Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Film d'arte firmato da Marco Martinelli. Sulle orme di Pasolini e Vertov, un viaggio sensibile e collettivo alla riscoperta della dignità politica

3 agosto 2017
4/5
Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Si affaccia dalla porta una bambina, guarda attentamente prima di fare il passo ed entrare, in quello che è il mondo, qui il ventre modificato a set cinematografico del Teatro Rasi, il mondo del Teatro delle Albe di Ravenna. Cammina in mezzo a ciò che pare essere un magazzino, di memoria e di altre dimensioni – oggetti di scena dei loro spettacoli. Percorre quel labirinto, fino ad arrivare al palco dove si trova Ermanna Montanari: ha un’orchidea in mano, che la bambina le mette tra i capelli. È solo allora, quando quella bambina trasforma la Montanari in altro, che compare il titolo di ciò che sarà questa storia: “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”, Primo Ministro birmano, Premio Nobel per la Pace nel 1991, agli arresti domiciliari dal 1990 al 2010, ora Consigliere di Stato della Birmania; figlia dell’eroe nazionale, il generale Aung San, ucciso quando lei aveva solo 2 anni: un destino segnato.

La Montanari è attrice pluripremiata, osannata dalla critica, come il lavoro e l’opera compiuta con le Albe, che ha fondato nel 1983 con il compagno di vita e d’arte Marco Martinelli, e con Marcella Nonni e Luigi Dadina.

Alla regia del film Martinelli, saggio e umano pedagogo, sensibile e acuto regista teatrale: arrivato a 60 anni ha deciso che era tempo di dedicarsi anche al cinema, e come a teatro il tocco è quello che annuncia la brochure che presenta l’opera: un Film d’Arte.

In un immaginario dichiaratamente ispirato da Jarman, Fellini, Pasolini, Vertov, Kaurismaki, Paradžanov, a cui si aggiunge la creatività della riviera “bizantina”, diviso in capitoli, in un formato a 4/3 dal gusto antico, perché “si tratta di una storia di altri tempi”, come ha ammesso Martinelli, scorre tra musiche dal sapore orientale, e quelle composte dal musicista di fama internazionale Luigi Ceccarelli, tra immagini di repertorio che ricreano il contesto sociopolitico in cui si muove questa storia birmana.

Partendo dal loro spettacolo omonimo che hanno riscritto per il cinema, in un’ora e mezza di narrazione condotta dallo sguardo del coro formato dalla bambina e da altre 5 che la raggiungeranno – 6 allieve della non-scuola che le Albe ha iniziato 30 anni fa a Ravenna per arrivare a spargersi per tutt’Italia e nel mondo, raccogliendo l’attenzione dei media, del Presidente della Repubblica e di scrittori come Roberto Saviano – , si alternano inquadrature che sono veri e propri quadri, pennellate di colori e di visioni, mescolate di poesia e di fantasia. “Su, svegli, immaginazione!, non mi vorrete mica diventare ragionevoli?”, dice proprio una bambina del coro, sguardo fisso alla camera.

Prodotto dalla Start Cinema di Maria Martinelli, e da Ravenna Teatro e le stesse Albe, distribuito dalla neonata Running Tv di Rebecca Basso, vede nel cast la presenza di Elio De Capitani e l’amichevole partecipazione di Sonia Bergamasco, entrambi protagonisti di un capitolo ciascuno del film in dialogo con la Montanari: la Bergamasco è la giornalista di Vanity Fair, che l’ha intervistata quando ricevette il Nobel, definendola la Giovanna d’Arco birmana; De Capitani è l’inviato dell’Onu, che non ha mai potuto nulla per liberarla.

Con loro nel cast: gli attori delle Albe, tra cui ricordiamo fra gli altri Roberto Magnani e Fagio, che interpretano i generali che si sono alternati nella dittatura; Vincenzo Nemolato e Christian Giroso, di Punta Corsara, compagnia di Napoli nata grazie al Progetto Arrevuoto, costola della non-scuola a Scampia: qui sono i Moustache Brothers, gruppo di “commedianti” birmani che mischiando tradizione a satira attaccavano il regime; un vero e proprio coro di bambine che prende posto tra le file del teatro, e che tra l’altro narra tra sogno, memoria  e commozione la storia d’amore tra Aung San Suu Kyi e il marito Michael, che non avrebbe più rivisto, neppure alla sua morte.

Supportato nel cast tecnico da Pasquale Mari, direttore della fotografia già per Martone, Ozpetek, Sorrentino, Bellocchio, e Natalie Cristiani al montaggio che si avvale della supervisione di Jacopo Quadri (tra le sue collaborazioni Martone, Gianfranco Rosi, Bernardo Bertolucci, Zhang Yuan, Apitchapong Weerasethakul), è viaggio alla scoperta di quel mondo lontano, ma anche di riavvicinamento al nostro, di una rinnovata forma di dignità nella politica e atteggiamento verso la vita, nella volontà di ricreare una vera comunità.

“La politica è un dovere, devi occuparti di politica, altrimenti la politica sarà a occuparsi di te”, ricorda Aung San Suu Kyi/Montanari le parole del padre.

“Sino a che la Repubblica avrà molti che hanno bisogno di essere corrotti e pochi che hanno i mezzi per corrompere, la libertà non sarà che un nome”, c’è scritto su una lavagna, a firma Ugo Foscolo 1798, le bambine che guardano il mondo fuori.

“La tenebra c’è sempre stata, è la luce che è nuova”, dice sola la Montanari sul finale, cercando l’esterno, che arriverà per lei con la riacquistata libertà.

Nell’epilogo, corrono tutte le bambine verso il mondo che le aspetta là fuori, e che si confonde in quella rinnovata luce; così idealmente si uniscono ad Aung San Suu Kyi, che finalmente cammina libera verso il domani.

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