Dunkirk

4/5
Dunkirk
Seconda Guerra Mondiale. Centinaia di migliaia di truppe britanniche e alleate sono circondate dalle forze nemiche. Intrappolati sulla spiaggia, con le spalle al mare, i soldati si trovano ad affrontare una situazione impossibile con l'avvicinarsi del nemico. La storia si sviluppa tra terra, mare ed aria. Gli Spitfire della RAF si sfidano col nemico in cielo aperto sopra la Manica in difesa degli uomini intrappolati a terra. Nel frattempo, centinaia di piccole imbarcazioni capitanate da militari e civili tentano un disperato salvataggio, mettendo a rischio le proprie vite in una corsa contro il tempo per salvare anche solo una piccola parte del proprio esercito.
  • Altri titoli:
    Dunkerque
    Dünkirchen
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION 65 HR CAMERA/PANAVISION PANAFLEX SYSTEM 65 STUDIO, 65 MM, IMAX/PANAVISION SUPER 70, 35 MM/70 MM/D-CINEMA (1:2.20/1:2.35)
  • Produzione: EMMA THOMAS, CHRISTOPHER NOLAN PER SYNCOPY
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 31 Agosto 2017

TRAILER

RECENSIONE

La guerra di Nolan ha il ticchettio di una bomba a orologeria pronta a esplodere. Il tempo è il vero protagonista di Dunkirk: ogni minuto potrebbe essere l’ultimo e per le truppe inglesi il ritorno a casa diventa un sogno, un’utopia irraggiungibile.

Hans Zimmer scandisce i secondi con una colonna sonora al cardiopalma, e cronometra la durata di ogni azione con i suoi bassi ormai inconfondibili. Il pianoforte e gli archi irrompono in tutta la loro potenza solo nella seconda parte, mentre prima regnano i silenzi e le urla dei disperati. Ancora una volta Christopher Nolan racconta una storia al limite, di uomini giunti al capolinea che vorrebbero tornare indietro.

In Interstellar, Matthew McConaughey affrontava l’ignoto attraversando un wormhole, per salvare una Terra consumata. Le linee temporali si arrotolavano per poi distendersi, con i diversi piani narrativi di Inception sempre dietro l’angolo. “Ho sciupato il tempo e ora è lui a sciupare me”, scriveva Shakespeare. E questo sembra il mantra di quei soldati intrappolati sulla spiaggia, con i tedeschi alle spalle e il mare davanti.

Dunkirk è un war movie claustrofobico, dove ognuno è rinchiuso nei propri incubi: i 400mila da salvare sono “prigionieri” sulla battigia, l’aviatore è costretto nell’abitacolo del suo Spitfire e il padre di famiglia attraversa La Manica con una piccola barca a motore.


Non c’è spazio per respirare, per pensare a un destino diverso dalla morte. Le bombe piovono a cascata, le navi affondano, lo schermo diventa nero, poi la luce e infine la macchina da presa si rituffa nell’ombra. La platea vive un’esperienza sensoriale che travalica i viaggi interplanetari di Interstellar e i giochi di magia di The Prestige. Qui va in scena il cinema nella sua forma più pura, quella che rimane impressa nello sguardo e fa battere forte il cuore.

Nel 1940 l’esercito nazista sferrò la prima grande offensiva contro l’Occidente. Gli inglesi si trovarono bloccati a Dunkerque, in Francia, chiusi in una sacca tra La Manica e l’inevitabile. Il film racconta di quella fatidica battaglia da tre punti di vista diversi, con Tom Hardy che vola su un aereo da combattimento, Mark Rylance nei panni del patriota e il quasi sconosciuto (al cinema) Harry Styles in attesa di un incrociatore che lo riporti nell’amata Inghilterra.

