Grace di Monaco

Grace of Monaco

ITALIA, FRANCIA - 2013
Nel 1956 la celebre star del cinema Grace Kelly abbandona una promettente e brillante carriera a Hollywood per sposare il principe Ranieri di Monaco. Sei anni dopo la celebrazione del "matrimonio del secolo", la celebre principessa si dibatte nel tentativo di conciliare il desiderio di tornare ad apparire sul grande schermo grazie a un ruolo offertole da Alfred Hitchcock e il suo nuovo ruolo di madre di due bambini, regnante su un Principato europeo e moglie del Principe Ranieri III. Grace piomba inoltre in una profonda crisi personale quando la modernizzazione del decadente Principato di Monaco voluta da Ranieri subisce un improvviso arresto per l'ingerenza del presidente francese Charles de Gaulle, che minaccia di imporre il sistema fiscale francese al Principato e di annettersi Monaco con l'uso della forza. L'esplosiva crisi internazionale che ne deriva e l'imminente invasione del Principato da parte della Francia rappresentano una minaccia non solo per la sua famiglia, il suo matrimonio e il suo Paese, ma anche per la vita privata di Grace. L'icona del cinema, l'americana lontana da casa, si troverà così costretta a prendere una decisione difficile: tornare alla sua vita di star del cinema, universalmente ammirata e adorata; o assumere a pieno il suo nuovo ruolo e adempiere ai doveri assunti nei confronti del marito, dei figli e del secondo più piccolo principato del mondo, che è ora la sua nuova patria.

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: WALLONIA, CANAL+, TFI.

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

CRITICA

"Anche i sovrani piangono. E se ti capita di sposarne uno, come successe nel 1956 a Grace Kelly diventata moglie di Ranieri di Monaco, lacrime e dispiaceri sono dietro la porta. È un po' questa la morale che sembra volerci trasmettere il film 'Grace di Monaco' di Olivier Dahan, scelto per inaugurare (fuori concorso) questa sessantasettesima edizione del Festival di Cannes, costruito secondo il più rodato (e prevedibile) schema delle biografie cinematografiche: l'eroe - in questo caso l'eroina - scopre di aver fatto una scelta discutibile (il matrimonio reale), deve decidere se cogliere l'occasione di fuggire (tomare a Hollywood per interpretare 'Marnie') ma alla fine accetta fino in fondo il suo ruolo e si dimostra all'altezza del compito (dimostrando di avere più carattere si sarebbe detto in un film un po' meno ingessato di questo). Niente di particolarmente scandaloso, grazie anche alla bellezza ancora radiosa di Nicole Kidman nel ruolo della protagonista, sul cui volto la macchina da presa si ferma in insistiti primi piani (...), ma forse il vero motivo dello scandalo - e della mancanza dei principi monegaschi alla proiezione - è stato quello di attribuire alla principessa Antoinette, sorella di Ranieri, la parte della traditrice, pronta a svendere la sovranità di Monaco alla Francia e a De Gaulle in cambio del trono. Rivelazione storiografica o invenzione cinematografica? Probabilmente di tutto un po', aggiungendo una bella dose di finzione alla storia reale del blocco che la Francia aveva messo nel 1961/62 intorno al Principato per fermare il flusso di società francesi che sceglievano Monaco per evadere il fisco nazionale. Mentre la sceneggiatura di Arash Amel sembra preoccupata soprattutto di trasformare la vita di Grace in una serie di colpi di scena con rovesciamenti di fronte (la dama di corte interpretata da Parker Posey è fedele o no?) e «duelli» vari all'interno della famiglia reale. Altre cose sono decisamente inventate (Hitchcock non è mai andato a Monaco per riportare Grace sulle scene, De Gaulle non ha partecipato al ballo della Croce Rossa del 1961 con cui la principessa contribuisce a sbloccare il braccio di ferro con Parigi). Ma quelli sono anche i soli momenti in cui il film sembra scrollarsi di dosso quella patina accademica e asettica che ingessa tutta l'operazione, dandogli un'aria educata e un po' inutile." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 15 maggio 2014)

