Bobby

USA - 2006
Bobby
Il senatore degli Stati Uniti Robert F. Kennedy fu assassinato il 6 giugno 1968 all'Ambassador Hotel di Los Angeles. Il film cerca di ricostruire la sua ultima notte di vita e si concentra sul luogo del delitto avvenuto alla presenza di altre 22 persone.
  • Durata: 114'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: EDWARD BASS, EMILIO ESTEVEZ, LISA NIEDENTHAL, ATHENA STENSLAND PER BOLD FILMS LLC
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2007)
  • Data uscita 19 Gennaio 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Memento corale di RFK firmato da Emilio Estevez. Il senatore degli Stati Uniti Robert Fitzgerald Kennedy fu assassinato il 6 giugno 1968 all'Ambassador Hotel di Los Angeles. Bobby ricostruisce il luogo antropologico del delitto, ovvero l'ultima notte del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti attraverso la popolazione dell'hotel. Sicuramente l'intento è democratico, forse siamo di fronte a un peana delle virtù politiche democratiche, probabilmente verrà inteso quale spot promozionale del partito dell'asinello. Nato prima dell'11 settembre 2001 e della guerra preventiva neo-con, Bobby non è comunque un film politico, nel senso militante del termine. E' piuttosto un film sentimentale, che torna indietro per finire laddove il sogno americano si infranse per sempre. Sentimentale, retorica, patetica è l'attenzione per il microcosmo umano che accompagnò l'uscita violenta di scena di RFK, e l'accompagnò finendo a terra colpito, nel sangue della cucina dell'Ambassador. Bobby privilegia il piano ravvicinato, dunque, con RFK che in sequenze di repertorio fa da contrappunto, da cometa, alle vite di uomini non illustri, conquistati e avvinti dal suo verbo di speranza. Non si sosterrebbe, Bobby, se non potesse beneficiare di un cast all-star, con Anthony  Hopkins (anche produttore),  Demi  Moore, Elijah  Wood, lo stesso Emilio  Estevez e il padre Martin Sheen, Sharon  Stone, Christian  Slater, Helen  Hunt,  Lindsay  Lohan,  William H. Macy,  Harry  Belafonte, Heather  Graham, Ashton  Kutcher e Laurence  Fishburne. Un gruppo di attori che si dibatte con esiti artistici in alcuni casi superlativi, riempiendo di traiettorie emozionali, private e piccine lo schermo, fino a saturarlo, ovvero a renderlo retorico. Peccato, perché la cifra poetico-stilistica del film si sfoca, e il primo, primissimo piano diventa una macrofotografia. Che facilita l'accesso al film, ma vanifica l'uscita, ovvero la rileborazione testuale, dello spettatore, preferendo l'emotivo all'intellettivo, il psicologico al sociologico. Se Estevez abbraccia la nostalgia, possiamo dunque farlo anche noi, tornando a un sogno cinematografico americano di nome Nashville.

NOTE

- ANTHONY HOPKINS E' TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

CRITICA

"Lo schema ripropone la stessa struttura polifonica di 'Nashville', la cifra, intensissima, è l'emozione: in chiave umana, politica, sociale. Nel rispetto della Storia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 settembre 2006)

"Con un triste e lento movimento di giostra, il film ricostruisce l'attesa della tragedia attraverso le piccole vicende dei vari personaggi dell'albergo. Il giovane Estevez ha visto bene il cinema di Altman e deve aver letto il miglior De Lillo, da cui riprende il tema del baseball e degli scacchi. Nonostante qualche smagliatura, il canto sulla fine dell'utopia e dell'innocenza è tenero come la notte." (Claudio Carabba, Magazine, 14 settembre 2006)

"Emilio Estevez, un regista anche attore di una certa fama, racconta quella notte animandola di una ventina e più di personaggi di contorno: alcuni ospiti dell'albergo, altri intenti lì a lavorare, altri ancora scelti nel gruppo incaricato di seguire la campagna elettorale del candidato. Caratteri e casi che, pur raramente intrecciandosi, si svolgono tutti in parallelo, per confluire, con conclusioni diverse, alcune anche drammatiche, al momento dell'assassinio. (...) Il suo racconto corale Estevez lo fa dominare da quella sanguinosa conclusione a tutti nota che, pur nemmeno annunciata, pesa drammaticamente su tutto quanto via via viene proposto. Forse, qua e là, con una anedottica un po' facile e più intenta a suscitare bozzetti che non dei veri e propri scontri psicologici, non solo, però, riuscendo ad amalgamare gli episodi fra loro con climi sostenuti e ritmi agili, ma riuscendo, con tecniche sapienti ad inserire in mezzo alle loro rappresentazioni le vere sequenze, tolte dal repertorio, dei momenti salienti di quella notte vissuti da Kennedy: inserendo, su tutti gli eventi che seguono l'assassinio (ricostruito con verosimiglianza) lunghi passaggi dal vivo del discorso elettorale del vero protagonista. Con la più ampia possibilità di ottenervi adesioni e commozione. Lasciate dilagare con intensità ma senza mai retorica su tutto il finale. Che vale il film, imponendone i meriti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 18 gennaio 2007)