Le loro storie si intrecciano, si respingono, per ricordare che non tutti nascono eroi. I pavidi si fingono di un’altra nazione per sfuggire al campo di battaglia, chi è riuscito a scappare naufraga nel terrore, ed è disposto a uccidere il proprio compagno. Cambiano le percezioni di un conflitto dall’esito, all’epoca, tutt’altro che scontato.

Nolan non dimostra empatia verso i suoi personaggi, perché vuole farci appassionare agli eventi. Gli uomini non hanno passato, forse neanche futuro, solo un presente di disfatta. Non troveremo il simpatico Caparzo di Salvate il soldato Ryan, nemmeno la Guadalcanal de La sottile linea rossa, dove il Soldato Witt si interrogava sul senso dell’esistenza.


Qui si combatte, sulla sabbia, nell’acqua e nel cielo: i sentimenti non sono ammessi. In un unico istante, il più bello di tutto Dunkirk, una lacrima si fa strada sul volto di Kenneth Branagh. Quando tutto sembra perduto, all’orizzonte si intravede un aiuto inaspettato, e lo stoico comandante si scompone: “Mi sembra quasi di vederla da qui… Casa!”. L’epica incontra la Storia e il patriottismo sale in cattedra senza battere, per una volta, una bandiera a stelle e strisce.

La ritirata degli sconfitti si trasforma in un urlo di vittoria, in una voglia di riscatto che attraverserà l’Europa negli anni a venire. Rylance interpreta un padre indomito che trasuda determinazione anche quando l’impresa sembra impossibile.

Nel suo sguardo si coglie lo stesso coraggio di Tom Hardy, di nuovo con il volto coperto da una maschera per l’ossigeno dopo Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Ma i veri eroi sono i senza nome, tutti quelli che vengono inquadrati da lontano mentre lottano per non soccombere.

In molti si aspettavano un kolossal da tre ore, ma a Nolan servono 106 minuti per lanciare il suo messaggio di speranza a un mondo che trema davanti alle nuove forme di guerriglia. Un caccia che plana senza più carburante rappresenta la disfatta del supporto alleato contro Hitler, fino a quando un atterraggio di emergenza sembra possibile. Dalle tenebre sorge il sole, e il cinema bellico raggiunge il suo apogeo.

*Il film è stato visto in Russia, a San Pietroburgo, il 23 luglio 2017
Gian Luca Pisacane

NOTE

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2018 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2018 PER: MIGLIOR MONTAGGIO, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA, SCENOGRAFIA.

- DAVID DI DONATELLO 2018 PER: MIGLIOR FILM STRANIERO. ERA CANDIDATO PER: MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Piaccia o no, il war movie ha ispirato i maggiori registi (Kubrick, Malick, Coppola, Eastwood, Tarantino...) , generando un numero di capolavori che pochi altri generi possono vantare. Difficile che non ne fosse tentato Christopher Nolan, cineasta prodigio di film a larga scala, punto di congiunzione tra il kolossal della Hollywood classica e il moderno blockbuster. (...) Nolan si distingue da tutti i suoi predecessori. Se ogni grande film di guerra contiene un punto di vista sulla storia (magari pacifista, come 'La sottile linea rossa'), lui decide invece di proiettare, fin dal primo minuto, lo spettatore nel caos della guerra: un'esperienza immersiva e totalizzante, un panico controllato coincidente con quello dei soldati in rotta, tra bombardamenti, naufragi, colpi di mitraglia e quant'altro. Un po' come nella lunga sequenza d'apertura di 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg, ma protratta per tutto il film. A determinare questo risultato è decisivo il ruolo della struttura narrativa, che ripartisce l'azione in tre scenari limitrofi con tre temporalità diverse: la terra (una settimana), il mare (un giorno), il cielo (un'ora). Nolan decostruisce la trama alternando frammenti delle tre linee narrative in un montaggio complesso (viste anche le diverse durate degli episodi ), ma straordinariamente padroneggiato. Non solo gli spazi dell'azione sono sempre leggibili (per sincerarsene basta la sequenza d'apertura: il soldatino fugge da solo, traversa un avamposto di fanti belgi; poi l'inquadratura si allarga alla spiaggia, dove migliaia di soldati come lui attendono d' imbarcarsi ); la cosa più straordinaria è che non perdiamo mai il filo dell'azione, né ci confondiamo sull'identità dei personaggi. È fuor di dubbio che Nolan scelga un approccio intellettuale alla materia, in cui alcuni hanno creduto di ravvisare un eccesso di distacco e una mancanza di sensibilità per la tragedia rappresentata. Sensazione che i fatti smentiscono facilmente. L'approccio, più sensoriale che razionale, alla materia, acquista concretezza drammatica nei gesti e negli sguardi degli attori, scelti alla perfezione: le movenze adolescenziali di Fionn Whitehead ( Tommy ), l'espressione stoica di Mark Rylance (Mr. Dawson ), gli occhi del pilota Tom Hardy: il volto coperto dalla maschera a ossigeno, recita solo con quelli." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 31 agosto 2017)

