Bright Star

FRANCIA, USA, AUSTRALIA, GRAN BRETAGNA - 2009
Bright Star
Londra 1818. Il 23enne poeta John Keats si innamora della bella Fanny Browne, studentessa di moda, che abita come lui in casa di Charles Brown. I due vivranno un'intensa storia d'amore contrastata dai dettami della società dell'epoca, che terminerà bruscamente tre anni dopo, alla morte di lui.
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM ST/ARRIFLEX 235, COOKE S4, SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: JANE CAMPION, JAN CHAPMAN, CAROLINE HEWITT PER HOPSCOTCH ENTERTAINMENT, BBC FILMS, PATHÉ RENN PRODUCTIONS, UK FILM COUNCIL
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2010)
  • Data uscita 11 Giugno 2010

RECENSIONE

di Gianluca Arnone e Federico Pontiggia

PRO – Struggente poema feticista ****
Si intuisce perchè Bright Star sia piaciuto tanto a Tarantino. Il nuovo film di Jane Campion – che rievoca la storia d’amore tra il poeta romantico John Keats e la vicina di casa Fanny Brawne – è uno struggente poema feticista, nel senso religioso (e originario) del termine. C’è qualcosa di sacro nel delicato erotismo che sprigiona ogni immagine, nel gesto appenna accennato, nell’intreccio di mani, nel filo che affonda e riemerge in un amplesso di stoffe, tra l’ordito e la trama, il campo e controcampo, maschile e femminile. Sinuosa la macchina da presa della regista neozelandese si muove sulle soglie, percorrendo l’armonia di esterni e interni, corpi e anime. Lo spazio non è il mondo storico (perciò lo sfondo socioculturale dell’epoca vittoriana è “oscurato”), ma il sogno dove si perdono i confini tra realtà e fantasmagoria, verità e incanto. La sua metafora è lo specchio, che in Bright Star non è figura del doppio ma epifania di una totalità, dell’immateriale-materiale o viceversa.
Se ogni parola di Keats era capace di farsi immagine carnale, le immagini della Campion sfiorano la purezza delle parole. Perciò il suo è un film di poesia, non sulla poesia. E più che sullo sguardo, lavora sul tatto e il suono che una messa in scena sensuale e acusmatica può evocare. Giova ovviamente la straordinaria fisicità dei due attori protagonisti – il fragilissimo Ben Whishaw e l’intensa Abbie Cornish – e la “pittura” fotografica di Greig Fraser.
Operazione che non sarà al passo coi tempi, visti i tempi di amori frivoli e passioni animali. Ma sottilmente moderna nella misura in cui condivide col cinema digitale di questi anni la ricerca di una sensorialità tutta nuova nell’esperienza della visione, legata meno all’occhio che agli altri sensi. In nome di cosa? Di una bellezza che la Campion non vorrebbe fosse più esibita, ma percepita, vissuta. Che abbia girato il suo primo film politico? (Gianluca Arnone)

CONTRO –  Sterile parafrasi **
Londra, 1818: il 23enne John Keats (Ben Whishaw) si innamora della bella Fanny Browne (Abbey Cornish), studentessa di moda e appassionata di letteratura. Storia d’amore intensa e tormentata, soprattutto segreta: tre anni dopo, alla morte del poeta romantico, la loro corrispondenza farà scandalo nella puritana società dell’epoca. Fin qui, la biografia, poi arriva il film, ed è un’altra cosa: se, come diceva lo stesso Keats, “la poesia non ha nulla di poetico”, Jane Campion si rassegna a una sterile parafrasi, piena di quadri in chiaroscuro, moti dell’animo che non spostano un filo d’erba e una lettura tra le righe che lascia una teoria di inconsulti omissis. Ben Whishaw mette volto e fisico emaciato, Abbie Cornish prova a crederci, ma è l’altra faccia, ugualmente asettica, del gossip, almeno per chi di quella poesia vorrebbe scoprire il testo a fronte umano, sperabilmente troppo umano. Invece, no: la Bright Star di una Campion ritornata al film in costume non brilla né per carnalità, totalmente assente, né per corporeità, con sguardi e gesti in cerca di resurrezione. Così i versi che rimangono in mente non sono di Keats, ma di Alessandro Manzoni: “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…”. (Federico Pontiggia)

NOTE

- IN CONCORSO AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 PER I MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"Il nuovo film della cinquantacinquenne regista neozelandese, è dedicato alla struggente storia d'amore di Keats con la sua vicina Fanny Brawne. Evento annunciato del festival, accoglienza tiepida da parte della stampa internazionale che si è limitata ad applausi di circostanza: Bright Star, curatissimo e palpitante, a molti è parso tutto sommato convenzionale, privo di soprassalti." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 16 maggio 2009)