"Un Charles De Gaulle nasone, che pure dovrebbe essere preoccupato per i fatti d'Algeria, ce l'ha con la principessa Grace di Monaco perché vuole tornare al cinema, e fa circondare il principato dai carri armati, minacciando il principe Ranieri di invadere i due chilometri quadrati del suo regno se non la smetterà di non far pagare le tasse ai tanti francesi che vi si stabiliscono tra gli orribili casinò. Intanto pur lacrimando sulla sua noiosissima vita, Grace ex Kelly diventa detective e tutta vestita di nero come un topo d'albergo ('Caccia al ladro'?) scopre che la cognata Antoinette, sorella maggiore di Ranieri, sta tramando per deporlo e diventare lei reggente: e riesce a condannarla all'esilio, comunque in Costa Azzurra. Questa storia è vera, anche se non accadde nel 1962, ma negli anni 50, quando fu messa in giro la voce che l'allora fidanzata del principe, l'attrice Gisèle Pascal, era sterile: senza eredi, Monaco sarebbe tornata alla Francia. Questo per dire l'accuratezza storica, per quanto si tratti di storia minima, di 'Grace di Monaco', diretto da Olivier Dahan ('La vie en rose'). Ma per il resto, perché no? Bellissimi paesaggi, bei vestiti, molti graziosi cappelli, gioielli, decorazioni, e soprattutto Nicole Kidman, che se non ha la dolcezza perlacea di Grace Kelly, è comunque bellissima, e nell'insensatezza del ruolo, brava." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 15 maggio 2014)

"Era difficile mettere d'accordo una piccola casa regnante con una categoria divisa e povera di mezzi come quella dei critici. 'Grace di Monaco' ci è riuscito. Scomunicato a priori dagli eredi monegaschi, il film di Olivier Dahan che ha aperto fuori concorso il 67mo Festival di Cannes (...) lascia infatti inevase le domande fondamentali a cui dovrebbe rispondere ogni film biografico: che cosa aggiunge il nuovo ritratto a quanto già sapevamo o credevamo di sapere sul personaggio in questione? Quanto c'è di vero o almeno di verosimile nelle vicende vissute sullo schermo da Grace Kelly, dal principe di Monaco e dal loro entourage? E soprattutto: se ciò che il film racconta è in parte privo di riscontri, possiede almeno una necessità, una coerenza, insomma una 'verità' artistica? Regista pochi anni fa di una vita di Edith Piaf altrettanto libera ma assai più ispirata, 'La vie en rose', Dahan se la cava con una didascalia iniziale che dice tutto e niente. 'Grace di Monaco' sarebbe un'opera 'di finzione ispirata a fatti reali'. Bella scoperta! In realtà il film scritto da Arash Amel langue perché non mette davvero a fuoco nessuna delle sue componenti. Non i protagonisti, esteriori e di maniera. Non la corte dei Grimaldi, che con tutto il suo culto per il protocollo si rivela essere un prevedibile nido di vipere. Non il momento storico-politico, la Francia piegata dalla guerra d'Algeria e desiderosa di rivalersi su quei cugini arroccati nel loro inespugnabile paradiso fiscale. Anzi, il duello che oppone l'irascibile principe Ranieri (un Tim Roth spaesato e fuori parte) alle manovre del marmoreo De Gaulle e dei suoi emissari, è una delle componenti più a rischio di ridicolo involontario (...). Un vero peccato, perché gli elementi per costruire un ritratto vivace e complesso c'erano tutti. Una diva che diventa principessa. Il rimpianto per il suo regno perduto, Hollywood naturalmente, e la scoperta che il nuovo trono è tutt'altro che comodo. Le ricorrenti apparizioni di un Hitchcock più convincente del solito nei panni del demone tentatore che scongiura l'ex-ragazza ricca di Filadelfia di tornare sul set (...). Si sa infatti che Hitch voleva la protagonista di 'Finestra sul cortile' e 'Caccia al ladro' nei panni di 'Marnie', il film che stava preparando insieme agli 'Uccelli' nel 1962. Ma una principessa non poteva interpretare 'una cleptomane frigida'. E anche se nel film per un lungo momento accetta, la chiave cinefila, visibilmente più consona a Dahan, resta sacrificata a favore dell'intrigo politico-dinastico (mai visti, per inciso, un Onassis e una Callas più improbabili). Così l'ex-diva, oltre a farsi detective, dovrà tornare in qualche modo a scuola di recitazione per imparare a parlare e a muoversi da principessa. Ma «il più bel ruolo della sua vita» resta nel limbo delle buone intenzioni." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 maggio 2014)

