(Cinematografo/Adnkronos) – L’attrice statunitense Barbara Barrie, premiata nel 1964 al Festival di Cannes per la miglior interpretazione femminile con il film “La dura legge” e candidata all’Oscar nel 1980 per “All American Boys”, è morta mercoledì 28 ottobre nella sua casa di Manhattan all’età di 95 anni. La notizia della scomparsa è stata riportata dal "New York Times", che ha raccolto la conferma della figlia Jane Harnick. Secondo quanto riferito dalla figlia al quotidiano americano, all’attrice era stato diagnosticato un tumore in fase terminale e la sua morte è avvenuta con assistenza medica. Nel 2014 Barrie aveva reso pubblica la diagnosi di fibrosi polmonare idiopatica, una malattia degenerativa che si era aggiunta ai problemi di salute affrontati negli ultimi due decenni. Lo aveva fatto anche con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica e aiutare altre persone alle prese con la stessa patologia.

Nata a Chicago il 23 maggio 1931 con il nome di Barbara Ann Berman, Barrie aveva costruito una carriera lunga e articolata tra grande schermo, televisione e teatro, distinguendosi per la versatilità e la naturalezza delle sue interpretazioni. Quando aveva nove anni, la famiglia si era trasferita in Texas. Dopo il diploma alla Corpus Christi Senior High School, aveva frequentato l’Università del Texas ad Austin, dove era stata compagna di studi, tra gli altri, di Rip Torn, Jayne Mansfield e Liz Smith. Giunta a New York in treno per accompagnare il fidanzato, anche lui attore, aveva cominciato a lavorare come dattilografa per pagarsi l’affitto, mentre cercava di affermarsi nel mondo dello spettacolo. Nel 1955 aveva preso parte a un episodio della serie televisiva “Ponds Theatre” e aveva debuttato a Broadway con “The Wooden Dish”. L’anno successivo era apparsa, in un ruolo minore, nel film “Il gigante”, diretto da George Stevens, in una scena ambientata durante il ricevimento funebre del personaggio interpretato da Mercedes McCambridge. La formazione teatrale aveva avuto un ruolo importante nella sua crescita professionale. Grazie a una raccomandazione di Katharine Hepburn era entrata nell’American Shakespeare Theatre di John Houseman, a Stratford, nel Connecticut, dove aveva lavorato per due stagioni accanto ad attori come Fritz Weaver, Will Geer, Nancy Marchand e Sada Thompson. Aveva inoltre studiato recitazione con Uta Hagen. Nei primi anni Sessanta aveva interpretato Annie Sullivan, il ruolo reso celebre da Anne Bancroft, in una tournée europea di “The Miracle Worker” organizzata dal Dipartimento di Stato americano.

Il riconoscimento internazionale era arrivato nel 1964, quando aveva conquistato il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes, ex aequo con Anne Bancroft, per “La dura legge” (“One Potato, Two Potato”), diretto da Larry Peerce. Nel film interpretava Julie, una donna bianca con una giovane figlia che, abbandonata dal marito, si innamora di un uomo afroamericano, interpretato da Bernie Hamilton, e lo sposa. La vicenda affrontava apertamente i pregiudizi razziali e le difficoltà sociali e familiari legate a una relazione interrazziale. Girato in bianco e nero e in esterni a Painesville, in Ohio, il film è considerato uno dei primi, se non il primo, lungometraggio statunitense a rappresentare una relazione interrazziale di questo tipo. Uscì tre anni prima di “Indovina chi viene a cena”, il celebre film del 1967 con Sidney Poitier, Spencer Tracy e Katharine Hepburn. All’epoca, il New York Times lodò la prova di Barrie per il suo realismo e la sua naturalezza, sottolineando la capacità dell’attrice di restituire la fragilità e la determinazione di una donna impegnata a difendere il proprio amore e la propria famiglia nonostante gli ostacoli.

La scelta di ruoli complessi caratterizzò anche il successivo percorso cinematografico. Nel 1963 aveva recitato in “The Caretakers”, film nel quale interpretava una paziente catatonica sottoposta alle angherie di un’infermiera interpretata da Joan Crawford. Per prepararsi alla parte, Barrie si era fatta ricoverare volontariamente in un ospedale psichiatrico in California, tanto da dover chiedere al regista Hall Bartlett di intervenire per consentirle di uscire dalla struttura. Nel corso degli anni aveva partecipato anche a film come “Donne inquiete” (1963), “Soldato Giulia agli ordini” (1980), “Fine della linea” (1987) e “Un padre in prestito” (1994). Nel 1980 aveva inoltre interpretato la madre del personaggio di Goldie Hawn in “Soldato Giulia agli ordini”, mentre nel 1997 aveva prestato la voce ad Alcmena nel film d’animazione Disney “Hercules”.

