Se Una famiglia diventa un piccolo manifesto LGBT

Vladimir Luxuria esalta il lavoro di Sebastiano Riso per la bella fotografia e perché denuncia il far west legislativo italiano sulla maternità surrogata. Peccato che il film racconti una storia diversa...
26 Settembre 2017
Al cinema, In evidenza
Se Una famiglia diventa un piccolo manifesto LGBT

Accade, non di rado, che uno stesso testo attivi letture differenti, talvolta persino agli antipodi, in diversi lettori.  Nulla di strano. Viviamo in tempi ideologicamente elastici, fatti di pensieri obliqui, di ubiquità intellettuale, di opere di creazione  apertissime, ambiguissime, buone per tutti. E’ il lato postmoderno del circolo ermeneutico. Nulla di strano.
E tuttavia accade, non di rado, che la fantasia degli interpreti finisca per abusare della disponibilità di un testo all’interpretazione, costringendolo a torsioni improbabili, caprioloni analitici e altri fraintesi, volontari e spesso in buona fede, eppure talvolta capziosi. E’ il circolo vizioso del circolo ermeneutico. Nulla di strano.

Accade così a Una famiglia di Sebastiano Riso (dal 28 settembre in sala), dove gli effetti distorsivi di cattive interpretazioni sono tanti e tali  da sfiorare la mistificazione. E non ci riferiamo tanto al maltrattamento a mezzo stampa a cui è stato sottoposto all’ultimo Festival di Venezia, dove è stato universalmente stroncato per ragioni di stile, di forma e di sincera antipatia (nella norma di una condizione letargica della critica, sempre più tragicamente avulsa da un’ipotesi di ecosistema culturale condiviso e condannata perciò a fissare eternamente il dito piuttosto che la luna che indica) e in barba agli argomenti, quantomeno problematici, che il film offriva al dibattito. No, il nostro pensiero va all’endorsement  a cuor leggero (nella migliore delle ipotesi) della comunità lgbt, di cui peraltro lo stesso Riso fa parte, che prima, attraverso gay.it, si è sbrigata a definirlo un “dramma queer” (con lo stesso avallo, va detto, del regista siciliano) e poi, per bocca di una delle sue bandiere, Vladimir Luxuria, lo esalta al punto da perorarne la causa con una bella nota stampa del seguente tenore: “Un film bellissimo, recitato bene, con una bella fotografia e un bel montaggio. Il film non mostra la Roma da cartolina, quella del Colosseo e della Fontana di Trevi, ma l’altra Roma, l’altra Italia. Il lato nascosto del nostro Paese dove, a causa di un vuoto legislativo, si crea quel far west che genera mostri, come la compravendita di vite o l’utero in affitto che è una cosa diversa, opposta rispetto a quella generosità che invece si ha con la gestazione per altri, dove la donna consapevolmente e generosamente, non perché in soggezione o ricattata da un uomo, decide di donare il grande amore della genitorialità a qualcun altro o qualcun’altra che non può. Che è poi, se ci pensiamo, la stessa situazione quando l’aborto era illegale ed esisteva il commercio orrendo delle mammane a discapito della salute delle donne. Penso che sia lo stesso tipo di denuncia”.

Parole che, a chi non avesse visto il film, farebbero pensare a un’operazione di carattere politico, dove la barbarie non è il mercimonio di bambini (Luxuria qui distingue tra mercato nero e mercato legale, equiparando di fatto al questione a quella delle droghe leggere e della prostituzione) ma il ritardo politico e culturale di un’Italietta oscurantista e omofoba, incapace di fare il passo evolutivo necessario a livello culturale e normativo per riconoscere il diritto di ognuno ad avere un figlio.  Nulla di strano che la posizione di Luxuria sia questa. Il problema è che il film racconta un’altra storia. E lo fa con una tale chiarezza da non potere essere frainteso in nessun modo.

Una famiglia affronta in effetti il tema della maternità surrogata a partire dall’offerta – un uomo e una donna (Patrick Bruel e Micaela Ramazzotti) che mettono al mondo bambini al solo scopo di venderli – e non dalla domanda. E’ una differenza sostanziale. Se Riso avesse voluto utilizzare il film in chiave polemica e apertamente lgbt sarebbe stato più logico concentrarsi sulla coppia omosessuale (formata da Ennio Fantastichini e Sebastian Gimelli Morosini) e raccontare tutte le traversie di quell’aspirazione alla genitorialità in un paese che la proibisce.  Ma così non è. Il personaggio centrale del film è invece quello della madre naturale, soggiogata da un compagno che la costringe a vendere ogni volta i nascituri. Finché questo meccanismo perverso si inceppa per ribellione della donna, il cui desiderio di non separarsi dal figlio è talmente dirompente, comprensibile, naturale, da sovvertire ogni altro vincolo: Una famiglia riafferma allora la sacralità della legge naturale su quella di scambio, l’ineffabilità del diritto biologico sui diritti derivati e succedanei (politici, economici e sociali), il mistero della persona umana sull’ideologia dell’individuo.

Il vero tema del film è la perversione dell’identità materna cui viene condannata la gestante della maternità surrogata. Non lo sarebbe di meno se tutto avvenisse alla luce del sole e nel pieno rispetto delle regole.  Il punto è proprio questo: prima ancora del diritto del bambino a non essere espropriato della propria madre naturale c’è quello della madre a non separarsi dal proprio corpo, come se fosse qualcosa di avulso rispetto alla definizione del suo essere. Con un linguaggio che non disdegna l’enfasi e gli acuti retorici, consegnandosi dunque al disprezzo di chi coltiva con orgoglio cinismo e basso emotivo, Una famiglia preferisce correre il rischio del melodramma piuttosto che sottoporsi all’obbligo della verosimiglianza (come se il cinema, oggi, non potesse essere altro che verosimile) perché non c’è melodramma che non sia sempre e comunque rantolo e rivolta di donna, cinema femminista.
Un femminismo che per una volta – ed è qui la provocazione forte – non fa del proprio corpo strumento di autodeterminazione ma il fine, riconoscendo che quello della procreazione non può essere oggetto, l’ennesimo, di trattativa, ma il miracolo attraverso cui il femminile afferma, in tutta la sua unicità e completezza, l’eccezionalità della condizione di donna.

Inequivocabile in tal senso il modo in cui Riso monta le sequenze della fallita compravendita con la coppia omosessuale, che rimanda indietro il bambino perché “difettoso”, con quella del pianto dello stesso bambino abbandonato, rifiuto tra i rifiuti, dal padre biologico. Che solo la madre naturale è disposta ad accogliere, pena far morire un po’ di se stessa. Non può esserci fraintendimento qui, se il linguaggio del cinema vuol dire ancora qualcosa.

Non si capisce allora, dove Luxuria e tutta la comunità lgbt possano aver ravvisato nel film elementi utili a portare il dibattito sulle loro posizioni.
Va detto che lo stesso Riso, in più occasioni , ha voluto attenuare il messaggio del film riferendosi ora a generiche famiglie – naturali, di fatto – ora offrendo egli stesso chiavi di lettura alternative, in sintonia con quelle già esposte da Luxuria e più in generale con il consociativismo salottiero e vagamente progressista del circolo cinematografaro. Un classico caso di autore meno coraggioso dell’opera che ha realizzato.  Con un pizzico di opportunismo. Dopotutto anche un regista tiene famiglia.

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