"Somerset Maugham, che sulla Costa stava di casa, definì Monaco un luogo «sunny» (solare) per gente «shady» (che se ne sta nell'ombra): ovvero gente di ambigua reputazione come il tycoon greco Onassis che di Montecarlo, tramite la Société des Bains de Mer, controllava Casinò e hotel di lusso. Ma i conti non tornavano, nei primi Anni 50 la leggenda del piccolo principato era in declino, occorreva rilanciarne l'immagine. E a rilanciarla fu proprio il matrimonio del Principe Ranieri III con Grace Kelly, giovane diva all'apice della fama per avere infilato alcuni memorabili film fra cui gli hitchcockiani 'Delitto perfetto', 'Finestra sul cortile' e 'Caccia al ladro'. Stando alle biografie, quella favola romantica fu programmata a tavolino. La posta in gioco era la sopravvivenza del regno e Grace si dimostrò la scelta giusta perché, oltre a emanare glamour hollywoodiano, proveniva da un'ottima famiglia di fede cattolica; perché aveva forza di carattere, fascino e una delicata bellezza stile High Society che la rendeva perfetta a sostenere nella vita un ruolo regale. Tutto questo il biopic 'Grace di Monaco' (...) lo adombra e riassume nella cronaca di un anno fatidico, il 1962: quando la Kelly in nome della ragion di stato rinunciò a tornare a recitare con Hitch in 'Marnie'(...). Sullo schermo la principessa, il principe e i vari comprimari si muovono sulla base di un copione che rivisita i fatti in chiave romanzesca, mettendo in scena complotti di corte e turbolenze familiari. Eppure, sebbene giudicata fasulla e farsesca dagli eredi Grimaldi, la pellicola non è assolutamente irriverente nei confronti della coppia monegasca: anzi, tralasciando i possibili accenni alle crisi e agli amori extraconiugali dei due, il film di Olivier Dahan ha semmai il difetto opposto di essere giocato su un registro edificante, come congelato in una sorta di reverenza mistica nei confronti della protagonista. Fortuna che Nicole Kidman, grazie a un'interpretazione di convincente spessore, provvede per quel che può a riscattare il personaggio dalla melassa." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 maggio 2014)

