Big Eyes

USA - 2014
3/5
Big Eyes
A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il pittore Walter Keane raggiunse un enorme e inaspettato successo, rivoluzionando la commercializzazione dell'arte con i suoi enigmatici ritratti di bambini dai grandi occhi. Finché non emerse una verità tanto assurda quanto sconvolgente: i quadri, in realtà, non erano opera di Walter ma di sua moglie, Margaret. A quanto pare, la fortuna dei Keane era costruita su un'enorme bugia, a cui tutto il mondo aveva creduto: una vicenda così incredibile da sembrare inventata, che ha dato vita a una delle più leggendarie frodi artistiche della Storia dell'arte.
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA PLUS 4:3/ARRI ALEXA STUDIO, GEMINI 4:4:4, ARRIRAW (2.8K)/(2K) (1:1.85)
  • Produzione: LYNETTE HOWELL, SCOTT ALEXANDER, LARRY KARASZEWSKI, TIM BURTON PER THE WEINSTEIN COMPANY, SILVERWOOD FILMS, TIM BURTON PRODUCTIONS, ELECTRIC CITY ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: LUCKY RED (2015)
  • Data uscita 1 Gennaio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Se non avessimo letto il suo nome sui titoli di coda, difficilmente avremmo riconosciuto la mano di Tim Burton in Big Eyes. Opera insolita in una filmografia di atmosfere notturne e stralunate, orfana dei freak, dei Frankenstein e della altre meravigliose creature che l'hanno resa così riconoscibile.
Big Eyes è invece storia vera, perfetta ricostruzione d'epoca (anni '50-'60), black comedy in piena luce. Bianca, abbagliante come il riflesso sull'asfalto, come la spuma di un'onda hawaiana, dove infine il film ci porta, dopo aver fatto sosta lunga a San Francisco. E sono forse le Hawaii e San Francisco mete burtoniane?

Esiste certo un filo sotterraneo che collega la vicenda esistenziale e artistica di Margaret Keane a quella di Tim Burton, a partire da quei ritratti di bambini dagli occhioni enormi di cui il regista di Sleepy Hollow si appropria con un rispetto del tutto sconosciuto invece al mefistofelico marito della pittrice (un Christoph Waltz esageratamente gigione), autore di una delle più gigantesche frodi mai registrate nella storia dell'arte.
D'altra parte, l'uomo che si attribuì le creazioni della moglie entra di diritto nella famiglia degli orchi, dei persecutori, dei padri infausti che tante volte abbiamo incontrato nel cinema di Tim Burton. E lei, Margaret (bravissima Amy Adams), è l'innocente principessa rinchiusa nella torre (la stanza di lavoro della villa dei Keane), come la sventurata di una qualunque favola dark.

Puri elementi burtoniani: come l'amore per la pop art; il retrogusto grottesco; l'ironia in fondo al dramma; l'orrore del conformismo (come sempre espresso nella dimensione del ridicolo, stigmatizzato con una sola battuta, inquadrato iperbolicamente, come nella scena del confessionale o in quella più autenticamente burtoniana del supermercato, dove Margaret vede occhioni ovunque, in una sorta di delirio da mercificazione).E in fondo il tema dell'autodeterminazione (qui in una declinazione tutta al femminile) è da sempre il prediletto dell'autore.

L'impressione però è che Burton semini nascondendo la mano. Come se l'ancoraggio alla cronaca non lo metta mai veramente a suo agio. Ritroviamo il graffio e l'invenzione qua e là, intuiamo la convergenza d'interessi con la Keane (di cui è amico), gli riconosciamo un paio di sequenze, ma il resto è mestiere.
Il film vive al di là di lui, è una buona storia, con una buona sceneggiatura, due ottimi attori e una confezione impeccabile, questa sì doc (è la “sua” squadra: lo scenografo Rick Heinrichs, la costumista Colleen Atwood, il direttore della fotografia di Dark Shadows Bruno Delbonnel e il musicista Danny Elfman).
Non è la svolta annunciata, ma un gioco a nascondino. In definitiva Big Eyes sta a Burton come il dipinto sta alla Keane.Con la differenza che la paternità, nel caso del film, resta dubbia fino alla fine.

NOTE

- GOLDEN GLOBE 2015 AD AMY ADAMS COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL. IL FILM ERA CANDIADTO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE (CHRISTOPH WALTZ) PROTAGONISTA PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL E CANZONE ORIGINALE ("BIG EYES").

