Jupiter’s Moon

Mundruczó terra-terra con il suo “rifugiato volante”. Quando metafora e virtuosismi smaccati “fanno” il film, in Concorso

19 maggio 2017
1,5/5
Jupiter’s Moon
Jupiter's Moon

Quando la metafora, la provocazione, l’idea geniale (?) e i virtuosismi smaccati si impossessano di un film è la volta buona che il film abbia più di qualche cosa che non va.

Non sfugge a questa logica Jupiter’s Moon di Kornél Mundruczó, che già con il precedente White God aveva dato segnali in questa direzione. Allora vinse in Un Certain Regard, stavolta è in gara per la Palma d’Oro. Al centro c’è sempre la sua Ungheria, allora erano i cani a rivoltarsi contro l’uomo, stavolta sono gli uomini a non comprendere la portata di un nuovo messaggio divino.

Sì, perché dapprima spiegando con tanto di didascalia il perché di questo titolo (uno dei satelliti di Giove si chiama Europa, e alcuni studi non hanno escluso la possibilità ci siano condizioni di vita abitabile…), chiaro rimando al nostro Continente e alla situazione politica attuale in termini di accoglienza, Mundruczó sembra posseduto dal fuoco esibizionistico che tutto asfissia e nulla lascia all’immaginazione.

Ed è un enorme paradosso, considerando che il film ruota intorno alla figura di Aryan (Zsombor Jéger), immigrato siriano che non appena oltrepassa illegalmente i confini dell’Ungheria viene crivellato di colpi. Miracolosamente illeso, scopre di poter levitare.

A sfruttare questo superpotere, però, sarà un medico caduto in disgrazia, il dottor Stern (Merab Ninidze), che inizierà a fare i soldi portando il ragazzo ad “esibirsi” per i suoi pazienti.

Ma Aryan (ariano…) resta pur sempre un clandestino, e il poliziotto che gli ha sparato la prima volta non ha smesso di cercarlo.

Strutturato come un action-thriller e gestito dal primo all’ultimo minuto attraverso la cifra dell’effetto, del sensazionalistico, Jupiter’s Moon vorrebbe farci riflettere su molte cose ma si antepone ad ogni tentativo di riflessione beandosi di ogni singolo movimento di macchina, specchiandosi nei tecnicismi, pensando sempre di stupire, sorprendere, ma fondamentalmente rimanendo schiavo di se stesso.

Illudendosi di poter volare, restando però ancorato ad un filo. Come un palloncino.

 

2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy