Bangla

ITALIA - 2018
4/5
Bangla
Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia 22 anni fa. Vive con la sua famiglia a Torpignattara, quartiere multietnico di Roma, lavora come steward in un museo e suona in un gruppo. È proprio in occasione di un concerto che incontra Asia, suo esatto opposto: istinto puro, nessuna regola. Tra i due l'attrazione scatta immediata e Phaim dovrà capire come conciliare il suo amore per la ragazza con la più inviolabile delle regole dell'Islam: la castità prima del matrimonio.
  • Durata: 86'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO, TIMVISION
  • Distribuzione: FANDANGO (2019)
  • Data uscita 16 Maggio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Ci sono le ombre assertive e scanzonate del primo Nanni Moretti, siccome Ecce Bangla. Si avverte lo stream of consciousness à la Paterson, almeno a dar retta al regista. Ci sono, quantomeno si vedono, le influenze familiari di East Is East e le geometrie di coppia di (500) giorni insieme.

 

C’è, sopra tutto, nitore acuto e calmo furore di Phaim Bhuiyan, che scrive e si dirige in una commedia sentimentale al tempo, e nei modi, delle seconde generazioni. Diciamolo subito, Bangla è un piccolo grande film, in cui la povertà dei mezzi è ricchezza ideale, sprone creativo, libertà d’espressione: se le dimensioni contano, anche quelle produttive, qui Tim Vision e Fandango, di più conta il divario tra promessa e fine, premesse e svolgimento, che il ventiquattrenne italiano di origine bengalese Bhuiyan appiana facilmente e felicemente.

Nella Roma multietnica, e sperabilmente multiculturale, di Torpignattara, il suo alter ego Phaim si destreggia tra famiglia e lavoro (steward in un museo), passando per un gruppo musicale: c’è la realtà italiana, c’è il retaggio familiare, ovvero l’Islam, che prescrive la castità prematrimoniale. La tensione è preesistente, non il punto di rottura: Asia (Carlotta Antonelli) ha nome affine, e futuro prossimo condivisibile? Scisso tra religione e amore, combattuto tra precetto e volontà, Phaim chiede e si chiede, si prova e mette alla prova, con sfrontata leggerezza e irredimibile freschezza: Bangla non è titolo programmatico, ma spia scoperta di un’identità in divenire, dialettica e fusionale insieme.

 

Supportato creativamente e fattivamente da Emanuele Scaringi, Bhuyian fa di necessità produttiva virtù estetica: davanti alla macchina da presa è come se ci vivesse abitualmente, dietro predica semplicità e raccoglie naturalezza, intestando a sé e ad Asia/Carlotta uno sguardo anagraficamente, emotivamente ed empaticamente all’altezza.

 

Il dato autobiografico, quello spicciamente delle seconde generazioni, si diluisce senza grumi ideologici né sovraintenzioni politiche nel voltaggio universale della storia d’amore, nell’indicazione antropologica tipica delle identità multiple e della sintesi auspicabile: si ride, si sorride, e mentre lo fai ti accorgi di un surplus di significato, di uno slittamento di senso, di una sprezzatura gentile, ovvero di un intento comprensivo e originale, pubblico e privato.

Ci si cerca, si si trova, ci si perde, e (ci) si ripete, disseminando conversazioni familiari stranite e confessioni amicali non risolutive, ubriacature indebite e richiesta di consigli allo spacciatore: vorrei ma non posso, o posso?

C’è giusta misura nel racconto, che prende di tutto un po’ senza abbuffarsi, e giusta distanza nella prospettiva, c’è una sceneggiatura – a quattro mani con Vanessa Picciarelli – che non apre vie che non può, produttivamente e drammaturgicamente, portare a termine, ma onora e adorna il boy meets girl, c’è un cast di contorno, Simone Liberati, Milena Mancini e Pietro Sermonti, che fa il suo, e immagini, e immaginario, senza filtro: l’Italia cambia, e perché il cinema non dovrebbe? Un esordio prezioso, Bangla.

NOTE

- EVENTO SPECIALE ALLA XVI EDIZIONE DI 'ALICE NELLA CITTÀ' (2018), SEZIONE AUTONOMA E PARALLELA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA.

CRITICA

"(...) Oltre a litigare con Allah, il bengalese di Torpignattara gira uno spot «sinistro» sullo ius soli in una commedia fatta di parolacce in romanesco, gergo da adolescente e cervello in pappa. Il risultato è che non si ride e non si piange in un oceano di luoghi comuni. Se questo è il risultato dell'immigrazione siamo fritti." Stefano Giani, 'Il Giornale', 16 maggio 2019)

"Piacerà. Certo che piacerà, e gli spettatori andranno subito a chiedersi chi è questo Bhuyan, ex youtuber che misteriosamente è riuscito a trovare un produttore per questo esordio-autobiografia. Qualcuno ha già definito il film la più bella commedia all'italiana dell'anno. E allora voleva dire che la commedia per ritrovare sprint doveva convertirsi in musulmana." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 maggio 2019)
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