"In forma come in 'Lezioni di piano', la Campion mette in scena un film ineccepibile ma poco cinematico, pieno di quadri in controluce." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica' 18 maggio 2009)

"Campion ritorna al racconto in costume, demanda estrema attenzione all'equilibrio cromatico, attinge figurativamente a suggestioni dei suoi ritratti di signora (Fanny in primo piano con cappello che fugge) e di angeli alla sua tavola (la sorellina di Fanny ha lo stesso viso pel di carota). Dà libero sfogo a gesti come l'annusare pagine di libri, regalare all'innamorato ciocche di capelli, scrivere infinite lettere d'amore. Recupera la centralità del sentimento, dell'intensità della passione con un palpitare del cuore che non può lasciare indifferenti. Tutto tra Keats e Fanny avviene con delicatezza, senza bisogno di un accoppiamento, di un approccio carnale. Parlano i versi del poeta, i volti, le semplici e piene presenze in scena. Fino a quando non è la malattia e infine la morte a decretare la fine." (Davide Turrini, 'Liberazione', 16 maggio 2009)

"Chi si aspetta una storia d'amore all'insegna della fisicità rimarrà ampiamente deluso. E in questo caso il pianoforte della Campion risulta scordato, o peggio ancora, muto. I sentimenti risultano ovattati nel film, impacchettati nei costumi e dall'etichetta romantica. Se la passione non trasuda, il demerito della regista è stato quello di sottrarre alla vicenda Keats-Browne, un qualsiasi carattere biografico." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 16 maggio 2009)

"Massima cura nei dettagli senza giocare ai quadri viventi (come nella Duchessa). 'La poesia non ha nulla di poetico', spiega Keats alla giovane allieva, e Jane Campion ha imparato la lezione." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 16 maggio 2009)

"Ritratto di signorina e d'un periodo culturale avvincente raccontato dal film con classe e un dialogo intelligente e giusti silenzi. Se all'inizio la 18enne vuole anche ballare e vestirsi, l'altro le parla volentieri dell'ora della sua morte, anche per un complesso di inferiorità, pur avendo conosciuto Wordsworth, quello di 'Splendore nell'erba' (considerato reazionario), ed avendo sedotto con la sua penna Shelley, convinto che la morte di Keats fosse stata causata dalle stroncature. Jane Campion restituisce il ritmo sincopato, infantile e folle della passione d'amore, riempiendola del bisogno di poesia, sperando che tutto oggi abbia ancora senso. Lei cuce, lui scrive, fuori piove: siamo a un passo dal decadentismo borghese, ma l'autrice va diritta al cuore, non ne fa una questione di femminismo a vita alta e con la cuffietta. Per prepararsi: il bellissimo 'Bright star, vita autentica di Keats' edito da Fazi. Per sintonizzarsi basta guardare due attori giovani già prodigiosi, Abbie Cornish, new Nicole Kidman, capace di illuminazioni e di tempeste improvvise, e Ben Whishaw, prossimamente nella 'Tempesta' della Taymor al fianco dell'ambiguo sofferente Paul Schneider e Kerry Fox, ex angelo alla tavola della Campion, qui madre che morirà bruciata viva in un incidente domestico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 giugno 2010)

"Tutto ineccepibile, e coerente con il film che Jane presentava in concorso sulla Croisette nel maggio del 2009: 'Bright Star', dedicato alla storia d'amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne. Una storia sulla quale abbiamo libri e testimonianze, ma solo una 'voce': la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conserva a lungo. (...) ll punto di vista femminile è di ciò che salva 'Bright Star' dalla convenzione del 'film in costume sull'Inghilterra dell'Ottocento', un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi capolavori e molti film oleografici. Jane Campion ci aveva provato nel 1996 con 'Ritratto di signora', ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l'aveva forse bloccata. Portando la figura del 'grande scrittore' davanti alla macchina da presa, si è come liberata dell'ingombro della trama e ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un uso sapiente della parola scritta può suscitare in un lettore o una lettrice: un tema romantico, certo, ma anche fortemente fisico, intimo, che Jane Campion aveva già analizzato in 'Lezioni di piano' usando la musica come grimaldello narrativo. 'Bright Star' non è di quel livello, ma è sicuramente un film molto sentito, il migliore della Campion da svariati anni a questa parte. Alla buona riuscita concorre l'azzeccata scelta dei protagonisti Abbie Comish e Ben Whishaw, che dopo la prima cannense del film non hanno smesso un animo di lavorare e sono destinati a un futuro da star; mentre Kerry Fox, che nel 1990 era la conturbante Janet Frame di 'Un angelo alla mia tavola', ha vent'anni dopo l'età giusta per interpretare la madre di Fanny." (Alberto Crespi, 'Lunità', 11 giugno 2010)
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