Un altro momento fondamentale della carriera era arrivato con “All American Boys” (“Breaking Away”), il film del 1979 diretto da Peter Yates e ambientato a Bloomington, in Indiana. La storia racconta il passaggio all’età adulta di un gruppo di ragazzi e, in particolare, la passione di uno di loro, interpretato da Dennis Christopher, per il ciclismo italiano. Barrie vestiva i panni di Evelyn Stoller, la madre affettuosa e rassicurante del protagonista, una figura capace di sostenerlo nei suoi sogni mentre il ragazzo viveva un rapporto difficile con il padre. La prova le era valsa nel 1980 una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista. Il premio venne assegnato a Meryl Streep per “Kramer contro Kramer”, ma il ruolo aveva contribuito a consolidare la reputazione di Barrie presso il grande pubblico. L’attrice aveva raccontato in un’intervista del 2017 al "New York Times" di aver chiesto al regista di inserire una scena che mostrasse più direttamente il legame tra madre e figlio. Dopo aver letto una versione aggiornata della sceneggiatura, aveva notato che il film descriveva un ragazzo in conflitto con il padre, ma che non prevedeva alcun momento di confronto con la madre. Barrie aveva insistito perché fosse aggiunta una scena di raccordo, diventata poi una delle più ricordate del film: quella in cui Evelyn mostra il proprio passaporto al figlio e lo incoraggia a inseguire i suoi sogni. «Quella scena non sarebbe stata nel film se non avessi chiesto di inserirla», aveva ricordato l’attrice, sottolineando con ironia il coraggio che aveva avuto nel proporre la modifica. Nel 1980 era tornata a interpretare Evelyn Stoller nell’adattamento televisivo di “Breaking Away”, trasmesso dalla Abc tra il 1980 e il 1981 e interpretato da Shaun Cassidy. La serie era durata appena otto episodi, ma la sua interpretazione le aveva procurato anche una candidatura agli Emmy.

Importante era stato anche il percorso televisivo, che l’aveva portata a recitare in numerose serie americane, tra cui “Ai confini della realtà”, “Il virginiano”, “Barney Miller”, “Lou Grant” e “In famiglia e con gli amici”. Aveva inoltre preso parte a produzioni come “Naked City”, “Gli intoccabili”, “The Alfred Hitchcock Hour” e “Il fuggitivo”. In “Ai confini della realtà” era apparsa nell’episodio “Miniature”, del 1963, accanto a Robert Duvall. Negli anni Settanta aveva interpretato la madre di Goldie Hawn in “Soldato Giulia agli ordini” e aveva partecipato a un episodio del “Mary Tyler Moore Show”, nel 1974, nel quale cercava di conquistare il personaggio interpretato da Gavin MacLeod. Nel 1979 aveva vestito i panni di Mamie Eisenhower nella miniserie “Backstairs at the White House”. Aveva poi ottenuto altre candidature agli Emmy per le sue partecipazioni a “Law & Order”, nel 1992, e a “Law & Order: Special Victims Unit”, nel 2003. Tra le sue apparizioni televisive più recenti figurava anche “Enlightened”. Negli anni Novanta aveva raggiunto una nuova popolarità grazie alla sitcom “Susan” (“Suddenly Susan”), nella quale, tra il 1996 e il 2000, aveva interpretato la nonna e confidente del personaggio di Brooke Shields, comparendo in 93 episodi. I fan di “Barney Miller”, la sitcom della Abc andata in onda dal 1975 al 1982, la ricordavano invece nel ruolo della moglie del capitano della stazione di polizia di Greenwich Village, interpretato da Hal Linden. Nel 2010 aveva partecipato anche alla serie “Nurse Jackie - Terapia d’urto”.

Parallelamente al cinema e alla televisione, Barrie aveva mantenuto un rapporto costante con il teatro, prendendo parte a produzioni originali e riprese di opere di successo. A Broadway aveva recitato nelle prime edizioni di “The Prisoner of Second Avenue” e “California Suite”, entrambe di Neil Simon, e in “Torch Song Trilogy” di Harvey Fierstein. Nel 2017 era tornata in scena in “Significant Other”, di Joshua Harmon, interpretando una nonna ebrea. Tra i ruoli più ricordati figurava quello di Sarah nel musical “Company” di Stephen Sondheim, nella produzione originale andata in scena tra il 1970 e il 1972. Il personaggio era una donna alle prese con le diete e con un rapporto conflittuale con il marito Harry, interpretato da Charles Kimbrough, che aveva problemi con l’alcol. Barrie era l’unica interprete principale del musical a non cantare. La sua prova le era valsa una candidatura al Tony Award, nell’ambito di una produzione che aveva ottenuto 14 candidature, un risultato record per l’epoca. La lavorazione dello spettacolo era stata inoltre documentata nel film del 1970 di D.A. Pennebaker dedicato alla realizzazione del celebre album originale del cast.

Nota per il suo caschetto biondo dal taglio corto e sbarazzino, l’attrice aveva continuato a lavorare anche negli anni successivi. Nel 1999 aveva recitato in “Judy Berlin”, accanto a Edie Falco, interpretando la madre della protagonista: per questa prova aveva ricevuto una candidatura agli Independent Spirit Awards. Barrie aveva affiancato all’attività artistica anche quella di scrittrice. Aveva pubblicato i romanzi “Lone Star”, dedicato a una famiglia ebrea ortodossa alle prese con il processo di assimilazione in Texas, e “Adam Zigzag”. Aveva inoltre scritto due libri in cui raccontava la propria esperienza con il tumore del retto e con la colostomia, affrontando temi legati alla malattia e alla vita dopo le cure. Nel 2008 aveva donato fotografie, programmi teatrali, un album di ritagli e altri materiali relativi alla propria carriera alla Billy Rose Theatre Division della New York Public Library.

L’attrice era stata sposata con il produttore e regista Jay Malcolm Harnick dal 1964 fino alla morte di lui, avvenuta nel 2007. I due si erano conosciuti durante un’audizione ed erano rimasti amici per dodici anni prima che lui le chiedesse di sposarlo. Harnick era stato fondatore e direttore artistico di lunga data di TheatreworksUSA, una delle maggiori compagnie teatrali itineranti statunitensi dedicate al pubblico giovane, che aveva contribuito anche alla formazione professionale di interpreti come F. Murray Abraham e Henry Winkler. Era inoltre fratello di Sheldon Harnick, autore dei testi delle canzoni del musical “Il violinista sul tetto”. Oltre alla figlia Jane, sopravvivono all’attrice il figlio Aaron, produttore teatrale a Broadway, e tre nipoti.