The Bye Bye Man

Il potere segreto della parola e le sue implicazioni horror: film dal potenziale allegorico gestito però banalmente

19 aprile 2017
2,5/5
The Bye Bye Man
The Bye Bye Man

“The Bridge to Body Island”, il racconto da cui è tratto The Bye Bye Man, sfrutta il potere segreto della parola e le sue implicazioni horror.
Mito antichissimo già presente nella cultura egizia e in quella ebraica (dove Dio, l’innominabile, si cela dietro il tetragramma YHWH).

Nel film diretto senza infamia né lode da Stacy Title, il babau di turno è una malefico mietitore (somigliante a uno spaventapasseri) che viene evocato solo pronunciandone il nome. A farne le spese un terzetto di collegiali che ha preso in affitto una casa stile Amityville, dove quarant’anni prima si era consumato un eccidio.

Amityville è un riferimento non casuale. Il modo in cui agisce questo oscuro signore del male è subdolo, ricorda le spettrali presenze nella più famosa delle case dell’orrore. Le vittime iniziano ad avere le allucinazioni, a coltivare il tarlo del sospetto, a incattivirsi.

Il refrain salvifico è “Non pensarlo, non dirlo”. Certe parole, se proferite, possono far danni.
Il pretesto narrativo ha un bel potenziale allegorico. Peccato che Title si limiti a portare a casa il compitino, affidandosi alla solita grammatica di genere e al discreto carisma dell’attore protagonista (Douglas Smith).

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