Okja

La favola animalista di Bong Joon Ho ha cuore e nitore visivo. Ma la magia è altra cosa e il contrappunto ideologico più ingombrante del suino gigante

19 maggio 2017
3/5
Okja
Okja

Mettiamola così: si continuerà a parlare di Netflix a Cannes più per la querelle col festival che per il primo dei due film in competizione prodotti dalla compagnia di Reed Hastings: Okja di Bong Joon Ho è una favola animalista dal sospetto candore, uno di quei film fatti apposta per far sentire in colpa consumatori di carne rossa e frequentatori di McDonald’s.
Tuttavia, se si chiude un occhio sull’implicito diktat vegetariano, all’altro è concesso di godere di qualche bel momento di cinema, soprattutto quando il regista sudcoreano tralascia il combinato disposto della morale gastronomica e dell’allegoria politica per concentrarsi sullo spettatore e su come tenerlo sveglio.

Anche perché un film come Okja, che racconta dell’amicizia tra una contadinella sudcoreana e un maiale gigante (un OGM) che sembra più l’ippopotamo dei Pampers, con quest’ultimo prelevato di forza da un luogo incontaminato tra le montagne per essere trasportato nella malvagia America per diventare carne da macello di una corporation delle salsicce, ne ricorda parecchi altri, dal Mio vicino Totoro a Babe passando anche da E.T. King Kong e non punta dunque sull’effetto sorpresa.

Oltre all’ovvia empatia cercata e giocoforza ottenuta con lo sfortunato bestione – lo spettatore è obbligato a identificarsi con l’innocente bambina – i punti di forza del film sono l’ottima integrazione tra ripresa reale e rielaborazione in CG, lo splendore visivo e il ritmo pirotecnico per una buona ora, la magistrale costruzione di almeno due grandi sequenze: quella dell’inseguimento, dove interviene per la prima volta la squadra di anarchici animalisti capeggiata dal sempre utile Paul Dano; e il sottofinale nel centro di macellazione che sembra un campo di concentramento, dove il lamento all’unisono dei maiali che stanno per essere soppressi è davvero straziante.

Bong Joon Ho miscela humor e dramma, indovinando la chiave grottesca e gitana della prima parte. Meno convincente quando le cose si fanno più serie e la vena più irriverente e leggera deve sfumare nella componente più sadica e politica del film. Qui avvertiamo uno iato che l’operazione fatica a gestire e richiudere. Come se si sbilanciasse troppo sulla pericolosità della minaccia. Si potrebbe dire che la favola diventa adulta troppo bruscamente, ma tant’è.

Aveva bisogno Cannes di mettere in concorso un film così pulito e strutturalmente canonico come questo? Col senno delle polemiche di poi, forse no. Tuttavia in una gara che ha visto finora schierati non proprio dei colossi ci può stare di vedere un film meno sorprendente ma di gran lungo più compatto, onesto ed emozionante di altri.

Nota di disappunto personale: l’utilizzo così macchiettistico di Tilda Swinton e di Jake Gyllenhaal nel film non rende giustizia al talento dei due attori e sforza troppo la deformazione dei rispettivi personaggi nel senso della caricatura.

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