A Ciambra

Quando lo sguardo e l'oggetto del racconto, magicamente, coincidono: Jonas Carpignano da applausi con l'anomalo romanzo di formazione del rom Pio Amato, alla Quinzaine

19 maggio 2017
4/5
A Ciambra
A Ciambra

Ci sono vari modi di concepire il cinema. A muoverne ognuno, però, dovrebbe essere sempre lo sguardo che ogni autore antepone all’oggetto del racconto.

Nel caso di Jonas Carpignano (Mediterranea, 2015 – Semaine de la Critique) lo sguardo e l’oggetto del racconto sembrano magicamente sovrapporsi.

Nato come prosecuzione del precedente e omonimo cortometraggio del 2014, A Ciambra – oggi alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes – conferma in maniera inequivocabile il talento del regista italo-americano, classe 1984.

L’oggetto del racconto è l’omonima comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, lo sguardo è quello che si posa su un momento decisivo riguardo la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio.

Dopo che anche il fratello maggiore raggiunge il padre in galera, Pio incomincia a provvedere ai bisogni della numerosa famiglia. Per farlo, però, conosce un solo modo: rubare.

Il modo più veloce, redditizio e meno rischioso per farlo è salire sui treni e scenderne poco dopo con i bagagli dei passeggeri. A piazzare poi i vari tablet e altri oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva (Koudous Seihon, già protagonista in Mediterranea), immigrato del Burkina Faso con il quale il ragazzo costruisce un vero rapporto d’amicizia, che gli consente di integrarsi senza problemi con l’intera comunità africana del luogo.

E sarà proprio quando dovrà scegliere se tradire o meno questa amicizia, che il percorso di Pio verso l’età adulta prenderà la direzione definitiva.

Figlio di un’immersione totale nei luoghi e nelle dinamiche quotidiane della famiglia Amato (Carpignano li conosce dal 2011, quando dovette attendere la fine dei funerali del patriarca Emilian per poter concordare il prezzo con cui “riscattare” la Fiat Panda che gli avevano rubato), A Ciambra è un anomalo romanzo di formazione che, attraverso il filtro della finzione, porta in superficie una verità che probabilmente nessun documentario avrebbe potuto scovare meglio.

Lo sguardo del regista è perfettamente orizzontale (non esalta, non denigra), la macchina da presa non si frappone ma diventa corpo unico della narrazione, la presa di posizione è aprioristica e figlia di una necessità vitale, quella di non voler in nessun modo chiedere allo spettatore di modificare il proprio, eventuale pregiudizio.

Non è un film che vuole cambiare né l’oggetto né il destinatario del racconto: quello di Carpignano è piuttosto il tentativo – riuscito – di metterli sullo stesso piano. E, proprio per questo, A Ciambra è un film totalmente rivoluzionario. Perché non spiega, né banalmente mostra, ma realmente vive.

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