I magnifici 7

Più politico di quanto non appaia, il remake del remake firmato Antoine Fuqua non delude nemmeno come spettacolo

21 settembre 2016
3,5/5
I magnifici 7
I magnifici 7 di Antoine Fuqua

Bocciato dagli americani che lo hanno giudicato un rifacimento senza arte né parte del capolavoro di John Sturges (a sua volta tratto dall’inarrivabile I sette samurai di Kurosawa), questo remake de I magnifici 7 avrebbe meritato in effetti maggiore considerazione.

Lo spettacolo non manca, sopra la media degli ultimi western prodotti da Hollywood (eccezion fatta per le incursioni autoriali di Tarantino, sia in Django Unchained che in The Hateful Eight) e in linea con quanto di buono fatto finora da Antoine Fuqua, a conferma di un regista che è prima di tutto un discreto artigiano al servizio della storia. Ma non è solo quello. I magnifici sette finisce anzi per essere il perfetto esempio del lavoro di questo regista, capace di garantire la giusta dose di intrattenimento senza tralasciare l’intelligenza del testo, preoccupandosi sia del funzionamento dello show che di quello che comunica.

Non è un caso allora che il film (script rimaneggiato da Nic Pizzolatto, l’autore di True Detective) si apra con due sequenze tutt’altro che banali: prima una serie di esplosioni in miniera poi le fiamme dolose che consumano una chiesa, come dire l’attacco terroristico alla terra e alla fede, alla comunitas sociale e alla koiné religiosa, minacciate entrambi dal grande sopraffattore camuffato – ed è qui lo scarto rispetto alla logica del rispecchiamento con l’attualità che vorrebbe un riferimento chiaro e immediato al terrorismo jihadista – sotto le vesti del Capitale, venuto a instaurare la legge nuova, del dominio della ricchezza (non a caso l’oppressore sale sul pulpito e si sostituisce al pastore, per non lasciare dubbi sulla posta simbolica dello scambio).

C’è poi un secondo aspetto smaccatamente politico, relativo all’origine etnica del gruppo: un afroamericano alla testa, quindi un indiano, un messicano, un irlandese, un asiatico e due “reduci”, un ex militare e un ex cacciatore di taglie. Giusto per rammentare di che cosa parliamo quando parliamo di immigrazione e di identità nazionale americana. E per non farsi mancare nulla c’è anche una donna con la pistola (l’ottima Haley Bennett), motore narrativo e morale della storia.

Fuqua ritrova due dei suoi attori prediletti, il sempre carismatico Denzel Washington (ancora in versione Equalizer) e un inedito Ethan Hawke, che interpretano non a caso il ruolo di due vecchi amici (nel 2001 erano stati partner di set in Training Day, primo vero successo di Fuqua). In mezzo a loro un veterano come Vincent D’Onofrio e una schiera di volti nuovi e di ottimi professionisti, a partire dal lanciatissimo Chris Pratt, ormai completamente a suo agio nel ruolo di “last action hero” di Hollywood. Un plauso anche a Peter Saarsgard, autentico cattivo di razza.

Lunga, rumorosa e concitata la sequenza dello scontro finale, che non ha nulla da invidiare all’originale. La morale è che ci si salva insieme. E che per farlo bisogna sapersi sporcare le mani.
I magnifici 7 è anche l’ultimo trascinante lavoro del compositore James Horner, morto prima che il film fosse completato.

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