Belluscone. Una Storia Siciliana

ITALIA - 2014
4/5
Belluscone. Una Storia Siciliana
Il critico cinematografico Tatti Sanguineti arriva a Palermo per ricostruire le vicissitudini di "Belluscone. Una storia siciliana", l'ultima fatica di Franco Maresco, il suo "film mai finito" che avrebbe voluto raccontare il rapporto unico tra Berlusconi e la Sicilia, attraverso le disavventure di Ciccio Mira (impresario palermitano di cantanti neomelodici, organizzatore di feste di piazza, imperterrito sostenitore del Cavaliere e nostalgico della mafia di un tempo) e di due artisti della sua "scuderia", Salvatore De Castro in arte Erik e Vittorio Ricciardi, che in cerca di successo decidono di esibirsi insieme nelle piazze palermitane con la canzone "Vorrei conoscere Berlusconi".
  • Durata: 94'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DOCUFICTION
  • Specifiche tecniche: DCP (16:9)
  • Produzione: REAN MAZZONE PER ILA PALMA, DREAM FILM, IN COLLABORAZIONE CON SICILIA CONSULENZA E FRENESY FILM COMPANY
  • Distribuzione: PARTHÉNOS
  • Data uscita 4 Settembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
C'è un fantasma che si aggira alla Mostra di Venezia. E' quello di Franco Maresco, che oggi avrebbe dovuto accompagnare il suo secondo film da regista "in solitaria" (dopo la separazione con Daniele Ciprì e dopo lo sfortunato Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz, mai distribuito), Belluscone, una storia siciliana, e invece ha preferito - ancora una volta - evitare la luce dei riflettori. Decisione (non nuova, si pensi al precedente di dieci anni fa, quando disertò la Mostra che ospitava Come inguaiammo il cinema italiano) che questa volta crea una sorta di "continuità" con l'oggetto stesso del film, incentrato di fatto sulla storia di tre fallimenti: quello politico ed umano di un Berlusconi ormai avviatosi sul viale del tramonto, quello dello sfortunato e “facilone” Ciccio Mira radicato in una vecchia cultura dura a morire e, infine, quello artistico di Franco Maresco, che sceglie di eclissarsi, dopo aver capito l'inutilità dell'ennesima battaglia contro i mulini a vento della politica, in un'Italia che nella “cultura” berlusconiana si è a lungo riconosciuta e probabilmente continua a riconoscersi: "Non amo la mia contemporaneità, pur essendo consapevole di interpretarla bene, cioè di comprenderla", come ha detto lo stesso regista siciliano nella recente e interessante intervista pubblicata da rapportoconfidenziale.org.

Ma andiamo con ordine, e proviamo a "riassemblare" l'oggetto della visione: lo storico e critico cinematografico Tatti Sanguineti arriva a Palermo per ricostruire le vicissitudini del film mai finito di Franco Maresco, Belluscone, una storia siciliana. Il film che avrebbe voluto raccontare il rapporto unico tra Berlusconi e la Sicilia, attraverso le disavventure dell'impresario palermitano di cantanti neomelodici, organizzatore di feste di piazza, Ciccio Mira – imperterrito sostenitore di Berlusconi e nostalgico della "mafia di un tempo" – e dei due artisti della sua “scuderia”, Erik e Vittorio Ricciardi, che in cerca di successo decidono di esibirsi insieme nelle piazze palermitane con la canzone scritta dal primo, intitolata “Vorrei conoscere Berlusconi”.

"Il film che avrebbe voluto...".

E' un'operazione di una complessità ben maggiore rispetto all'argomento "dichiarato", il nuovo lavoro dell'ex Cinico Tv: sì, perché attraverso la sovrapposizione di figure (Sanguineti, Ciccio Mira, i cantanti neomelodici, giornalisti locali, Dell'Utri, pentiti di mafia come Mutolo) e contesti (le esibizioni al quartiere Brancaccio di Palermo, le trasmissioni televisive di Tsb, materiale d'archivio e materiali inediti custoditi in un negozio specializzato in video di matrimoni...), prende vita una creatura multiforme, che sprigiona echi wellesiani e donchisciotteschi. Un esplosivo mix in cui finiscono per coabitare gli spettri di trattative tra poteri forti e i "mostri" che Maresco non ha mai smesso di inseguire, filmare, amare come oggetto di ricerca quasi antropologica, viscerale, specchio dei tempi e simulacro di mondi, realtà, che - dall'alto della nostra supponenza - continuiamo ad ignorare. Mostri, freaks - come spiega Sanguineti verso la fine del cammino - senza i quali Maresco finirebbe per sentirsi tremendamente più solo e, forse proprio per questo, "il film non lo finirai mai".