"Non c'è gloria, non c'è vittoria (Dunkirk fu comunque una sconfitta). Ma ti identifichi da matti coi soldatini che aspettano di essere schiacciati come formiche. Ti identifichi col comandante che quasi vede Dover in lontananza ed è attanagliato dalla paura di non arrivarci mai. E naturalmente col pescatore che non lo calcoli niente nella prima scena, ma poi diviene il simbolo di quell'Inghilterra che non si sarebbe mai arresa. Come ci arriva Nolan a immergere tutti nell'azione? Colla tecnica, vecchia come il cinema, dell'arrivano i nostri. Gli Stukas mitragliano le navi? E arrivano gli Spitfire a mettere loro il sale sulla coda. I naufraghi annaspano nelle acque? Niente paura, sta sopraggiungendo la magica flottiglia dei pescherecci. Un film come quelli di una volta, hanno scritto. Giusto. E' tempo di ritornare a farli." (Giorgio Carbone, 'Libero', 31 agosto 2017)

"Christopher Nolan ha definito Dunkirk il suo film più sperimentale dai tempi di 'Memento'. In effetti, a partire dalla suddivisione per elementi - terra, aria, mare - dall'assenza quasi totale di dialoghi, dalla qualità anche fisicamente immersiva della texture e dell'uso delle immagini, il nono lungometraggio del regista inglese respira di un sollievo che sa di ritorno alle radici. (...) Da sempre affascinato dall'arbitrarietà e dalla non linearità della percezione temporale (ancora 'Memento', 'Inception', ma anche il suo primo, 'Following', e il sottovalutato 'Insomnia'), ai tre elementi del film, Nolan associa tre cronologie indipendenti tra loro (9 giorni, 1 giorno, 1 ora), che a malapena si sfiorano, ma che lui monta come fatti in simultanea, e in cui riassume l'epica ritirata di circa 400 mila truppe inglesi, francesi, belga e canadesi, incalzate da quelle di Hitler sulla spiaggia di Dunkirk ne11940. (...) Rinunciando per una volta a lunghe spiegazioni a voce di quello che succede, Nolan incolla visceralmente il film alla fragilità dell'esperienza dei singoli personaggi, agli obbiettivi apparentemente poco grandiosi che ognuno di loro si pone -non morire, usare al meglio l'ultima goccia di carburante che c'è nel serbatoio, caricare a bordo uno scioccato, ufficiale naufrago (Gillian Murphy). Persino le temibili musiche di Hans Zimmer evitano il trionfalismo più smaccato nel totale in cui la flottiglia civile appare ai soldati sull'orlo del mare. Sono la qualità astratta, il minimalismo, il non detto che rimangono del film. Non la sua scala." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 30 agosto 2017)