CRITICA

"(...) per quanti sforzi facciano regista e sceneggiatori, 'Big Eyes' pende costantemente dalla parte di suo marito Walter (un Christoph Waltz a briglia sciolta). Che ha tutti i difetti del mondo, ma oltre a rubarle la scena rende il film troppo esplicito e sempre al di sotto della densità necessaria. Chiarita la truffa infatti, il mistero - artistico e umano - resta. Inesplicato e in buona parte inesplorato. Anche se nel film compaiono, a rinforzare una sceneggiatura spesso traballante, un giornalista pettegolo e compiacente (il soave Danny Huston), un gallerista snob ma con le idee chiare (uno spiritoso Jason Schwartzman) e un critico tetragono e battagliero (un irascibile Terence Stamp). Chi erano davvero Mr. e Mrs. Keane? Perché lei ci mise tanto a ribellarsi? E con che occhi dobbiamo guardare i suoi quadri? La risposta è lasciata agli spettatori, ma il film resta sempre vagamente reticente. A ben vedere è il problema di tante biografie 'autorizzate' (la vera Keane appare anche nel film, seduta su una panchina). I migliori freaks sono quelli creati di sana pianta. Usando, come meritano, un'immaginazione senza limiti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 dicembre 2014)

"Per la prima volta Tim Burton applica la sua visione a una vicenda e a personaggi presi dalla realtà. In verità anche 'Ed Wood' era ispirato dalla figura del 'peggior regista di tutti i tempi'. Ma intanto lì si restava nel campo del cinema e delle sue mitologie, e la fonte di ispirazione era trasfigurata e personalizzata dalla sensibilità di Burton. Qui la faccenda è più lineare. (...) Malgrado un cast eccellente, lei Amy Adams e lui Christoph Waltz, e malgrado il riconoscibile tocco qui e là di un grande creatore di atmosfere, il film lascia un po' delusi." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 31 dicembre 2014)

"I vialetti di case banali e ordinate sono quelli di 'Edward mani di forbice', moda e pettinature sono anni '50, e l'eroina somiglia tantissimo a Doris Day. Tim Burton (Burbank, 1958) toma a casa in molti sensi con 'Big Eyes', un film che lo riporta ai luoghi e agli anni dove è nato/cresciuto, alla pittura che ha un ruolo così importante nel suo cinema, alle crepe dell'American Dream da cui sono sbucati molti dei suoi mostri, alla provocazione del kitsch tanto vitale nell'arte dei suoi film e a delle immagini che hanno visibilmente stregato la sua opera. (...) è chiaro che gli spaventosi buchi neri che si spalancano sui volti dei bambini di «Keane« hanno avuto un grosso impatto sull'immaginario di Tim Burton. E che la struggente compulsività del gesto di Keane, insieme alla sua implausibilità artistica, lo affascinano come quello di Ed Wood. Quello che è meno chiaro - forse perché dopo tutto questa è una storia di (auto)repressione - è cosa Burton vede in quei buchi neri. Cosa succede dietro alla porta dello studio di Margaret Keane, e dietro ai suoi grandi occhi blu, rimane un mistero. Il che fa di 'Big Eyes' un bel film che però ti lascia con la voglia di qualcosa di più." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 31 dicembre 2014)

"E' la vera storia di Margaret Keane (Amy Adams) e di suo marito Walter (Christoph Waltz, un po' sopra le righe) (...). Il tutto, ritratto da un insolito Tim Burton, meno barocco e più defilato." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 31 dicembre 2014)

"Mi è accaduto più volte in passato di confrontare la visionarietà di Tim Burton, sia pure con immagini meno folgoranti, addirittura con quella di Fellini. Per esempio dopo 'Sweeney Todd', dopo i due 'Batman', dopo 'Edward mani di forbice' e, da ultimo, 'La sposa cadavere'. Carichi di suggestioni e di ricerche continue in mondi abnormi. Oggi, con 'Big Eyes', sembra che Burton abbia cambiato rotta. Intanto parte da un fatto di cronaca realmente accaduto, quello che, fra i Cinquanta e i Sessanta, coinvolse, fino a un divorzio esacerbato, i coniugi Keane. (...) Un fatto di cronaca (...) molto noto in quegli anni, di cui il solo elemento che poteva coinvolgere Burton era quel gioco spesso drammatico della finzione architettata dai coniugi con quella sua conclusione tutta in nero. Burton, però, non esitò ad alleggerirla con il finale lieto di quel processo puntualmente scandito secondo tutte le regole di Hollywood. Una delusione per chi ha sempre privilegiato le sue tante diavolerie anche se, a questa sua nuova fatica non possono negarsi dei meriti. Specialmente nella costruzione di quella vicenda dominata, nella seconda parte, dalla suspense in attesa che la moglie, angariata, vilipesa e perfino minacciata di morte, si decidesse a ribellarsi e a sbugiardare il marito. Consentendo così allo spettatore, di tirare un sospiro liberatorio. Provocato anche dall'abilità con cui si sono mossi i protagonisti, Christoph Waltz che, per il marito truffaldino e avido, ha saputo creare un personaggio che rasenta la cialtronaggine e Amy Adams, nella quasi umile figura della moglie, composta e modesta anche quando si vede dar ragione." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 gennaio 2015)