Una presa di coscienza liberatoria e al tempo stesso dolorosa, per uno degli artisti "più sfortunati della storia del cinema" (sempre citando Sanguineti), che riesce dopo ore di silenzi e divagazioni a strappare qualche "confessione" al senatore Dell'Utri, simbolicamente adagiato su un trono... "Se un giorno Berlusconi decidesse di svelare i suoi segreti, che cosa pensa possa venire fuori?", chiede ad un certo punto Maresco al suo interlocutore: "Un sacco di cose, per esempio anche qualche mistero sulla morte di Mattei". Poi succede qualcosa, un intoppo tra microfono e registratore, forse un errore umano. Fatto sta che quello che aggiunge Dell'Utri è perso per sempre. Anche il film di Maresco? Forse. O forse no. Perché ricomincia a costruirsi sul suo stesso fallimento, alimentandosi come un Blob, alternando l'inchiesta su quali fossero le connessioni tra il "Principe di Villagrazia" Bontate e Berlusconi alla ricerca "sul territorio", provando a rintracciare nei luoghi, nel tessuto sociale, il perché di dinamiche apparentemente incomprensibili, come quelle che collegano alcuni cantanti neomelodici alla mafia o a inneggiare per Berlusconi. Sempre attraverso lo strumento caro al metro di Cinico Tv, quelle "interviste impossibili" in cui parole storpiate, silenzi e smorfie dicono più di mille parole. Come riesce a fare il film-fantasma di Maresco, oggetto non identificabile, non catalogabile, non-finito. Che squarcia Venezia71 e i suoi Orizzonti.

Guiarda il Trailer

NOTE

- PRODUTTORI ASSOCIATI: FAUSTO AMATO, SILA BERRUTI, LUCA GUADAGNINO.

- PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI, PREMIO ARCA CINEMAGIOVANI MIGLIOR FILM ITALIANO ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

- DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR DOCUMENTARIO DI LUNGOMETRAGGIO.

CRITICA

"Non è (...) la denuncia a interessare Maresco, nelle sue immagini l'attualità va oltre la cronaca, e questa è la loro potenza, e ciò che gli permette di non rimanere impigliate nella logica della «realtà» così come è. È lo sguardo che produceva le apocalissi di 'Cinico tv', crudele e insieme pieno di compassione verso quelle creature immobilizzate in un paesaggio senza salvezza. Lo stesso che pervade questa Palermo/Italia dall'apparenza scanzonata, che Maresco scortica con malinconica consapevolezza. Non si tratta di nostalgia, per carità, e del resto di cosa? Delle speculazioni selvagge, di una corruzione remota e immutabile, della menzogna e delle stragi? Malinconico è semmai il pensiero sul senso del proprio ruolo, che significa fare oggi un cinema che parla del «vero». Maresco non è un moralista, non punta il dito o cerca colpevoli che garantiscano risposte rassicuranti. Costruisce la sua inchiesta dentro all'immaginario, nella televisione di anni e anni, nelle trasmissioni delle emittenti locali. Berlusconi è questa cosa qui, o molte altre, ma al di là di lui c'è un paesaggio umano, quello di ora, in cui la visione di Renzi a 'Amici' col suo giubbino nero non è tanto meglio. Non è, dunque, semplicemente questione della trattativa stato-mafia, ma è qualcosa che va al di là, qualcosa che tutto questo raggruppa e produce, una sorta di pensiero collettivo ineffabile, che solo la finzione del vero, può cogliere nella sua radicale verità. Sta a noi cogliere il fascino di Berlusconi o Belluscone in un paese che ha bisogno di sentirsi protagonista, e davanti alle sue macerie preferisce distogliere gli occhi. Lui, Maresco, si interroga a sua volta, e quel sentimento malinconico, è questa sua commuovente ostinazione, che oscilla tra comico e tragico, risata e spavento per un presente in cui tutto si confonde, e appare normale, quotidiano. Il limite è infranto, Ciccio Mari è sparito, e così Maresco. E il cinema?" (Cristina Piccino,' 'Il Manifesto', 3 settembre 2014)

"Si ride parecchio vedendo 'Belluscone'. (...) Il merito è di Franco Maresco, geniale regista palermitano che ha preferito disertare Venezia per non «sporcare» la sua opera con polemiche, pensa un po', su Berlusconi. (...) La differenza rispetto alla valanga di film e documenta rivisti finora sul tema è la cifra ironica. Al posto del livore giustizialista (...), si predilige il tono scanzonato. Il tutto confezionato in un documentario su cui però s'innesta un altro giallo: l'improvviso ritiro di Maresco, scoraggiato dalle difficoltà di completare l'inchiesta. Per ricostruire le ragioni del suo eclissarsi indaga l'amico e critico Tatti Sanguineti. (...) sebbene tutto sia realizzato col tono dissacrante di quella che potremmo definire una Iena più colta e sagace, e i denti, anziché digrignare, si aprano spesso alla risata, rimane l'incertezza se ci sia più materia per la critica cinematografica o peri tribunali e le querele per diffamazione." (Maurizio Caverzan, 'Il Giornale',1 settembre 2014)
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