Happy End

La prosecuzione “ideale” di Amour per La caduta degli dei/Il fascino discreto della borghesia firmato Haneke. Esemplare, seppur semplificativo

22 maggio 2017
2,5/5
Happy End

Spazzolino da denti. Asciugamani. Capelli. Posa la spazzola per capelli. Fa la pipì.

Una mano misteriosa riprende in live periscope le ultime abluzioni di una donna prima di andare a letto. Stacco. Sempre via periscope, vediamo la morte in diretta di un criceto (o di qualcosa di simile), causata volontariamente dallo stesso autore del video.

Si può pensare facilmente ad un ritorno alle atmosfere thriller di Caché, ma il nuovo film di Michael Haneke – in gara per la (terza) Palma d’Oro al 70° Festival di Cannes – pur tornando a ragionare sull’invadenza dei nuovi dispositivi visuali, si scopre ben presto qualcos’altro, meno avvincente (la prima parte è a rischio narcolessia) e prosecuzione “ideale” del suo più recente Amour, con tanto di “confessione” da parte di Jean-Louis Trintignant che, ovviamente, si chiama Georges proprio come nel film precedente.

 

E ritroviamo la figlia, Anne (Isabelle Huppert), contornata stavolta dal resto della famiglia: il figlio problematico di lei, Pierre (Franz Rogowski), il fratello Thomas (Mathieu Kassovitz), la seconda moglie di lui Anais (Laura Verlinden), la figlia adolescente avuta nel primo matrimonio, Eve (Fantine Harduin).

Come in un susseguirsi di quadri dove, almeno in un paio di occasioni, il rumore dell’ambiente circostante sovrasta alcuni dialoghi (sì, proprio come nel Fascino discreto della borghesia di Buñuel), il puzzle di Happy End prende forma portando a compimento un teorema tutto sommato già esplorato ampiamente nella cinematografia del grande regista austriaco, divenendone al tempo stesso (facile) sintesi e (supponiamo) ultimo canto del cigno: la morte dell’alta borghesia europea contrapposta al suicidio delle giovani generazioni.

Esemplare (come di consueto) nella forma e per la direzione degli attori, il film però rischia di farsi troppo semplificativo per quello che riguarda l’assunto: l’occhio che uccide, oltre a quello di un cineasta da sempre poco abituato ad “intromettersi” nell’oggetto che sta filmando, diventa quello di una gioventù che, anziché ammazzare i propri padri, si limita a “spiarne” la caduta, la fine.

 

Che accompagna, su richiesta, fino al ciglio del precipizio. Ma che si allontana piuttosto che dare l’ultima spinta, per riprendere (e condividere) meglio: Happy End.

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