Oceania

Un'altra eroina indomita e coraggiosa per il primo classico Disney senza principi azzurri. Ma anche con poca magia

20 dicembre 2016
3/5
Oceania
Oceania

Vaiana è la giovane figlia del capo di Motu Nui, una piccola isola del Pacifico popolata da pescatori. La ragazza ha un istinto innato per la navigazione che si scontra però con il divieto locale di non oltrepassare il reef e andare in mare aperto. Ma dal fondo dell’oceano riemerge un giorno una pietra verde fosforescente: secondo un’antica leggenda si tratterebbe del cuore di Te Fiti, la madre di tutte le isole. A rubarlo, scatenando una terribile oscurità, era stato Maui, semidio del vento e del mare capace di assumere qualunque forma. Una maledizione che ora rischia di compromettere la vita delle isole del Pacifico e quella dei suoi abitanti. A meno che Vaiana e lo stesso Maui, superando ogni genere di pericolo, non riportino la gemma là dove  si trovava in origine.

E’ Oceania, 56° titolo del canone Disney e il primo realizzato da Ron Clements e John Musker (La sirenettaAladdin, La principessa e il ranocchio) completamente in CGI. Sulla scia della new wave femminista in casa Disney – da The Brave a Frozen – i due vecchi maestri dell’animazione propongono una giovane donna indomita, determinata e coraggiosa, il cui percorso di maturazione non prevede stavolta nemmeno un principe azzurro di mezzo. Un personaggio che, tratti e capelli a parte, è in tutto e per tutto identico ai maschietti eroi dell’action. Ma l’ossessione per le quote rosa è solo l’indicazione più evidente di un film che non dimentica il messaggio ecologista – suggestiva e potente la metamorfosi finale del mostro di lava in un’isola verde e lussureggiante –  e il tema omerico della navigazione come cammino di conoscenza prima di tutto interiore.
Un’opera dunque ricca di sotto-testi, come da tradizione Disney, leggibili tra le trame di un classico racconto mitico (certificato anche dal riferimento diretto alla cosmogonia polinesiana, a partire dal semidio Maui), accessibile ai più piccoli grazie alla scarnificazione della trama  – pochi personaggi, pochi eventi, due-tre cambi di scena – e a una veste figurativa esuberante, dai colori vivaci e le forme arrotondate (secondo la maniera dominante nella recente animazione per piccini).

Ciononostante Oceania si rivela un film sorprendentemente freddo per il canone Disney, come se Clemens e Musker avessero patito oltremodo il passaggio all’animazione digitale. La storia, tolte le ambientazione acquatiche e il movente scopertamente femminista, ricalca troppo quella di Pocahontas (basti pensare alla forte somiglianza tra alcuni caratteri, come quella tra le nonne) e il ricorso continuo agli inframezzi cantati e ballati (nella versione italiana coinvolti tra gli altri Gualazzi, Rocco Hunt e i due finalisti di Amici 2015, Sergio e Chiara) finisce per rivelare anziché nascondere la pochezza dell’intreccio. Rispetto ai classici dell’animazione si sente meno la magia, l’emozione, come se la sistematica attenuazione di ogni conflitto, di ogni negazione (la morte in primis), vera cifra dell’animazione contemporanea, finisse per annacquare anche l’empatia.
E a lasciarci in definitiva più contenti ma meno soddisfatti.

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