I, Daniel Blake

Ken Loach torna a picchiare duro, mettendo nel mirino l'odierno stato sociale inglese: schematico ma come sempre efficace, in concorso

12 Maggio 2016
3,5/5
I, Daniel Blake
I, Daniel Blake

“Il mio nome è Daniel Blake. Sono un essere umano, un cittadino. Tutto quello che chiedo è di essere trattato con dignità. Niente di più, niente di meno”.
Parole che andrebbero scolpite sulla porta di ogni ufficio pubblico, che risuonano forti e pure nel finale del film, a racchiudere il senso dell’ultima fatica di Ken Loach.

Il regista inglese è tornato a picchiare duro contro le ingiustizie e le vigliaccate del cosiddetto “stato sociale”, nella sua versione 2.0 fatta di form da compilare online, call center dalla voce metallica e altre disumane quisquilie digitali, venute a sostituire i vecchi e polverosi faldoni della famigerata burocrazia analogica.
Lo chiamano progresso ma non è cambiato granché dalle parti degli ultimi. Anzi. Dietro i tecnicismi dei moderni operatori del welfare si nasconde sempre il liberismo più spietato, quello che prima ti toglieva il lavoro, il pane, ora persino la dignità, persino il nome. Bisogna ripeterlo allora: Daniel Blake.

Uno con la faccia di una volta, una faccia rassicurante, una di quelle facce che solo Loach sa scovare (la faccia del comedian Dave Johns), Daniel Blake è un falegname che non può più lavorare da quando ha avuto un serissimo attacco di cuore. Questo almeno è il parere del medico, ma per accedere agli assegni di mantenimento statale non basta: bisogna passare da compagnie private gestite da personale iper-qualificato che ti assegna un numero di procedura e valuta la tua abilità lavorativa. Fanno l’interesse dello Stato, che se può risparmia, e pazienza se mandano in rovina la vita delle persone.

Come sempre in Loach non ci sono mezze misure: buoni e cattivi. Non basta che Daniel venga vergognosamente vessato da uno Stato a cui ha sempre pagato le tasse. Daniel è anche quello che non si risparmia quando si tratta di dare una mano a una madre single messa forse peggio di lui, Katie (Hayley Squires).
Sono proprio questi momenti di umanità, persino di tenerezza (molto toccante il rapporto tra Daniel e i due figli di Katie) a regalare al cinema di Loach quell’inconfondibile retrogusto umano, che inchioda la denuncia al cuore dello spettatore.

Inutile questionare sull’ingenuo schematismo, che pure c’è. Nè lamentare la non evoluzione di uno stile, secco e ruvido come sempre. Qui c’è uno sguardo rimasto fiero e puro, oggi come allora. Uno sguardo un po’ naif, di certo nostalgico, talvolta anacronistico, ma almeno autenticamente suo. Lo sguardo, ad avercene, di Ken Loach.

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