"Non chiamatelo DisGrace, anzi, chiamate Fanfani!. C'è spazio - si fa per dire... - anche per l'Italia che fu nel non biopic 'Grace di Monaco', apertura fuori Concorso del 67 Festival di Cannes (...). Sullo sfondo, le schermaglie tra il Principato di Ranieri III e la Francia di Charles de Gaulle impegnata su un doppio fronte: la guerra in Algeria e, appunto, le 'intemperanze' dello staterello monegasco, reo di attirare le imprese galliche con un ghiotto regime fiscale. (...) Non chiamiamolo biopic, sottolinea Dahan ('La vie en rose'), ma la volontà di fare 'un film che parla di cinema, di un'attrice' non gli ha fatto schivare la fatwa di Casa Grimaldi: (...). Il focus, ça va sans dire, è sulla Kelly, sulla sua metamorfosi da star di celluloide a reggente al fianco di Ranieri, che catalizza l'eterno dissidio tra ragione e sentimento, obbligo e passione: si, ma qui dove stanno? La ragione è la carriera che richiama e la passione quella per il principe, o viceversa? A voi la scelta, ma il film è indeciso su ben altro: l'effetto vintage, con «un'estetica ispirata - dice il direttore della fotografia Eric Gauthier - a 'Caccia al ladro' e 'Il delitto perfetto'» della coppia Hitch/Gracie, è estemporaneo, formalmente a buon mercato, dissolvente più del dovuto; il racconto di personaggi e fatti reali ma con le licenze del caso non esce dal guado, se non dell'inverosimiglianza storica tout court, dell'incertezza poetica; la love story ai tempi della Corte fa più torti al cuore che all'etichetta. Insomma, le magagne produttive tra Dahan e il boss Harvey Weinstein hanno lasciato il segno, ma non esauriscono le cause: la sensazione è del 'né carne né pesce' e un menu vegano sulla real tavola non è oltremodo sconveniente? Senza eccessivi meriti, Kidman e Roth fanno la propria parte, con l'attrice australiana che fortunatamente pare essersi liberata dal botox (...), ma 'Grace di Monaco' apre Cannes 67 all'insegna del compromesso, non inevitabile, tra autorialità e commerciabilità. Beata l'ultima, se il box office confermerà, la prima finisce con una dissolvenza al nero, lasciando una domanda: se l'avesse diretto Wes Anderson, replicando Grace e Ranieri in stile 'Tenenbaum', vuoi mettere I Royal Grimaldi?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 15 maggio 2014)

"(...) il problema non è tanto se Nicole Kidman sia ancora una diva con una forte «chiamata» (la risposta, tendenzialmente, è «no»), ma se resista il mito-Grimaldi presso il pubblico italiano. A vedere le copertine dei rotocalchi, forse sì: Caroline (appena divenuta nonna) e Stéphanie sono ancora popolarissime e le corbellerie che non smettono mai di combinare fanno sempre «gossip». In quanto alla mitica mamma, Grace Kelly, è morta da 32 anni ma la fama non l'ha mai abbandonata. Il film di Olivier Dahan, già autore di 'La vie en rose' sulla vita di Edith Piaf, coglie Grace Kelly nel momento in cui abbandona Hollywood e la accompagna, grazie a bellissimi filmati di repertorio, fino all'arrivo via nave nel Principato. Segue la visita (inventata) di Alfred Hitchcock, che offre alla sua ex diva un film intitolato 'Marnie': sarebbe un grande ritorno e Grace è tentata, ma a Monaco sono giorni difficili. Infuria la guerra in Algeria e il governo di Parigi scopre all'improvviso l'indignazione per i privilegi fiscali concessi ai cittadini francesi che investono nel Principato. (...) 'Grace di Monaco' poteva essere un polpettone insostenibile per chi - come noi - non prova alcuno sdilinquimento davanti alle teste coronate. In qualche misura lo è, ma è anche un film insospettabilmente politico, quasi un elogio del pragmatismo americano incarnato da Grace Kelly rispetto ai bizantinismi della politica europea. Grace/Nicole è ovviamente idealizzata: una principessa sola e triste nella sua torre d'avorio, ma il lavoro diplomatico nel quale si lascia coinvolgere è anche un modo di riconquistare la stima e l'amore del marito. Per chi ci crede, una bella favola." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 15 maggio 2014)

