“Tutto il male del mondo si è riversato su di lui”: questo ha pensato la madre di Giulio Regeni alla vista del corpo martoriato del figlio. Parole ripetute in pubblico con pudore, non per commuovere ma per scuotere le coscienze di fronte a un assassinio di Stato seguito da indagini traballanti, depistaggi sistematici, testimonianze contraddittorie, ritrattazioni, intrecci di detti e non detti da parte delle istituzioni egiziane a vari livelli.

A dieci anni dalla barbara uccisione (dal 3 al 5 febbraio, un’uscita evento in sua memoria), Simone ManettI, che lo ha scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi (il film è prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, utilizza il cinema come strumento per addentrarsi nelle pieghe del caso e nel farlo, parallelamente al ripercorrere gli eventi, accoglie uno dei desideri della famiglia Regeni: provare a restituire chi fosse davvero Giulio.

Al momento della morte era un giovane ricercatore di ventotto anni dotato di intelligenza e determinazione, meno di quella conoscenza del mondo necessaria a comprendere di essere in rotta di collisione con un potere oscuro e minaccioso. A guidarlo erano il desiderio di sapere e una profonda onestà intellettuale, che non rientrano tra le doti richieste a chi fa ricerca in un paese con una rete di controllo che coinvolge professionisti e comuni delatori. Giulio, al contrario di quanto lasciato filtrare, non era una spia, non aveva rapporti con l’intelligence britannica ed era sconosciuto a quella italiana, né tanto meno era un giornalista. Giulio era soltanto un brillante ricercatore dell’Università di Cambridge.

Sulla scia di molti documentari d’inchiesta da La sottile linea blu di Errol Morris a Collectiv di Alexander Nanau, Manetti costruisce il racconto intrecciando più linee narrative: le testimonianze, in particolare quelle dei genitori e dell’avvocata Alessandra Ballerini insieme a quelle emerse durante il Processo; la ricostruzione dei fatti nei giorni della scomparsa e del ritrovamento del cadavere; il video girato dal sindacalista egiziano Mohammed Abdallah all’insaputa di Regeni.

È proprio quest’ultimo documento – in cui si vede Giulio interagire con colui che probabilmente lo ha già denunciato alla polizia – a costituire il nucleo intimo del film, per la sua forza evocativa e perché riverbera la qualità umana di un ragazzo che, di fronte alle provocazioni dell’interlocutore, ribadisce di non avere alcuna intenzione di oltrepassare i limiti imposti dall’università alla sua ricerca. Giulio non cerca scorciatoie, resta fedele al rigore scientifico.

Giulio Regeni. Tutto il male del mondo non è però il ritratto di un eroe suo malgrado, nonostante l’accanimento subito durante i lunghi giorni di prigionia e sevizie. È meglio il racconto di una vita guidata dal sapere, inteso come conquista che richiede passione e dedizione quotidiana. Nel video rubato Giulio appare nella penombra, spesso ai margini dell’inquadratura, talvolta quasi fuori campo, eppure la sua presenza invade la scena nelle parole misurate, nel tono pacato, fino a esplodere nel momento in cui dal buio emerge il volto intelligente e curioso.

Un ragazzo normale con meriti eccezionali, il cui corpo annientato diventa simbolo di come alcuni poteri puntino a estirpare le menti luminose. Manetti non santifica dunque, gli interessa invece accompagnare lo spettatore nel labirinto delle informazioni negate, delle testimonianze false, delle finte verità emerse e degli indizi trascurati, svelando le colpe di un sistema basato sulla repressione. Il film si pone pure come una meditazione su cosa significhi davvero documentare, cioè non limitarsi a registrare i fatti, bensì assumersi la responsabilità di ricomporli là dove un trauma li ha frantumati, dove la violenza del potere ha prodotto vuoti, silenzi, versioni contraddittorie.

Documentare, in questo senso, non coincide con il ripristino di una verità lineare e pacificata, ma con l’esposizione delle sue crepe, con il rendere visibile il processo stesso della ricerca, fatto di tentativi, di ricostruzioni parziali e di inevitabili zone d’ombra. Il cinema diventa così uno spazio in cui il trauma non viene superato né risolto, ma attraversato: un luogo in cui la memoria individuale e quella collettiva possono prendere forma senza essere normalizzate, e in cui la verità, lungi dall’essere un dato oggettivo e definitivo, emerge come costruzione fragile, necessaria e sempre in tensione con la narrazione ufficiale.