Anni felici

ITALIA - 2013
2/5
Anni felici
Roma, 1974. Guido, aspirante artista d'avanguardia, si sente intrappolato in una famiglia troppo borghese e invadente: sua moglie Serena non ama particolarmente l'arte, anche se è molto innamorata dell'artista, e i loro figli - Dario, di 10 anni, e Paolo, di 5 - sono loro malgrado i testimoni del complesso quanto passionale rapporto tra i genitori. Uno sguardo sugli "anni felici" della famiglia di Guido che, tra happenings artistici, colpi di testa, film in super 8, pigre vacanze, design e confessioni cercherà di essere più libera ritrovandosi, però, in una prigione senza vie di fuga...
  • Altri titoli:
    Storia mitologica della mia famiglia
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA, RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - DVD E BLU-RAY: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2014)
  • Data uscita 3 Ottobre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Massimo Giraldi
Anno 1974. A Roma Guido è un artista “moderno”, tutto preso dai nuovi movimenti di avanguardia tra pittura e scultura. Si sente però intrappolato in una famiglia troppo borghese e invadente. La sua attività creativa mal si concilia con la presenza della moglie Serena e dei due figli Dario e Paolo, 10 e 5 anni. Tra i genitori c'è una forte attrazione fisica ma la vita quotidiana diventa sempre più difficile e precaria. Guido va Milano ad una performance happening dal vivo. Serena lo segue di nascosto e quando lui chiede al pubblico di partecipare, Serena si offre all'improvviso, creando grande imbarazzo Per lei è il primo passo verso l'avvicinamento alle istanze femministe. Cerca l'indipendenza e accetta di andare in vacanza con un gruppo di donne. Con Helke, direttrice di galleria, comincia una storia più seria…
Daniele Luchetti lo dice apertamente: “Dopo Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, mi trovo per la terza volta ad affrontare un racconto familiare (…) Cosa c'è di vero e cosa c'è di inventato? I fatti sono in parte frutto di fantasia, i sentimenti sono invece totalmente autentici. Ho dovuto inventare molte bugie per riuscire ad avvicinarmi a quella che umilmente definisco la verità”.
Questa confessione così diretta e immediata serve a mettere le mani avanti, a far capire le difficoltà di recuperare un equilibrio tra fatti troppo personali e altri troppo oggettivi? E' questa sensazione che comincia da subito (con la voce fuori campo – di Luchetti stesso - a spiegare e avviare il plot) e attraversa l'intero copione. Che soffre della necessità di restare attaccato alle vicende del nucleo familiare e trascura il contesto, il contorno, la vita. Il risultato è una introspezione psicologica fin troppo caricata (anche nelle istanze femministe) e una assenza di dialettica con l'immagine, con la storia, con i personaggi.Testimonianza d'epoca vivace ma film che necessitava di maggiori sfumature e chiaroscuri.

NOTE

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2014 PER: MIGLIORE SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (PAOLA GATTABRUSI), ACCONCIATORE (MASSIMO GATTABRUSI), MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2014 PER: REGISTA DEL MIGLIOR FILM, MIGLIOR SCENEGGIATURA, ATTORE PROTAGONISTA (KIM ROSSI STUART), SCENOGRAFIA (GIANCARLO BASILI È STATO CANDIDATO ANCHE PER "L'INTREPIDO" DI GIANNI AMELIO) E COSTUMI.

CRITICA

"Ancora famiglie per Daniele Luchetti, dopo 'La nostra vita' con Elio Germano e 'Mio fratello è figlio unico' con Scamarcio. Là, quasi solo in filigrana, si potevano intuire degli spunti autobiografici, qui certi personaggi, certi temi è abbastanza noto che riflettano situazioni e atmosfere non difficilmente reperibili nell'ambito della sua propria vita. L'indizio del resto lo fornisce l'espediente di far raccontare la vicenda, come voce narrante, da un bambino che nel 1974, l'anno in cui l'azione si colloca, aveva dieci anni proprio come Luchetti, aggiungendovi la circostanza che il padre è un arti-sta d'avanguardia come, appunto, era il padre di Luchetti. Questo bambino, però, non si limita a raccontare, ma dato che gli hanno regalato una cinepresa in Super8, filma, mentre li espone, i tanti eventi, piccoli e grandi che ha vissuto, a cominciare dal confronto con quel padre artista e con una madre non certo interessata all'arte ma molto legata invece a quell'artista che ha sposato. (...) Certo, l'occhio di un bambino, i suoi rapporti con papà e mamma, i suoi giochi, le sue vacanze, le sue crisi anche gridate, ma il film soprattutto consiste in quella storia di coppia in cui i due coniugi, pur tradendosi, pur sembrando di sopportarsi a fatica, in realtà si amano, e non solo sessualmente, e riusciranno a dimostrare alla fine di non poter stare l'uno senza l'altra. Luchetti ha lavorato con finezza su questo rapporto, aggiungendovi un contorno di esponenti di varie famiglie collegate (nonne, zie, fratelli) felicemente disegnate in climi non solo di tensione ma anche, in più punti, con accenti distesi. Li esprimono, con sicurezza, Kim Rossi Stuart, il padre, Micaela Ramazzotti, la madre. Un duetto sempre in grado di dominare con la mimica ed i gesti anche le sfumature più sottili." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 3 ottobre 2013)