"II film 'Big Eyes' può risultare anomalo nell'ambito della filmografia di Tim Burton, autore dalla vena fiabesco-espressionista. Nessuna tinta gotica in questo spaccato biografico - metà «scene da un matrimonio», metà storia di un plagio artistico (...). Per il fatto che la Keane (oggi ottantaseienne) è una persona reale, 'Big Eyes' può essere accostato a 'Ed Wood', ma a noi viene in mente piuttosto 'Edward mani di forbice', certamente il personaggio più autobiografico di Burton, il quale tra l'altro è uno dei tanti collezionisti hollywoodiani (Natalie Wood, Jerry Lewis Joan Crawford, Kim Novack) dei quadri 'kitsch' della Keane. In fondo questo personaggio di donna fragile come la incarna la ottima Adams, e prigioniera di un uomo che la inchioda a dipingere mentre lui si gode la celebrità, è un 'diverso'; e quei grandi occhi, che sono poi quelli di 'La sposa cadavere' e di 'Sweeney Todd', non rivelano forse un talento, ma di certo un cuore, un'emozione infantile rimasta intatta." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 2 gennaio 2015)

"A partire da immagini che hanno accompagnato il regista di 'Nightmare Before Christmas' dall'infanzia (gusto camp quello della Ulbrich, ma pieno di contesto d'attualità estetica pop) è un film affatto minore. Chiaro e pulito, illumina delicate contraddizioni della creatività e dell'amore. Tocca la questione del valore di un'opera d'arte: i soldi la producono al di là del risultato, il successo la declina nell'equivoco della celebrità e la pone all'asta delle cose per la proprietà." ('Nazione - Carlino - Giorno', 2 gennaio 2015)

"L'anno scorso, in 'American Hustle' di David O.Russell, era una pericolosa pantera Anni Settanta, fasciata in abiti-seconda pelle, attraversati da scollature profonde come canyon. Due stagioni fa, in 'The Master' di Paul Thomas Anderson, era Peggy Dodd, la moglie composta e timorata del Maestro Philip Seymour Hoffman. Premi e candidature agli Oscar hanno premiato ambedue le prove, confermando l'irresistibile ascesa di un'attrice che sa essere tutto. Sexy, timida, aggressiva, dominatrice, devota. Stavolta, in 'Big Eyes' di Tim Burton (...) Adams delinea il ritratto di una Barbie perfetta, dotata di un talento che la supera e quasi la mette a disagio. Per riuscirci ha voluto incontrare la vera Keane che, vedendola sullo schermo, è rimasta scioccata dalla somiglianza. Per Adams questo potrebbe essere l'anno dell'Oscar, in ogni caso nulla potrà fermare la carriera di un'interprete che, davanti alla macchina da presa, sa rinascere ogni volta a nuova vita." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 8 gennaio 2015)

"Lontano dalle consuete e geniali fantasmagorie che l'hanno reso unico nel cine-universo, Tim Burton s'applica a un fatto di cronaca più per amicizia con la protagonista (Margaret è ancora viva) che per pura passione. E si vede, purtroppo. Film che non supera l'aggettivo 'interessante'." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 8 gennaio 2015)

"Con «Big eyes» Tim Burton lascia l'immaginario cupo e fantasmagorico di «Edward mani di forbice», «Batman - Il ritorno», «Tim Burton's Nightmare Before Christmas», «Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street». Nella sua diciannovesima fatica egli impagina, adottata una messa in scena effervescente e rigorosa, la storia semplice e vera, calata in un mondo di immagini patinate e colorate, di un caso di plagio, di un clamoroso inganno. (...) Grazie anche alle variegate e accurate interpretazioni di Christoph Waltz, che delinea una figura spregevole ma geniale, e di Amy Adams, che tratteggia con dovizia di particolari una donna dipendente dalla protezione del marito ma poi capace di riscattarsi dalla sua fragilità, il californiano Tim Burton, attraverso una storia di truffa e di impropria vanità artistica raffigura, fra sottili metafore, un dramma familiare e le complesse relazioni fra coniugi. Nel contempo alimenta una riflessione sulla mercificazione dell'arte assoggettata alle regole di mercato: non più fenomeno di nicchia, le opere/prodotti sono accessibili a molti in seguito alla loro commercializzazione, resa possibile dalla loro riproducibilità (la camera scorre sui macchinari che stampano copie su copie dei dipinti di Margaret), resa possibile dai progressi della tecnica." (Achille Frezzato, 'l'Eco di Bergamo', 8 gennaio 2015)

"È una storia vera, succede di leggere, come se fosse importante. La cosa che invece conta è che il film sia fatto bene. Come il dramma di Tim Burton (...) Amy Adams è più brava, o almeno più misurata, del gigione Chris Waltz." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 8 gennaio 2015)

"Anche se gli infelici, pesti grandi occhi infantili dipinti nei '50-'60 da Margaret Keane sono quelli che hanno influenzato il suo potere visionario, Tim Burton (...) sta sotto al suo copyright di fantasy. Firma un film processo di genere, alla Perry Mason, (...) il bugiardo tarantiniano Christstoph Waltz, che odiamo anche per la sua prestazione sopra le righe che si contrappone a Amy Adams, ex star disneyana che nel gioco a togliere, lo supera per introspezione e verità. Interessante oggi questa truffa leggendaria che la dice più lunga di ieri sul plusvalore dei consigli d'arte pilotati e la cultura american pop." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 gennaio 2015)
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