Buster

GRAN BRETAGNA - 1988
Buster
Nel 1963 Buster Edwards - un mediocre ladro, innamorato della moglie June e attaccatissimo a lei (incinta) e ad una bambina, per il cui benessere "lavora" insieme a Franny Reynolds, Bruce Reynolds ed un gruppo di scagnozzi, assalta un treno nella notte per depredarlo di milioni di sterline che successivamente vengono ammassati in una casa della campagna inglese. Ma Sir James, il capo della polizia, ha dato ordini precisi, data la entità del furto e lo scalpore, non disgiunto da una certa ammirazione per i lestofanti: il nascondiglio viene individuato e i rapinatori finiscono in galera ad eccezione di Buster Edwards e Bruce Reynolds, che riescono a fuggire ad Acapulco, il primo con June (che intanto ha perso il nascituro) e la figlioletta, l'altro con la vistosa moglie. Il denaro è sprecato in una vita di lusso e Buster finisce con rimandare la famiglia a Londra presso la suocera e la raggiunge fortunosamente in seguito. Un battelliere lo riconosce e avverte le Autorità. Per espresso suggerimento di June, desiderosa di una vita normale e tranquilla, Buster si consegna agli uomini di Sir James.
  • Durata: 101'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Produzione: BUSTER FILMS LIMITED
  • Distribuzione: DAGLE PICTURES - MULTIVISION - FONIT CETRA VIDEO

CRITICA

"E' bella, ci mancherebbe altro, la colonna sonora, che lo stesso Collins, attore complice in grado di catturare simpaticamente l'attenzione, ha curato di persona mescolando alcuni pezzi degli anni 160 con altri scritti per l'occasione. Ma forse è proprio il protagonista (gli altri sono dietro le quinte) che, ridotto così a ladro comune, non ha il carisma sufficiente per mitizzare la cronaca. Che, a distanza di 22 anni (Buster fu arrestato il 9 dicembre del '66) rimane cronaca, così come le sue battute contro il sistema, sui compari che hanno avuto 30 anni, 'mentre chi fa la spia per i russi viene soltanto cacciato dalle feste'. A tenere il filo dell'ordine borghese Julie Walters, la svampita di 'Educating Rita', qui più matura, amara e riflessiva, una che vince nel nome del romanticismo, come nelle canzonette." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 30 Novembre 1988)

"Il film scivola via con maggiore disinvoltura quando si concede al sogno, quando la qualità dell'immagine e la sceneggiatura meno si codificano nella cifra espressiva cui la british renaissance ci ha purtroppo abituati. Nel momento in cui la famiglia Edwards, braccata dalla polizia, si rifugia oltreoceano ad Acapulco, 'Buster' si lascia andare ad una overdose di trasgressioni visive. Phil Collins vezzeggia il personaggio talora con sfumature comiche, altre volte accentuandone lo humour, veste all'inglese sulla spiaggia assolata, tifa Inghilterra per i mundial, si dà alla pazza gioia. Alla vaga xenofobia old style che serpeggia nei contenuti si aggiunge, poi, un finalino moraleggiante e un epilogo addirittura retorico (i soldi non fanno la felicità, l'amore sì). Abbiamo visto Julie Walters (la moglie) in occasioni migliori e meno leziose; bravo, al contrario, Larry Lamb, amicone e complice di Buster." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 4 Dicembre 1988)

"Con ambienti di sfondo, o anche al centro della storia, in cui le più tipiche cornici inglesi, dai pubs alle stradine periferiche male illuminate, non tardano ad assumere funzioni di personaggi, con sapori di verità e di cronaca. Anche con dei guizzi ironici, qua e là, perché il tono generale, demistificando quello classico della Great Train Rubbery, volge abbastanza alla commedia, specie quando gioca con il curioso carattere di quel protagonista così insolito, furbissimo, eppure sprovveduto. Gli dà volto - ed è un altro dei pregi dei film - il divo rock Phil Collins che, pur generoso di musiche a sua firma nella colonna sonora ('Big Noise', 'Two Hearts' e altre), non canta ma si limita a recitare. Con un disarmante e finissimo candore. Gli dà la replica, in modo altrettanto convincente, Julie Waters, il viso giusto per un film inglese di oggi. Anche se incorniciato dai Sessanta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 Dicembre 1988)
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