"Mix di tragedia e commedia, il film ben recitato e toccante ha il gran merito di evocare un tempo in cui il protagonista poteva tenere discorsi politici belli, emozionanti, ricchi di calore solidale, di propositi riformisti e libertari, di sostegno ai diritti, di promesse di futuro e di felicità. Discorsi dove non si parlava soltanto di soldi o di morte, di Pil e debito pubblico, ma di speranze, di desiderio e sogno collettivo: magari retorici, ma tali da prospettare una vita vivibile. La morte del secondo fratello Kennedy cancellò il linguaggio politico che arrivava al cuore della gente; e ricondusse la politica al suo antico posto al centro di comando incontestabile e spietato." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 gennaio 2007)

"Il film non intende ricostruire la figura di Bob Kennedy (tant'è che non c'è un attore che lo interpreta, ma solo filmini di repertorio che lo riprendono nella sua realtà storica, messi sapientemente in dialogo con immagini di finzione), bensì riportare lo spirito di quel momento e soprattutto evidenziarne la frattura, la fine del sogno che quell'assassinio porto con sé. Estevez, per fortuna, non si mette a fare lo storico, ma lavora nella e con la sua materia: la narrazione. Ogni riferimento a fatti attuali (pur presente) deve ritenersi casuale. Parola di Estevez, data a Venezia, dove il film benché in progress, è stato presentato in concorso." (Dario Zonta, 'L'Unità', 19 gennaio 2007)

"Il film di Emilio Estevez s'intitola 'Bobby', Kennedy però si vede solo in tv, in immagini di repertorio, perché questo non è un 'RFK' dopo 'JFK': è un rifacimento di 'Grand Hotel'. (...) Esiguo film politico, densa commedia amara, 'Bobby' vive di scarse novità e alte professionalità, con divi di ieri che impersonano cantanti alcolizzate (Demi Moore), estetiste tradite (Sharon Stone) da scialbi mariti (William H. Macy) con giovani arriviste (Heather Graham), mariti d'età (Martin Sheen, padre del regista) succubi di mogli fatue (Helen Hunt) e pensionati (Harry Belafonte e Anthony Hopkins, i personaggi migliori); il lato giovane è affidato a Elijah Wood, pronto a sposarsi pur di evitare il Vietnam (ai coniugati di leva toccavano le basi in Germania)." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 gennaio 2007)

"Emilio Estevez, ex attore dai cromosomi liberal nel Dna (è figlio del Martin Sheen di 'Apocalypse now') fa il grande passo da regista in questo bellissimo 'Bobby', che racconta un sogno perduto e spezzato (...) Il film, con un piglio corale alla Altman, non racconta solo quell'episodio criminale e la sua tragica casualità, ma è l'identikit di un Paese e di un'epoca in profonda mutazione, visto nel microcosmo di 22 persone che si aggirano nell'hotel. Ciascuno di loro alla fine sarà messo di fronte al fattaccio, come il pubblico che a Venezia si è molto commosso sull'onda della canzone composta da Aretha Franklin, mentre i critici americani snob hanno paragonato il film sia a 'Grand Hotel', gente che va gente che viene, sia a una puntata di 'Love boat'. Stupidaggini radical chic. Il film smuove cuore e cervello. Certo, c'è una fauna di varia e tipica umanità; l' autore va discretamente anche nella privacy. Ecco, tutti a paga sindacale, i magnifici attori: i due pensionati Hopkins e Belafonte; il direttore, il grande William H. Macy; la parrucchiera Sharon Stone (a sorpresa è la migliore); la cantante alcolizzata Demi Moore; il vip depresso Martin Sheen; la giovane Lindsay Lohan che sposa Elijah Wood per salvarlo dal Vietnam; il pusher Ashton Kutcher... Pedine perfette di un disegno di regia non innovativo ma che ottiene un doppio scopo, informativo ed emotivo. Sappiamo cosa accadrà, ma è il contesto che ci fa seguire la storia con passione: Estevez non osserva l'anno, il giorno e l'ora come in un presepe-bomba che scoppierà, ma cerca di addentrarsi, sommando le ansie dei singoli, nella psicologia e nella civiltà di un popolo che non meritava quell'affronto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 gennaio 2007)
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