasi, mentre è sospensione, ingrandimento, analisi. Come se frugandoli al microscopio volesse scomporre fino in fondo quei borghesi che "hanno dimenticato di avere un corpo. E ricordandosene tutt'a un tratto ritrovano anche, lei per la prima volta, la parola." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 settembre 2005)

"'Gabrielle' è un film sbagliato, ma tutt'altro che inutile. E' tanto privo di vita che in futuro lo si immagina facilmente offerto all'attenzione degli studenti al centro di un teatro anatomico. Sarà un' occasione per approfondire in corpore vili i rapporti fra cinema e letteratura perché Patrice Chéreau ha sceneggiato con Anne-Luise Trividic 'Il ritorno' di Joseph Conrad. (...) Il fatto che 'Gabrielle' diventi addirittura il titolo del film, dove il testo dell' addio appare integrale sul grande schermo, la dice lunga sugli intendimenti degli adattatori. Che hanno preteso di migliorare Conrad inventando di sana pianta la figura femminile, facendola esporre in lungo e in largo le sue ragioni anche in un dialogo che si può davvero definire di servizio con la cameriera. Trasferita da Londra a Parigi, ma questo non avrebbe importanza, la vicenda ci mostra i coniugi nel pieno della loro vita mondana in una residenza che sembra un museo, del tutto sproporzionata alla descrizione del libro, con un intorno un affollato balletto di servitù da far impallidire Luchino Visconti. Arpeggiando fra bianco e nero e colore, Chéreau dilata il confronto fra i coniugi sull' arco di tre giornate, facendolo culminare in un incomprensibile congresso carnale male proposto e peggio accolto. In un simile contesto anche gli interpreti, Isabelle Huppert e Pascal Greggory, non ne escono bene." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2005)

"Il provocatorio Chéreau, invece, ricama intorno alla deriva dei coniugi Pascal Greggory e Isabelle Huppert, allontanati dall'incapacità di comunicare nella Parigi della Belle Epoque. Scabroso nelle premesse letterarie, arido e teatrale nella messinscena psicologistica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 settembre 2005)
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