Dear Wendy

Dear Wendy
Dick è un bambino disadattato. Vive in una squallida cittadina situata in un'America senza coordinate geografiche e senza determinazioni cronologiche. Ha un piccolo revolver che porta sempre con sé e di cui ha costantemente cura. Gli ha perfino dato un nome di donna: Wendy. Dick un giorno incontra un altro ragazzo, che ha la sua stessa mania per le armi da fuoco. I due danno vita - in tutta segretezza - a una specie di banda che hanno chiamato 'The Dandies', giurando su uno statuto fondato sul fatto che il loro uso delle armi rimarrà confinato al gioco. Ma quanto durerà?
  • Durata: 101'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: LUCKY PUNCH, NIMBUS FILM APS, ZENTROPA ENTERTAINMENTS
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Vietato 14
  • Data uscita 23 Settembre 2005

RECENSIONE

Dick, il Jamie Bell fu Billy Elliot, è un adolescente disadattato. Vive in una squallida cittadina di un'America senza coordinate spazio-temporali. In un negozio compra una pistola giocattolo: sarà un suo collega patito delle armi da fuoco a svelargli che si tratta di una vera pistola. Dick la ribattezza Wendy, la vezzeggia e non se ne separa mai. I due ragazzi danno vita con altri perdenti alla banda segreta The Dandies: ognuno possiede una pistola, con la quale esercitarsi al tiro e riguadagnare la consapevolezza dei propri mezzi. Lo statuto su cui i dandies giurano prevede che l'uso delle armi rimarrà confinato al gioco. Ma quanto durerà? Ritornano i due demiurghi del gruppo estinto Dogma: Lars Von Trier alla sceneggiatura e Thomas Vinterberg alla regia. Cambia lo stile del racconto – del decalogo Dogma rimangono articoli smozzicati - ma non la sostanza della storia: tragedia surreale che rielabora l'odio viscerale di Von Trier per gli Stati Uniti qui stigmatizzati nella proliferazione delle armi da fuoco. Le immagini sono permeate dal countdown dell'ineluttabile tracollo come già in Festen e si respira la stessa claustrofobia. Una claustrofobia esistenziale contrappuntata dall'emozionante colonna sonora degli Zombies. La violenza è stilizzata, presa direttamente dagli anni '70 - come del resto le atmosfere e la cornice del film - e conclusa in una piazza scarnificata quasi come in Dogville. Cinema che introietta lacerti di pellicole didascaliche sulle armi da fuoco e abbozzi di mappe, citazionismo seventies (da Butch Cassidy in giù) e fermo-immagini graffitati, pacifismo ideologico e amor fou belligerante. Tesi e antitesi in un calderone in perenne ebollizione, che cuoce a fuoco lento angoscia e tensione e arroventa vite disperatamente fesse. Il risultato? Uno spettacoloso - e meditato - fallimento.
Federico Pontiggia

CRITICA

"Le idee sono generiche, ma discuterle rende il film originale e interessante. Il protagonista è Jamie Bell, l'ex ragazzino amante della danza in 'Billy Elliot' di Stephen Daldry." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 23 settembre 2005)

"Ricostruire una cittadina mineraria degli Appalacchi appena fuori Copenhagen non è 'dogmatico'; né lo è opporre all'inglese Jamie Bell, piccolo ballerino di 'Billy Elliott', allamericano Bill Pullman, per i loro accenti diversi, almeno nella versione originale. Con la sua ostentata artificiosità, 'Dear Wendy' rammenta più 'Fight Club' che 'L'arma' di Squitieri o 'Il giocattolo' di Montalto, film italiani sul fascino della pistola. E se 'Dear Wendy' è esteticamente corretto, troppo dettagliato è il formarsi della psicologia di personaggi, perdenti decisi a vincere. Ma contro chi? E si giunge provati alla fine, prevedibile." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 23 settembre 2005)

"'Dear Wendy' è scritto da Lars Von Trier e diretto da Thomas Vinterberg. E si vede. Nessun particolare ininfluente, nessuna frase detta a caso e nessun ammiccamento per gli spettatori. Solo 101 minuti di vero cinema e una storia originale che si trasforma in dramma. Con un eccellente Bill Pullman, un'imperdibile colonna sonora e un manifesto contro le armi che fa impallidire Michael Moore." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 23 settembre 2005)

"Quasi un western atipico e brechtiano: complici i profeti della scuola danese del Dogma, lo sceneggiatore Lars von Trier e l' autore Thomas Vintenberg ('Festen'). (...) Neutro nel tempo e nello spazio e fedele ai rigori grafico-didascalici del maestro (vedi 'Dogville') il film racconta la sensuale eccitazione nel manovrare un'arma, ma fuori da ogni polemica, dov'era invece Montaldo col 'Giocattolo': è un teorema cine-snob alla Lars, con un regista che ci mette un po' di emotività nel cercare la bellezza nel dettaglio perverso al di là dei parossismi realistici. Un film intelligente, freddo e di rottura, claustrofobico anche se girato all' aria aperta." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 settembre 2005)
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