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La banda muta
Ispirato a un racconto dello scrittore siciliano Gaetano Savatteri e realizzato con il sostegno del Nuovo IMAIE, il cortometraggio La banda muta prosegue il percorso della regista Alessia Bottone dopo i precedenti La Napoli di mio padre, menzione speciale ai Nastri d’Argento 2021, e Sette minuti, spostandosi - in parte - dal documentario al cinema di fiction.
La storia dietro al corto, ambientato in un imprecisato paesino siciliano forse identificabile con Racalmuto che diede i natali a Sciascia, è piuttosto semplice: la morte improvvisa e accidentale di un anziano scrittore locale ormai in senescenza, e la prise de parole del protagonista Elio al momento delle esequie, quando, disgustato dai discorsi superficiali che sente e dalla paradossale dimensione mondana che il funerale va assumendo, per omaggiare il morto rievoca l'antica tradizione siciliana della banda muta. Definita dal protagonista un "controsenso" che apparteneva al "pirandellismo di natura: così è se vi pare" antropologicamente tipico del popolo siciliano, la banda muta era quell'usanza locale per cui il feretro veniva accompagnato, oltre che dai parenti del morto, anche da un banda di musicisti a lutto che, pur portandosi appresso i loro strumenti, non emettevano una nota; usanza che era il frutto di un curioso double bind per cui da un lato si doveva rispettare il rigore tragico del lutto, dall'altro si dimostrava, assoldando la banda, di non badare a spese nel ricordare e omaggiare il caro defunto.


Alessia Bottone sul set
Nella crescente secolarizzazione questa tradizione è ormai scomparsa dalla Sicilia e anche nell'universo narrativo del corto è già un lacerto, uno scampolo di rito evocato discorsivamente: ma uno dei principali pregi de La banda muta di Alessia Bottone è proprio la capacità di tracciare, a partire da pochi elementi, un microcosmo, qualità rara per un corto. Nella fenomenologia del lutto che il corto traccia, accanto ad attestazioni di innominabilità della morte - "qui nessuno parla dei morti" - trova spazio anche una distinzione tra i siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto, tra quelli che restano sull'isola e quelli che provano a lasciarla salvo poi tornare "per sicilitudine, oppure per dire che loro lo conoscevano il morto". La classificazione metaforica in siciliani di scoglio e siciliani di mare aperto nasceva come detto popolare siciliano ma era stata resa celebre prima da Vittorio Nisticò e poi ancor di più da Andrea Camilleri, che si viene così ad aggiungere alle svariate suggestioni letterarie che scaturiscono dal corto accanto a Savatteri e a Sciascia.
Non si può definire La banda muta come un cortometraggio di pura finzione per via di una delle sue componenti registiche più marcate, la commistione tra le riprese della messinscena, e un frequente puntello di materiale d’archivio proveniente da varie fonti e da varie epoche. L’incipit del corto è il suo unico momento di eccessiva retorica, con lo screenshot di articoli di giornali incentrati sul fenomeno delle foto e dei selfie per i social ai funerali di papa Francesco o di Maurizio Costanzo, riallacciando in maniera fin troppo esplicita e smaccata la tradizione antropologica locale che dà il titolo al film breve con una bizzarra deriva comportamentale dei nostri tempi. Sostenuto anche da un’intensa interpretazione di Piero Nicosia, La banda muta rappresenta un atto evocativo e complessivamente affascinante di archeologia filmica, un piccolo film che parla dell’evoluzione e forse della degenerazione del nostro Sud nel corso dei decenni.