"(...) osservato dagli occhi e dai sentimenti del decenne Dario nel quale esplicitamente si rispecchia il regista Daniele Luchetti (più o meno l'età di Dario). Che ha inteso fare dell'autobiografia: se non letterale, generazionale. L'intesa tra Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti si rinnova dopo la convivenza con gli stessi ruoli coniugali in 'Questione di cuore' di Francesca Archibugi." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 3 ottobre 2013)

"È il capitolo conclusivo di un'ideale trilogia familiare, partita con 'Mio fratello è figlio unico' e proseguita con 'La nostra vita', ed è il suo film più riuscito, più maturo. In 'Anni felici', Daniele Luchetti rievoca una cruciale stagione della sua infanzia, quando i genitori si divisero. (...) Il modello di base del cinema di Luchetti è la commedia italiana classica, con le sue solide radici (neo)realiste, la sua vocazione a mescolare ironia e dramma. Ma il nostro, che non a caso anni fa indicò Alberto Lattuada come cineasta di riferimento, è anche un formalista che lavora a rinnovarsi, aperto ad assorbire stilemi e atmosfere. Qui, e lo diciamo in senso del tutto positivo, avvertiamo echi fenomenologico impressionisti tipici della nouvelle-vague, e non solo causa una vacanza, per Serena galeotta, su un selvatico litorale provenzale battuto dal vento di Mistral; e il gioco della memoria a tratti assume una struggente, volatile rarefazione che fa pensare al Malick di 'The Tree of Life'. Ma si tratta di spunti perfettamente amalgamati e messi al servizio di un progetto coerente e personale. A dare pregnanza ai protagonisti provvede un cast intonatissimo, in cui spiccano un sensibile, lacerato Rossi Stuart e una intensa, vulnerata Ramazzotti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 ottobre 2013)

"Al critico che ha recensito la sua mostra negativamente il protagonista - un giovane artista d'avanguardia anni Settanta - molla a un certo punto un sonoro schiaffone. ll gesto non dovrebbe ripetersi nella realtà a opera di Daniele Luchetti perché sarà difficile che il suo 'Anni felici' si ritrovi a fronteggiare assalti livorosi: nel trasfigurare il racconto di alcuni anni della propria infanzia - agitata dall'ingombrante presenza paterna e dal tortuoso rapporto vissuto da quest'ultimo con la madre - il regista di 'La scuola' e 'Mio fratello è figlio unico' segue, infatti, un percorso protetto di sceneggiatura (affidandosi alla tipica «medietà» narrativa copyright Rulli & Petraglia), rievoca in scioltezza le correnti emozionali e ideologiche del tempo e si tiene ben strette le ottime performance degli interpreti. (...) Micaela Ramazzotti è certo perfetta nel ruolo, ma per Kim Rossi Stuart è il momento d'andare aldilà delle lodi occasionali: forse sottilmente sottovalutato, schivo nei rapporti con i media e alquanto prudente nella scelta dei ruoli, il quarantatreenne attore e regista (figlio di Giacomo, volto e corpo della migliore stagione dell'horror e l'avventuroso all'italiana) è ormai capace di sfumature, credibilità e profondità recitative eccezionali. «Anni felici», che qua là trattiene il ritmo in stand-by e non osa rompere il canone affabile-impegnato caro alle produzioni italiane «di qualità» sfornate in serie da Cattleya-RaiCinema, deve soprattutto a lui se le istantanee familiari scattate dai due monelli restano impresse nel cuore, oltre che nell'occhio dello spettatore a caccia di revival e se le voghe, i progressi del costume e le cantonate colossali dei primi anni Settanta, non ancora avvelenati dalla deriva terroristica, acquistano riflessi, colori ed echi misurati. In questo senso la fuga in Camargue di Serena, irretita dalle ambigue femministe e dal clima della conclamata liberazione sessuale e della coppia aperta (anzi squartata) ci sembra la chiave per capire lo spirito guida del film che non può che tramandarsi come euforico e cialtronesco, esaltato e impetuosamente sensuale." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 ottobre 2013)

