Non c’è più religione

Miniero tenta la via della commedia interreligiosa. Ma è un’occasione mancata, spia di un errato distinguo tra divertimento e riflessione

6 dicembre 2016
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Non c’è più religione
Gassmann e Bisio sul set di Non c'è più religione

Luca Miniero è regista dagli esiti altalenanti. Dopo il grande successo di Benvenuti al Sud (2010), si è dedicato ad un non del tutto necessario sequel, Benvenuti al Nord (2012), ad un film di ambientazione ‘mista’ Un boss in salotto (2014), e quindi a La scuola più bella del mondo (2014), copione segnato da un buonismo faticoso che appesantiva ogni tentativo di umorismo.
Oggi torna con questo Non c’è più religione, commedia che cerca di ironizzare su un tema di – come si dice – stringente attualità, l’incontro tra religioni. Nella piccola isola di Porto Buio, in mezzo al Mediterraneo, è tradizione celebrare il Natale con un presepe vivente. Quest’anno però il Gesù bambino è diventato un adolescente grosso e ingombrante. Bisogna trovarne un altro. Il compito tocca a Cecco, neo sindaco eletto con una lista civica, che pensa di chiedere un bambino in prestito ai tunisini che vivono sull’isola. In suo aiuto arrivano Bilal, alias Marietto, un italiano convertito all’Islam e Suor Marta, molto più dubbiosa sulla possibile presenza di un  ‘estraneo’…
Il Sindaco laico, la suora cattolica, l’italiano convertito all’Islam dovrebbero essere tre figure rappresentative della realtà nazionale di oggi, tre prototipi impegnati a dettare i tempi di accordi e disaccordi, momenti di discussione, incomprensioni, liti, problemi che segnano una quasi impossibile convivenza. Sarà che quello del dialogo interreligioso è un tema terribilmente serio, ma il modo di affrontarlo scelto dalla sceneggiatura appare il meno congruo. In sostanza la chiave ironica va bene, ma quando il finto Imam si toglie la barba che porta come copertura, o quando il Vescovo si lascia andare a strani apprezzamenti sul Natale, insistendo sulla ‘modernità’ della Chiesa, è evidente che il tono umoristico punta solo a cercare il facile effetto comico. E anche in questa occasione la corda è tesa troppo a lungo per risultare efficace.
Si tratta in sostanza di un’occasione mancata, ma soprattutto spia di un errato distinguo tra divertimento e riflessione. La commedia italiana di una volta, velenosa e corrosiva, aveva altri strali, pungeva con ferocia, senza rinunciare alla risata. I tre protagonisti, Claudio Bisio (il sindaco), Alessandro Gassmann (il finto Imam), Angela Finocchiaro (suor Marta) sono come sempre bravi e impeccabili, senza tuttavia lasciare segni memorabili.

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