"Nessun regista riesce a giocare con il tempo e lo spazio con la visionaria disinvoltura di Christopher Nolan, manipolandoli al punto da far convivere in uno stesso racconto linee temporali e piani narrativi diversi. Lo aveva fatto con 'Memento', rimescolando la labile memoria del protagonista, quindi con 'Inception', catapultando i personaggi in un mondo in cui sogno e realtà si fondevano creando una dimensione sconosciuta, e poi con' Interstellar', dove l'eroe si lanciava con la sua navetta in un buco nero alla ricerca di quella crepa spaziotemporale attraverso la quale salvare la Terra dall'autodistruzione. I risultati erano stati decisamente affascinanti - l'irreale rende possibili artifici narrativi anche estremi - ma non sempre convincenti, forse perché troppo ambiziosi. Tuttavia con (...) 'Dunkirk', Nolan ha accettato la sfida di cimentarsi per la prima con una storia vera, accaduta nel corso della seconda guerra mondiale. E ha affrontato la prova senza rinnegare il suo cinema, fatto di chiavi di lettura e punti di vista inusuali. Del resto non ci si poteva attendere altro dal regista che è riuscito anche nell'impresa di ridare vita all'asfittico mondo fantastico di Batman con l'originale trilogia de 'Il Cavaliere oscuro'.(...) Nolan costruisce il film assemblando le scene come fossero il meccanismo di un orologio; lo stesso il cui costante ticchettio scandisce il tempo che trascorre inesorabile per i soldati impauriti in attesa della salvezza. Un meccanismo narrativo che per funzionare deve essere perfetto, o quasi. Cosa non facile, visto che il regista sceglie di ricostruire la storia sovrapponendo appunto luoghi e tempi diversi (...). Ma il gioco riesce. Grazie anche alla scelta di raccontare questi eventi attraverso lo sguardo di un pugno di personaggi (...). Tutti eroi, ciascuno a modo suo. Campioni di sopravvivenza, ma anche di coraggioso altruismo. Le loro piccole storie personali s'intrecciano con la dimensione epica del momento. Come in tutti i film di Nolan, allo spettatore viene chiesto uno sforzo di attenzione, anche se stavolta la costruzione narrativa, fatta di continui rimandi e incastri temporali, appare meno complessa che in altre sue pellicole. E come i personaggi, anch'egli viene catapultato in un mondo claustrofobico, in balia di un nemico spersonalizzato, che quasi mai si vede ma che incombe minaccioso. Il regista non ha bisogno di ricorrere a fiumi di sangue per afferrare alla gola chi guarda: gli basta inchiodarlo per 106 minuti su quel molo stretto e soffocante, su quella spiaggia indifesa, così come tra le opprimenti paratie di ferro di una nave che affonda o nell'angusto abitacolo di uno Spitfire. Insomma, al regista non servono il realismo esasperato e ricco di effetti speciali de 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg o de 'La battaglia di Hacksaw Ridge' di Gibson. Preferisce servirsi di una sorta di realtà aumentata, che fa leva sulla sensorialità, attraverso l'uso della tecnologia Imax con pellicola da 65mm, un montaggio a incastri, a una fotografia rigorosa e a una colonna sonora martellante, composta da Hans Zimmer, che assolve un compito narrativo rilevante e a tratti persino soverchiante. Dunkirk è un grandioso film di guerra, l'opera migliore di Nolan. In molti hanno parlato di capolavoro. Sicuramente lascerà un segno nella storia del cinema di genere." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 29 agosto 2017)

"Nolan è strepitoso nell'incatenare gli spettatori, su quella riva, insieme al suoi eroi «perdenti», a legarli emotivamente a loro, in un viaggio dei sensi emotivamente toccante." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 29 agosto 2017)