"In 'Anni felici' di Daniele Luchetti sono affrontati con garbo, anche se non sempre con profondità, quegli anni Settanta scossi da profondi cambiamenti di costume destinati a riflettersi anche sulla famiglia di Guido e Serena, turbolenti genitori di Dario e Paolo. Il tutto osservato con gli occhi di un bambino che non risparmia al padre e alla madre giudizi severi e nel quale si rispecchia l'esperienza dello stesso futuro regista." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 3 ottobre 2013)

"Ardito il tentativo poetico, meno la forma: la scelta del narratore in voce over è inconsulta, la libertà espressiva qui e là s'inchina al grande pubblico, ma l'emozione rimane, la storia prende. Scatti rubati da Luchetti all'album privato e restituiti a una famiglia chiamata cinema." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 3 ottobre 2013)

"Un film plasmato su una delle sceneggiature italiane più belle scritte in questi ultimi tempi, ambientata nell'Italia dell'anno del referendum sul divorzio, quando essere anticonvenzionale era considerato un «must» e definirsi borghese quasi un'infamia. E' l'ambiente nel quale è cresciuto Daniele Luchetti, in quelli che per lui erano «anni felici», tanto da dedicargli un film, tra verità e finzione, sulla sua famiglia. Più che il racconto di un'epoca, 'Anni felici' è l'esaltazione di un sentimento, quello della passione, che può alimentare un rapporto d'amore ma anche distruggerlo. (...) A colpire è non solo lo script, incisivo e affascinante, ma anche la bravura dei suoi interpreti. Kim Rossi Stuart è perfetto nei panni dell'artista, sempre in cerca di conforto, che ama la sua donna ma vorrebbe fuggirle, trovando la vera ispirazione nel momento della solitudine. Straordinaria e intensa è Micaela Ramazzotti che, grazie alla regia di Luchetti, raggiunge l'apice della sua carriera. Un gran bel film, furbescamente sottratto a Venezia." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 3 ottobre 2013)

"Piacerà anche e soprattutto per Micaela Ramazzotti che nei panni di Serena si prenota tutti i David e i Nastri possibili. Come lei a impersonare mamme belle e simpatiche (ma senza ulteriori qualità) oggi in Italia non c'è nessuna. Ma tanti complimenti anche Daniele Luchetti che ha dato al suo Amarcord un apprezzabilissimo tono dolceamaro, da degno erede della commedia all'italiana." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2013)

"Lo ha raccontato come un film quasi autobiografico, ispirato alla memoria sentimentale della sua infanzia, dove lui, Daniele Luchetti, è il ragazzino Dario, silenzioso e impacciato, innamorato della Super8 regalo ambito del compleanno, con cui trasformerà i filmini familiari in una pubblicità pagatissima per la Kodak. Il solo maschio capace di mettere insieme con successo arte e business in una linea familiare maschile - vedi il padre artista - frustrata nella sua espressività da madri gelidamente giudicanti. (...) La voce narrante dello stesso Luchetti, nel racconto alla prima persona di Dario ormai adulto, accentua la confusione tra romanzesco e vissuto, ma questo è il gioco: un po' come le opere d'arte, familiari e di altri artisti (Acconci ecc...). D'altra parte se andiamo a fare i conti, Luchetti è del 1960, e nel '74 sarebbe stato un quattordicenne magari più rabbioso e arrabbiato di Dario (Samuel Garofalo) contro mamma e papà. Luchetti lascia fuori campo la cronaca - il 74 è anche l'anno della strage sull'Italicus - per una dimensione tutta familiare - ma il privato era politico no? - di due persone che cercano un modo di amarsi, e di vivere il sentimento del proprio tempo. Qualcosa però non funziona in questo filmino familiare - anche omaggio alla pellicola cinematografica. 'Gli Anni felici' di Luchetti sono infatti anche quelli di Rulli e Petraglia - autori col regista della sceneggiatura - e il sentimento della soggettivissima memoria nelle loro mani si riempie di quel moralismo giudicante «a posteriori» con cui i due sceneggiatori (che pure in quegli anni erano molto presenti) riscrivono la storia d'Italia - da 'La meglio gioventù' al mistificante 'Romanzo di una strage'. E così i ricordi del ragazzino affollano stereotipi, in una necessità di ridicolizzare un'epoca che non è nemmeno la rabbiosa resistenza di un bambino solo (il punto di vista non è unicamente quello di Dario), o la ricerca di un ordine contro il terrorismo paterno - come accadeva in 'Colpire al cuore' di Amelio. Piuttosto è quell'ammiccamento, un po' sfottò, contro un pezzo della nostra Storia che chissà perché bisogna demolire. O almeno farne la macchietta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 ottobre 2013)
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