"«Sarà il ruolo più importante della tua carriera». Così dice il padre confessore (Frank Langella) alla bionda ragazza di Philadelphia finita sperduta e incompresa in un minuscolo paese europeo dove nessuno paga le tasse. Dentro a quella frase, pronunciata con solennità da Frank Langella, è il senso di 'Grace di Monaco', il film d'apertura di Cannes 2014 e, in fatto di selezione, una delle scelte più deprimenti degli ultimi anni. Nemmeno la garanzia della polvere di stelle offerta da Nicole Kidman (Grace di Monaco), Tim Roth (Ranieri), Paz Vega (Maria Callas!), Langella...sul tappeto rosso della prima serata giustifica dare il via al maggior festival del mondo con un film come quello di Olivier Dahan che, nel 2007, aveva già insultato la memoria di Edith Piaf con 'La vie en rose'. Le aperture sono intese per un'audience più vasta, cerimoniale, di quella che frequenta normalmente i festival, quindi spesso si opta per oggetti «concilianti». Che siano anonimi o brutti succede...Ma se 'Grace' era inteso come una concessione al grand publique, quello stesso pubblico avrebbe ragione di arrabbiarsi. Offesi dal ritratto goffamente agiografico della famosa principessa, gli eredi dei Grimaldi (...)." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 15 maggio 2014)

"Quando Grace Kelly, il 'ghiaccio bollente' di Hitchcock a Hollywood, incontra sua maestà Ranieri di Monaco, assillato dal bisogno di un erede per impedire che la Francia si mangiasse il Principato, l'amore diventa una strana cosa e il matrimonio kolossal l'inizio di un conflitto di vocazioni, norme, destini. Lei, una delle donne più belle del mondo, diventa la diva principessa. Lui, in crisi finanziaria per le tasse pretese da De Gaulle, il principe assediato dal cinema (che rivuole Kelly). Anche dai racconti delle nostre mamme si sa che la fiaba era un bastone storto raddrizzato nel corso del tempo dal sacrificio regale di Grace, che lasciò andare via, assai giovane, più che una carriera un talento vero da crescere, accettando di 'imparare', tra ribellioni e litigi, il ruolo definitivo della sua vita, che prevedeva la dedizione per la casata, per suo marito e per i figli, in particolare per l'erede Alberto. Insomma, se diventi principessa con la coroncina tra i capelli, la fascia di bandiera sulle spalle e le cene solenni con i capi di governo non puoi andare in giro per gli schermi del mondo a interpretare una cleptomane frigida risvegliata dal fascino di 007 (la parte di 'Marnie', che Hitchcock le offrì provocando un dissidio matrimoniale e di Stato). (...) In Fondo, sembra corretta la tesi del film d'apertura di Cannes 67 'Grace di Monaco', di Olivier Dahan, cineasta esperto in biografie femminili tormentate ('La vie en rose' su Edith Piaf). Nicole Kidman ce la mette tutta sperando di firmare il prossimo Oscar, fotografata in primi e primissimi piani (alla Hitch) che dovrebbero risuonare nell'ambiguità tra cinema e realtà, anche se proprio non le riesce di farci sentire nel suo volto, nei suoi occhi, quelli di Grace. Spara se stessa, dimentica la generosità dell'attore. Nei momenti migliori di un melodramma d'autore con cadute di celebrazione da santino nel finale, ci si commuove anche, per esempio quando al ballo della Croce Rossa, che sancì la pace con la Francia, davanti all'esibizione della Callas (un'improbabile Paz Vega) Grace capisce la perdita definitiva della sua vita da artista. Tim Roth (...) è un Ranieri che non ci si crede, ma si crede invece alla 'cricca' di Montecarlo, Onassis compreso, che gioca tutto per difendere i privilegi fiscali che durano ancora oggi. Per non sbagliare, c'è un cartello prima del titolo: un film di finzione tratto da una storia vera. Ma la storia vera è quella di un mito: Grace Kelly. Le aspettative sono alte, la verità è contesa e la fiaba un bisogno più forte della verità." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 15 maggio 2014)

"Se non fosse un film che si dichiara liberamente ispirato a fatti reali, avrebbe potuto avere anche un suo perché. Invece, davanti a quello che accadde nella crisi tra Francia e Principato di Monaco, qui trattata alla stregua di un romanzetto rosa da spiaggia, ogni vana difesa cade. Rimane la splendida interpretazione di Nicole Kidman, che sembra l'incarnazione di Grace Kelly, a salvare, in parte, il destino di una pellicola dove le banalità eguagliano solo i tanti sbadigli." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 maggio 2014)
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