Chiavi in mano

ITALIA - 1996
Il "prode" Baccello, a suo tempo partito come giovane crociato per la Terra Santa, torna a Sarnano dove è ansioso di ritrovare la bella moglie Ubalda alla quale il giorno della partenza ha fatto indossare una robusta cintura di castità. Derubato, da parte della meretrice Trielina, della propria borsa con i soldi ha perso anche la chiave della cintura di castità della sposa. Frattanto la sensuale Ubalda ha trasformato la casa in un frequentato bordello, grazie alla copia della chiave fornitale da Capoccione, astuto e geniale artigiano del paese, inventore di strane macchine e aggeggi d'uso. Capoccione ha una bellissima e assatanata sposa, Genuflessa, e Baccello per vendicarsi decide di farla sua. In paese vive Teofilatto, un magistrato che, avendo Trielina tentato di derubarlo, la manda al rogo come strega. Ma ecco che Baccello si traveste da Sommo Pontefice e libera la donna (che in realtà appartiene alla nobiltà, con marito annegato insieme ai suoi marinai nel Tirreno). Ma interviene nuovamente l'inquisitore che li cattura e li mette al rogo. Improvvisamente giunge il vero Papa, un vecchio barbuto (a parere di Teofilatto l'impostore numero due), che egli insulta destinandosi con tale gesto a salire sul rogo lui pure, insieme a Genuflessa sua innamorata. Ma Capoccione ha predisposto un marchingegno, sempre in anticipo di secoli e cioè un grosso accendino, per cui i condannati spariscono tra le fiamme e un gran fumo inseguiti da un plotone di Guardie Svizzere. Per salvare i suoi amici Capoccione imbarca uomini e donne sulla sua ultima geniale invenzione: un'incredibile "botte" dotata di eliche pronta a volare.
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: COMICO
  • Specifiche tecniche: NORMALE A COLORI
  • Tratto da: racconto di Tito Carpi
  • Produzione: DANIA FILM, DEVON CINEMATOGRAFICA
  • Distribuzione: MEDUSA CIN.CA

NOTE

- REVISIONE MINISTERO GENNAIO 1996

CRITICA

"Inqualificabile farsa di lana supergrossa, diretta con la mano (o forse la gamba) sinistra dal recidivo Mariano Laurenti, che ha avuto l'ardire di riciclare il suo celebre cavallo di battaglia: 'Quel gran pezzo dell'Ubalda'. Agghiaccianti storpiature dialettali e rozzi goliardi di cabaret fanno ala a vistose fanciulle agghindate con scarsi vestiti e fornite di ancor meno talento". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 22 luglio 2001)
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