Berlino 67: On the Beach at Night Alone

Hong Sang-soo in concorso con una commedia di parole che ricorda il cinema di Rohmer

17 febbraio 2017
3/5
Berlino 67: On the Beach at Night Alone
On the Beach at Night Alone

Se un film è paragonabile a un romanzo, Hong Sang-soo come regista ama le novelle o i racconti, non per la lunghezza, quanto per la struttura: On the Beach at Night Alone, il suo nuovo film in concorso al festival di Berlino, ne raccoglie due – una breve e una lunga – che come legame hanno il mare, simbolo di viaggi, partenze e ritorni.

Al centro c’è Younghee, attrice di successo che dopo una relazione andata male, si allontana per un periodo cercando di ristabilire le proprie coordinate; ma quando torna in Corea, oltre ai vecchi amici, trova anche il suo passato. Se e come affrontarlo, Hong (anche sceneggiatore) lo racconta attraverso una commedia di parole sempre più sulla scia del cinema di Éric Rohmer per impostazione, temi, stile, ma anche con una precisa consapevolezza drammaturgica.

Attraversato dalla spiaggia che con un verso di Walt Whitman dà il titolo al film, On the Beach at Night Alone è un film sui luoghi fisici ed emotivi, in cui si vive o si vorrebbe vivere, o quelli da cui si è preferito scappare che attraverso la spiaggia e il mare crea continui riferimenti simbolici e poetici; o meglio, musicali come sembra anche dalle punteggiature, le assonanze, i temi ricorrenti e le rime interne create da personaggi, situazioni, dettagli. “Il soggetto non è importante”, dice un assistente alla regia alla protagonista: e poche cose come il cinema di Hong lo dimostrano. Lunghi piani fissi – tecnicamente piani sequenza, senza stacchi – in cui la macchina da presa si muove, con panoramiche brevi e rapide o zoom improvvisi, in modo quasi istintivo, per lasciare agli attori il tempo e il modo di creare un flusso con lo spettatore.

Un flusso che visti i modi narrativi e visivi non è facile, ed è un metodo quello del regista che richiede un po’ di pazienza per stare dietro al ritmo altalenante o all’elemento metafilmico abusato: ma è un cinema talmente limpido e trasparente nel rapporto tra il regista e la sua visione, tra ciò che pensa dell’inquadratura e come poi la realizza, tra quello che vuole far vedere e il modo in cui lo realizza senza nessun tipo di artificio che resta sorprendente anche dopo anni di pratica. Anzi, On the Beach that Night Alone, più che i suoi recenti film, mostra un Hong ispirato, elegante, preciso come un compositore esperto, in grado di trasformare il minimo imprevisto o variazione in uno squarcio sorprendente, che acquista forza teorica tanto più è semplice la forma.

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