"E' il racconto di una storica ritirata, più che un film di guerra, ma non per questo meno epico e appassionante. Un omaggio al coraggio, alla perseveranza e all'altruismo degli inglesi protagonisti di un drammatico evento destinato a cambiare il corso della storia. (...) Nolan torna a manipolare tempo e spazio, (...) e con maestria costruisce il film intorno a una struttura prismatica che non solo restituisce prospettive multiple, quelle delle diverse persone che hanno vissuto quei drammatici giorni, ma intreccia tre punti di vista e tre livelli temporali diversi, tra terra mare e cielo. (...) L'abilità del regista, che al pubblico chiede grande attenzione, sta allora nel far convivere una settimana sulla terraferma, un giorno in mare e un'ora in aria raccontando il viaggio di pochi personaggi (...), sempre in equilibrio tra accuratezza storica e intrattenimento, storia individuale e dimensione universale, linee orizzontali e verticali. (...) Il film non seppellisce le emozioni sotto l'artificio del virtuosismo registico e il minimalismo dei dialoghi, anzi, le esalta attraverso la fotografia di Hoyte van Hoytemale e le vertiginose riprese in Imax alternate a quelle con pellicola 65 mm, per allargare il formato panoramico e restituire tutta la portata epica e colossale del 'miracolo di Dunkerque'. Il caos assordante della guerra emerge in tutta la sua devastante e convulsa potenza, la cronologia degli eventi viene più volte spezzata per consentire il raccordo tra diverse traiettorie e misure di tempo, ma il ritmo dato dal montaggio alternato resta teso e incalzante come quello di un thriller. (...) Ad aggiungere suspance all'azione contribuisce la straordinaria e complessa colonna sonora di Hans Zimmer che mescola musica, suoni e rumori contribuendo a sottolineare la sensazione di tensione, pericolo, urgenza e corsa contro il tempo." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 22 agosto 2017)

"La guerra non è mai stata raccontata in modo cosi contraddittorio al cinema come in 'Dunkirk' di Christopher Nolan (...). L'idea di Nolan, come spesso capita al regista autore della trilogia di Batman più redditizia della storia del cinema e dell'affascinante fantascienza di qualità sulla fisica quantistica 'Interstellar', è sulla carta geniale: raccontare la realistica divisione classista, esistenziale e marziale dell'evento Dunkirk dentro la fittizia unità di luogo, d'azione e tempo (tre dimensioni cronologiche tra loro opposte) del celebre fatto storico cui mai nessuno ha dedicato un kolossal cinematografico (...). Come sempre per quanto riguarda Nolan emerge una contraddizione lancinante tra visione estremamente pessimista e cupa circa l'umanità e l'obiettivo poi opposto di fare un film patriottico a lieto fine per incassare e non demoralizzare troppo il pubblico grazie a un finale affidato alle parole di un Churchill fino a quel momento assente dal film. In poche parole: Nolan è da sempre convincente nel rappresentare i problemi ma sempre molto meno efficace quando poi deve fornirci delle soluzioni cui sembra non creda mai egli stesso in primis, come cineasta e uomo. Non ha il cuore, e il sincero patriottismo umanista, di quello Spielberg di 'Salvate il soldato Ryan' (1998) né l'onestà intellettuale di andare fino in fondo al cuore di tenebra della guerra di un Kubrick di 'Orizzonti di gloria' (1957) o 'Full Metal Jacket' (1987). Cast moscio (insignificante la popstar Styles degli One Direction), sceneggiatura puramente meccanica (manca il fratello scrittore Jonathan) e immagini sempre, e solo, formalmente impeccabili. Chi non ama l'onnipresenza musicale si prepari al peggio: il fidato Hans Zimmer ci bombarda lungo tutti i 107 minuti di film con enfasi quasi volgare. Sostanzialmente si tratta di una discreta pellicola di propaganda sullo stoicismo inglese. Ma siamo molto lontani dal capolavoro di guerra di cui alcuni parlano. Per quello serve o il cuore di Spielberg o il cervello di Kubrick. Nolan è fermo a metà strada tra i due. Da anni." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 agosto 2017)

