18.000 giorni fa

ITALIA - 1994
18.000 giorni fa
Moshe, un ebreo polacco evaso dal lager di Treblinka, raggiunge la frontiera del Brennero. Qui, viene catturato dalla polizia italiana ed inviato al campo di concentramento di Ferramonti. Moshe scopre una comunità di prigionieri, che cerca di sopravvivere, ma conserva anche una speranza di riscatto e di salvezza. Nello sconvolgimento dell'Europa questo miracolo di coraggio costringe Moshe ad uscire dalla disperazione e ad impegnarsi nelle vicende del campo. La vicenda di Moshe diviene il documento di un avvenimento realmente accaduto che può testimoniare il valore costruttivo della tolleranza e del coraggio.
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: STORICO
  • Specifiche tecniche: NORMALE
  • Produzione: MAXIMAGO PER ISTITUTO LUCE, MINISTERO DEL TURISMO E DELLO SPETTACOLO, RAIUNO
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE - ITALNOLEGGIO CIEMATOGRAFICO

NOTE

- REVISIONE MINISTERO SETTEMBRE 1993.

CRITICA

"Forse, a confronto degli orrori cui vicende simili ci hanno abituati, tutte quelle attenzioni e quelle generosità sanno un po' troppo di favola, ma desunte come sono da episodi autentici riescono a coinvolgere e ad apparire plausibili, anche perché il testo dl Roberto Leoni e la regia di Gabriella Gabrielli, pur rischiando qua e là un certo patetismo, tendono, specie nella prima parte, a mantenere toni asciutti e non di rado perfino risentiti con pagine di innegabile rigore. (...) Nonostante, dopo, la seconda parte, un po' approssimativa anche nelle sue ellissi, approdi con facilità eccessiva al lieto fine, consentendo addirittura al protagonista di ritrovare l'amore, sia coniugale, sia paterno: in cifre superficialmente emotive. Lo interpreta con accenti seri, Maurizio Donadoni; la donna cui si legherà è Silvia Cohen; fra gli altri ebrei del campo, William Berger; il militare buono è Pier Paolo Capponi; i fascisti cattivi sono Stefano Sabelli e Giovanni Visentin, forse un po' caricaturali. C'è anche Franco Interlenghi, barba bianca e saio da frate, pronto ad aiutare." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 febbraio 1994)

"Alcune forzature drammaturgiche saranno state anche inevitabili (benché non si possa dire lo stesso per la stereotipata approssimazione di alcuni personaggi: il gerarca impettito, il medico in orbace perfido ma codardo, il secondino butto e umano che storpia i nomi stranieri), e magari ci sarebbe stato abbastanza materiale per fare di "18.000 giorni fa" una miniserie tv di maggior efficacia e profondità narrative. Il vero dubbio che il film lascia, se confrontato con l'attuale spirito del tempo, è che il nostro carattere nazionale nel frattempo sia mutato molto, e non certo in meglio. Ma forse è solo un'impressione. La banalità del bene non avrà un gran mercato, tuttavia è pur sempre rassicurante." (Stefano Martina, 'Il Messaggero', 11 febbraio 1994)

"Il film è questo, un film molto povero (compresa la convenzione che consente a tutti di comunicare agevolmente in lingua Italiana) che non solo per colpa della povertà è troppo didascalico ma senza un filo di demagogia sulla presunta bontà naturale degli italiani in confronto alla barbarie nazista, onesto, limpido, lineare. Vanno almeno citati, della compagnia numerosa ed evidentemente complice dell'ispirazione civile, Silvia Cohen, Massimo Foschi, Alfredo Pea, Gianfranco Barra, William Berger, Franco Interlenghi, David Brandon." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 9 febbraio 1994)
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