Borat

Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan

USA - 2006
Borat
Borat Sagdiyev, celebre giornalista della Tv del Kazakhstan, viene inviato negli Stati Uniti per girare un reportage sul Paese più grande del mondo. Giunto sul posto, però, Borat si mostra interessato, più che agli usi e costumi americani, a cercare la bella Pamela Anderson che vorrebbe sposare...
  • Altri titoli:
    Borat!
    Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
  • Durata: 82'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: GOLD/MILLER PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA
  • Vietato 14
  • Data uscita 2 Marzo 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Borat, il fenomeno è arrivato. E come tutti i fenomeni mediatici è un po’ da baracconi. Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan, questo lo sgrammaticato titolo originale da noi incomprensibilmente ripulito in Borat: Studio culturale dell’America a beneficio della Gloriosa Nazione del Kazakhstan, è un mockumentary, ovvero un falso documentario, sul giornalista kazako Borat Sagdiyev inviato negli Stati Uniti per girare un documentario sull’american way of life. A dare corpo e vis dialettica a Borat è il comico-trasformista inglese Sacha Baron Cohen, alias Ali G, il personaggio che dà il nome al suo Show trasmesso in patria da Channel Four e negli States da HBO. Dopo aver visto in hotel a New York una puntata di Baywatch, Borat si innamora di Pamela Anderson e intraprende un viaggio on the road verso la California per rapirla e portarsela in Kazakistan a scopo matrimonio. Intenzione dichiarata portare beneficio alla sua gloriosa nazione, ma che tale nel film non appare. All’inizio Borat bacia con foga una ragazza bionda, poi la presenta: “Questa è mia sorella Natalya, la seconda più importante prostituta del paese”. Lei alza la coppa. Ma non è tutto: Borat incontra l’eroico stupratore del villaggio e il fratello ritardato, e assiste alla “corsa dell’ebreo”, ispirata alla festa di san Firmin di Pamplona, con i kazachi che scappano inseguiti da due ebrei. Se il presidente kazaco è insorto contro questa brutta cartolina, l’Anti Defamation League ha protestato per l’antisemitismo che gronda dalla pellicola, nonostante Sacha Baron Cohen sia ebreo praticante. A fare una figura barbina è anche l’America, “raccontata” da persone comuni, politici ed esperti di comportamento che credono di rispondere alle strampalate domande di un giornalista kazaco. Ma parlare di satira sull’era Bush è fuori luogo, si tratta piuttosto di un esplicito politically uncorrect a scopo entertainment, con alcuni sprazzi di utile cattiveria nel continuum becero-ridanciano. Come ha sentenziato la critica Usa, “la stupidità non è mai parsa intelligente, elegante e utile come in Borat”. Ma rimane stupidità.
Ps: Borat in Italia – dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma in ottobre – arriva al traguardo sala con quattro mesi di ritardo dall’uscita internazionale (3 novembre 2006), alla faccia dei buoni propositi di day and date (la distribuzione in contemporanea mondiale).
Ps2: La scelta di doppiare il film è suicida.

NOTE

- EVENTO SPECIALE ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA'.

- GOLDEN GLOBE 2007 COME MIGLIOR ATTORE IN UN FILM MUSICAL/COMMEDIA A SACHA BARON COHEN.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

CRITICA

"Ai festival solitamente non è prevista la risata sgangherata e irrefrenabile, considerata sconveniente se non addirittura dissoluta: al massimo un sorriso, se però provvisto di agganci dotti. Mai infatti anche il più spregiudicato degli organizzatori inviterebbe oggi un film di Natale, genere fratelli Vanzina o Neri Parenti, scurrile e infantile, coprofilo e borgheziano: e neppure un film derivato da 'Scherzi a parte' o 'Le jene'. Eppure 'Borat', sottotitolo 'Lezioni di cultura americana a favore della gloriosa nazione del Kazakistan' era al festival di Toronto ed era l'evento più atteso della festa del cinema: sia là che qua ha avuto un successo grandioso, con buona parte del pubblico piegato in due dalle risate, con un po' di vergogna." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 21 ottobre 2006)

"A scriverlo può sembrare goliardico e ovvio, a vederlo è irresistibile perché oltre al finto reporter Borat sullo schermo ci sono gli americani veri e le loro reazioni, spesso ancora più dementi e insultanti. Il trucco consisterebbe nel far firmare alle persone coinvolte la liberatoria prima di girare, con la scusa dell'intervista. Non metteremmo la mano sul fuoco sull'autenticità di ogni singola scena, ma se quelle facce e quelle reazioni non fossero davvero rubate, questo 'Borat' diretto da Larry Charles sarebbe opera di un grande regista capace di ottenere risultati incredibili da attori non professionisti. Cosa ancora più difficile da credere. Comunque sia, dopo aver sbertucciato a dovere nel prologo un Kazakistan immaginario popolato di zoticoni, prostitute, stupratori e antisemiti (immaginario ma capace di far infuriare i veri kazaki, e possiamo capirli), Borat agisce come un rivelatore della stupidità e del razzismo nascosti come un automatismo sotto la pelle della gente comune. (...) Vale la pena ricordare che Cohen non solo è ebreo ma è un ebreo ortodosso nonché un attivo militante contro l'antisemitismo. Non tutti ci credono se un'esigua minoranza di integralisti ha condannato senza appello il suo umorismo oltraggioso. Ma intanto lui ha cambiato le regole del comico nel modo più radicale possibile. Abolendole." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 ottobre 2006)

"Accertato che il regista Larry Charles non conta assolutamente nulla, questa specie di pamphlet contro tutto e tutti squaderna la propria animaccia ribalda teorizzando la lotta senza quartiere contro ogni fondamentalismo (femminista, ebreo, cristiano, nero, gay, gitano, animalista ecc.). Il comportamento pecoreccio del protagonista vuole in questo modo far emergere le ipocrisie, i pregiudizi e la marea di sentimenti inverecondi radicati nei contemporanei: il suo inglese grottesco, la sua rozzezza animalesca, il suo disprezzo verso ogni maggioranza e ogni minoranza dovrebbero solleticare non solo il lato oscuro delle società occidentali e orientali, ma anche le facciate zelantemente verniciate col 'politicamente corretto'. L'effetto non è gradevole, ma sicuramente delirante, tanto da far sembrare Michael Moore un compunto scolaretto: anche perché l'autore-attore, che nel film deambula portandosi appresso un sacchetto di cacca e la foto che documenta le misure oversize del pisello del figlio, si rivolge alla stampa (s)ragionando come il suo personaggio. (...) Mentre i festivalieri applaudono, sia pure un po' vergognandosene, i ministri del vero Kazakhstan protestano. Forse perché le esternazioni del nostro non prevedono limiti: 'Noi non abbiamo gladiatori, cowboy o samurai, ma possiamo contare su zingari fenomenali. Con l'Inghilterra di Blair intratteniamo poi rapporti splendidi: tutti e due commerciamo fruttuosamente con l'uranio'. Nell'acme della parodia, si esibisce nudo in un incontro di wrestling/kamasutra con il suo lardoso produttore anch'esso senza veli: che si tratti di scellerata goliardia o di memorabile stracult, lo decideranno i connazionali spettatori convinti che il troppo non stroppia e disposti a restare in attesa sino al marzo del 2007, quando il film uscirà nelle nostre sale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 21 ottobre 2006)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy