Quando l’11 settembre del 2001 il primo aereo entra nella prima Torre, pensammo: è un film, è cinema. Venticinque anni più tardi, abbiamo compreso che quel mandato di comparizione era in realtà condanna in contumacia.

L’uno-due degli aerei nelle Twin Towers assestava una combinazione ancor più devastante a immagine e immaginario: le Torri cadevano e il cinema non era della partita. Non aveva preconizzato, prefigurato nulla. Missing in action, genere destinato a uscire cadavere dal 9/11, comunque meno del catastrofico.

A qualche blocco di distanza dall’Empire State Building dove nel 1933 si era icasticamente arrampicato King Kong, si issava bandiera bianca, anzi, nemmeno quella: Ground Zero per la Settima Arte, epitaffio i due fasci di luce proiettati nel vuoto.

Il cinema che moriva da elefante novecentesco non chiedeva più atti di fede, ma denunciava un passaggio di testimone che era insieme di stato e di status: di lì in poi la sospensione dell’incredulità, che da spettatori devoti avevamo osservato in sala per cent’anni e più, ci sarebbe stata richiesta dalla realtà – il Covid avrebbe aiutato.

Potremmo ritenere, con qualche legittimità, che in quel settembre rosso shocking tra acciaio, vetro, carta e combustibile deflagrasse l’analogico e, con consapevolezza retroattiva, germinasse lo streaming. Certo è che spoliato della sua funzione predittiva, menomato nella sua capacità eidetica, annichilito dai nuovi barbari, e dalla barbarie, non più in fuoricampo, il cinema ha rinculato, s’è ritirato in buon ordine, concedendosi l’onore delle armi spuntate.

Potremmo ritenere, con qualche legittimità, che sia andata anche peggio: l’imposizione dello sguardo sul mondo è stata brutalmente archiviata dall’imposizione del mondo sullo sguardo. Venticinque anni fa il cinema è morto.