"Nolan ne dà risoluta contezza alternando e incrociando, interlacciando e sovrapponendo tre storie, tre setting e altrettanti lassi temporali: il molo, per una settimana; il mare, per un giorno; il cielo, per un'ora. Badate, lo fa manipolandoli e spacciandoli per lassi equivalenti, tempi analoghi. È un escamotage che in 'Memento' aveva già portato alle estreme conseguenze: volendo banalizzare, e perfino pervertire, il teorico Gilles Deleuze, Nolan ha fatto dell'immagine-tempo l'immagine-movimento del suo cinema. L'approdo è di una qualche importanza, e fa il paio con un'altra singolar tenzone del suo audiovisivo: l'elevazione alla massima potenza sia dell'audio che del video, degna dell'artigiano peritissimo, del filosofo empiricissimo che è. Se l'esegesi corrente di 'Dunkirk' esalta con attitudine quasi pornografica il formato 65mm e Imax - sono peculiarità esperibili solo nei Paesi civilizzati, noi ne siamo esclusi - la 'grandeur' è invero quella sonora il preclaro Hans Zimmer trova il vertice della carriera, facendo di suoni e rumori un personaggio principale, il termometro emozionale stesso. Prima del piano e degli archi che verranno, la partitura è clangore bellico, apocalisse umana, disastro ineluttabile: colonna immanente, pesante, 'no future'. L'occhio allarga, l'orecchio abbassa sono due destini che si uniscono, l'ampiezza del panorama e la gravità della situazione. Un maglio che ci percuote senza misericordia. Qui - sebbene non inedito: ricordate 'Espiazione' di Joe Wright? - Nolan è geniale, perché alloca al nostro qui e ora, alla nostra pura e mera sensorialità l'immersione e la comprensione del film. Non ci sono nemici - svastiche non se ne vedono, nazisti non si dicono - e non ci sono troppe spiegazioni, perché l'importante è essere, noi spettatori, lì dentro oggi come allora. 'Lettere da Iwo Jima' di Eastwood faceva storie di Storia, 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg pathos di Storia, qui la Storia si fa sensazione: attuale, e perfino anti-storica. Non c'è da stupirsi, è la 'ratio' stessa del suo cinema stavolta sceneggiatore solista, senza l'abituale fratello Jonathan, Nolan ribadisce tutta la sua debolezza narrativa. Quando scrive, il rischio di cadere nella didascalia ridondante e sciocca è sensibile. Forte dell'accuratezza scenografica e rumoristica della ricostruzione, la visione ha sempre la meglio sul racconto: in un'epoca di pervasivo e 'minchionissimo' storytelling, non è detto sia un demerito. (...) È (...)nei cieli, che calmierando il videogame e pure l'epos Nolan trova il suo cinema in purezza. Al molo si sopravvive sotto lo sguardo - l'unica star intesa da Nolan - del comandante Kenneth Branagh, in mare si pende dalle labbra del saggio Mark Rylance, ma è sullo Spitfire di Tom Hardy che Dunkirk prende ossigeno e mozza il fiato. Per l'ennesima volta - dopo il Bane di 'Dark Knight Rises' (Il cavaliere oscuro - Il ritorno) e 'Mad Max: Fury Road' - con una maschera-respiratore a occultarne il viso, Hardy recita solo con gli occhi, e l'ausilio di poche battute peraltro difficilmente intellegibili, e regala una prova di superba economia, magnificente semplicità: viene, vede, vince. Si consegnerà infine alla terra, ma solo dopo averci (di)mostrato dove osano le aquile, e dove può volare il cinema di Nolan. S'intende, libero dall'obbligo di parola, narrazione e pathos. Esperienza, e solo quella, questo è 'Dunkirk'. Eppure, quando il celeberrimo discorso di Churchill del 4 giugno del 1940, 'We shall fight on the beaches', viene pianamente letto da un soldatino, anziché dallo statista retore, capiamo dell'altro: forse c'è (grande) futuro anche per il narratore mancato Nolan." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 21 agosto 2017)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy