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Erminia Manfredi @ Webphoto (Montecarlo 28 novembre 2009 Film Festival de la Comedie © Fotostore)
(Cinematografo.it/Adnkronos) – Se ne è andata a due giorni dal suo novantacinquesimo compleanno, quasi a voler chiudere il cerchio di una vita lunga, intensa e attraversata da grandi amori, incontri, sacrifici e battaglie. Erminia Ferrari, vedova dell'attore Nino Manfredi, è morta oggi a Roma all'età di 94 anni. A darne notizia è stato il figlio Luca Manfredi, con un messaggio affidato ai social: "Ciao grande 'Minia', moglie, madre e donna straordinaria. Sarai sempre nel nostro cuore". Una fotografia della madre, un primo piano, e poche parole per annunciare la scomparsa di una donna che aveva attraversato quasi un secolo di storia italiana, restando per cinquant'anni accanto a uno dei suoi attori più amati.
Chi era Erminia Ferrari
Nata a Taormina (Messina) il 4 novembre 1931, Erminia Ferrari era molto più della moglie di un attore celebre. Modella, costumista e scenografa, aveva conosciuto il mondo dello spettacolo da una posizione privilegiata, ma mai subordinata: quella di chi ne conosceva i meccanismi, le fatiche, le vanità e le necessità quotidiane. Aveva avuto una propria strada professionale, prima di scegliere di dedicare gran parte della sua vita alla famiglia e al sodalizio umano e artistico con Manfredi. E, quando il marito morì nel 2004, aveva trasformato il dolore privato in un impegno pubblico, diventando una voce attenta e combattiva accanto alle persone colpite da malattie gravemente invalidanti.
La sua storia comincia lontano da Roma e dai teatri. Figlia di un direttore d'albergo impegnato nelle allora colonie italiane d'Africa, aveva trascorso parte dell'infanzia e della giovinezza in Libia e in Etiopia, seguendo gli spostamenti della famiglia. Un'esistenza non convenzionale, segnata da luoghi e atmosfere diverse, prima del trasferimento nella capitale, nel 1950. Aveva diciotto anni, poco più, e la necessità di lavorare. "Avevo bisogno di lavorare, perché mio padre aveva un debito importante", avrebbe raccontato ricordando quegli anni. A Roma trovò impiego come indossatrice in diverse sartorie, fino ad approdare alla maison di Roberto Capucci, uno dei nomi destinati a segnare la storia della moda italiana. Un'esperienza fondamentale, non soltanto per la possibilità di lavorare in un ambiente prestigioso, ma anche per la formazione e la conoscenza di un mestiere che avrebbe continuato ad accompagnarla. "Una grande fortuna per me", ricordava, sottolineando quanto avesse imparato frequentando la sartoria e osservando il lavoro quotidiano dell'atelier.
L'incontro con Nino Manfredi
Proprio intorno a quel mondo, a pochi passi dal Teatro Sistina, si muovevano alcuni dei protagonisti della scena teatrale e cinematografica romana. Tra loro c'era un giovane Nino Manfredi, all'anagrafe Saturnino, attore ancora lontano dalla popolarità che avrebbe raggiunto negli anni successivi. A farli incontrare fu un'amica comune, Rosy Bonagura, che aveva intuito una possibile affinità tra i due e si era impegnata, con una certa ostinazione, a favorire l'incontro. La prima conoscenza fu organizzata a Milano, durante un viaggio di lavoro di entrambi. Una cena in un ristorante storico, il Don Lisander, vicino alla Scala. Un appuntamento preparato quasi di nascosto, con una piccola regia dell'amica comune, che aveva raccontato a ciascuno che l'altro desiderava conoscerlo.
Non fu, almeno secondo il ricordo di Erminia, un colpo di fulmine immediato. "Ci studiavamo reciprocamente", raccontava. Nino, però, aveva una qualità che avrebbe continuato a caratterizzarlo per tutta la vita: sapeva far ridere. "Mi fece ridere tutta la sera e mentre io ridevo lui indagava la mia anima". Da quella cena cominciò una frequentazione che avrebbe cambiato il destino di entrambi. Manfredi non perse tempo. Dopo una settimana le chiese di sposarlo. Lei, reduce da una delusione sentimentale che l'aveva segnata profondamente, preferì procedere con prudenza. Prima di conoscere Nino, infatti, Erminia era stata fidanzata con un imprenditore, Pasquale, con il quale aveva già programmato le nozze. L'abito era pronto, la chiesa prenotata, il matrimonio imminente. Poi la scoperta: l'uomo aveva ottenuto dal padre di Erminia ingenti somme di denaro senza restituirle e, dopo essersi reso irreperibile, aveva lasciato emergere una situazione di debiti e raggiri che coinvolgeva anche altre persone. Una vicenda dolorosa, che aveva fatto saltare le nozze e incrinato la fiducia della giovane donna. La madre, che non aveva mai guardato con particolare favore a quel fidanzamento, aveva avuto le sue ragioni. Ma Erminia aveva dovuto ricominciare. L'incontro con Manfredi arrivò proprio in quel momento, quando non cercava soltanto un nuovo amore, ma anche una diversa possibilità di vita.
Il matrimonio fu celebrato il 14 luglio 1955 nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina, a Roma. Una cerimonia semplice, con parenti e amici, ma impreziosita da un dettaglio destinato a rimanere nei ricordi familiari: l'abito da sposa disegnato appositamente per lei da Roberto Capucci. Anche quel giorno non mancò l'umorismo, tratto distintivo della loro storia. Il sacerdote inglese, alle prese con la pronuncia dei nomi italiani, storpiò quello di Nino, chiamandolo "Saturnaino". Una scena che suscitò le risate degli invitati e la battuta del regista teatrale Remigio Paone: "Non vi preoccupate per la dizione, poi lo facciamo doppiare!". La madre di Erminia, siciliana, volle rispettare anche le tradizioni più antiche. Quando gli sposi arrivarono nel loro appartamento, acquistato a rate, trovarono davanti alla porta un filone di pane e una scopa: il primo come augurio di prosperità, la seconda per allontanare la malasorte. Il giorno dopo, Nino si incaricò di dimostrare che il matrimonio non avrebbe cancellato il suo spirito irriverente. Guardando la moglie, le disse: "E mo' devo sta' co' te per tutta la vita?". Poi si tolse la fede e aggiunse: "Non è questa che mi legherà a te per tutta la vita". Una battuta, ma anche una dichiarazione che Erminia avrebbe ricordato molti anni dopo come una delle più belle intuizioni del marito.
Da quell'unione nacquero Roberta, Luca e Giovanna. Per Erminia cominciò una nuova stagione. Continuò a lavorare come indossatrice fino ai primi mesi della prima gravidanza, poi scelse progressivamente di lasciare la passerella per dedicarsi ai figli e alla famiglia. Non rinunciò, tuttavia, al proprio rapporto con il mondo dello spettacolo. Accanto al marito lavorò come costumista e scenografa, partecipando alla realizzazione di alcune produzioni cinematografiche, tra cui "Il giocattolo" (1979), "Café Express" (1980) e "Nudo di donna" (1981).
Non volle, invece, diventare attrice, nonostante le ripetute sollecitazioni di Nino. "Tante volte mi ha chiesto di accettare qualche ruolo, magari piccolo, nei suoi film: non ho mai voluto, sono negata e, se avessi accettato, lo avrei messo nei guai". Conosceva il mestiere e ne rispettava le difficoltà. Preferiva restare dietro le quinte, dove poteva esprimere la propria sensibilità senza entrare in competizione con il marito. La loro fu una relazione tutt'altro che priva di complicazioni. Nino Manfredi aveva un carattere complesso, una personalità esuberante, una curiosità inesauribile per le persone e per la vita. Anche le donne facevano parte di quel mondo di incontri e passioni che Erminia imparò a conoscere senza mai nascondere le difficoltà.
Con una sincerità rara nelle testimonianze pubbliche dei coniugi dei grandi attori, aveva raccontato anche le infedeltà del marito e la nascita di una figlia avuta da una relazione durante un soggiorno di lavoro in Bulgaria. "Quando scoprivo il misfatto mi dicevo: vediamo che si inventa stavolta", ricordava con una serenità che non cancellava la complessità di quei momenti. Fu lei stessa ad affrontare la situazione in Bulgaria, in un passaggio doloroso della vita familiare. Ma il suo racconto non era mai quello di una donna disposta a riscrivere il passato per renderlo più rassicurante. Ammetteva i difetti del marito, ne riconosceva le debolezze, ma non ne metteva in discussione il valore umano e artistico. Persino durante il ricovero ospedaliero, quando una giovane infermiera si presentò al capezzale di Nino e lui le rivolse un sorriso accompagnato da un bacio, Erminia non si scandalizzò. "Non ci rimasi male, anzi, significava che in lui pulsava ancora la vita".
Era questo, forse, il segreto della loro lunga convivenza: la capacità di guardare l'altro senza pretendere di possederlo, di riconoscerne le contraddizioni senza cancellarne l'amore. In un'intervista aveva descritto il loro rapporto attraverso un'immagine pittorica, quella del quadro di Marc Chagall 'La passeggiata': "Lui era talmente leggero da riuscire a volare mentre io lo tenevo saldo a terra". Un'immagine che raccontava molto di entrambi. Nino, artista inquieto, osservatore instancabile, capace di trasformare un incontro, un gesto o una frase in materiale per il proprio lavoro. Erminia, presenza concreta e discreta, custode della dimensione familiare e interlocutrice privilegiata di un uomo che aveva bisogno di osservare continuamente il mondo per raccontarlo. "I miei racconti, il mio vissuto erano divenuti parte nella sua vita da cui Nino ha tratto qualche ispirazione per i suoi film", aveva spiegato. "Anche io ho fatto intensi viaggi nella sua mente, l'ho percepito profondamente nella sua personalità, nel suo modo di essere". Una relazione fatta di scambio, dunque, nella quale la moglie non era soltanto spettatrice della carriera del marito, ma anche parte del suo immaginario.
La prova più dura arrivò nell'estate del 2003. Il 7 luglio, dopo aver terminato le riprese del film 'La fine di un mistero', Manfredi fu colpito da un grave evento cerebrovascolare. Ricoverato d'urgenza, riuscì inizialmente a recuperare, ma riportò una paresi. Le condizioni migliorarono in settembre, tanto da consentirgli di tornare a casa. Poco dopo, tuttavia, arrivò una nuova ricaduta. Cominciò così un lungo periodo di ricoveri e sofferenze, durato undici mesi. L'attore fu sottoposto a tracheostomia e rimase a lungo in rianimazione. Erminia non lo abbandonò mai. Fu in quei mesi che entrò in contatto con una realtà che avrebbe segnato profondamente il resto della sua vita: quella dei malati cronici, delle persone affette da patologie neurodegenerative, dei pazienti costretti a lunghi periodi di degenza e delle loro famiglie. Accanto al letto del marito aveva conosciuto un malato di sclerosi laterale amiotrofica, ricoverato nella stessa struttura e, secondo il suo racconto, lasciato senza un'adeguata assistenza. Una vicinanza che le fece comprendere quanto spesso la sofferenza fosse aggravata dalla solitudine, dalla mancanza di sostegno e dalle difficoltà del sistema assistenziale. Il 3 giugno 2004, a poche ore dalla morte di Nino, Erminia intervenne nella trasmissione 'Report', denunciando le condizioni difficili affrontate dal marito durante la lunga permanenza in terapia intensiva. Il giorno successivo, il 4 giugno, Manfredi morì. Aveva 83 anni. Per Erminia si chiudeva una storia durata quasi mezzo secolo. Ma non si chiudeva il legame con l'uomo che aveva amato. "Non è più qui fisicamente, ma lui sta con me, io lo sento e gli parlo in continuazione", avrebbe raccontato anni dopo. Non una formula di circostanza, ma il modo in cui aveva imparato a convivere con l'assenza.
La malattia e l'impegno civile
Il dolore si trasformò progressivamente in impegno civile. Già durante la malattia del marito aveva iniziato a interessarsi alle condizioni delle persone colpite da patologie invalidanti. Dopo la sua scomparsa sostenne le attività dell'associazione Risveglio, impegnata nell'assistenza alle persone in stato post-comatoso, e dall'aprile 2006 si avvicinò stabilmente a Viva la Vita, organizzazione non profit che si occupa delle persone affette da Sla, della quale divenne presidente onoraria. La sua partecipazione non fu soltanto simbolica. Si impegnò nella sensibilizzazione, nella raccolta di fondi e nella promozione di una cultura dell'assistenza che mettesse al centro la persona malata e il diritto a una vita dignitosa. Aveva conosciuto da vicino la sofferenza e sapeva quanto fosse difficile, per chi assiste un familiare, affrontare da solo il peso di una malattia invalidante. "Perché la vita è tutto ciò che abbiamo", spiegava. "È un diritto viverla con dignità e intensità sino all'ultimo istante, circondati dall'affetto delle persone che amiamo".
Parole che, con il passare degli anni, sono diventate una sorta di testamento morale. Il suo impegno proseguì anche in occasione delle iniziative organizzate per ricordare il marito. Nel decennale della morte di Manfredi, nel 2014, la famiglia promosse 'Nino! – Omaggio a Nino Manfredi', una rassegna di appuntamenti dedicati alla carriera dell'attore, con concerti, spettacoli e la riscoperta di materiali inediti. Parte del ricavato fu destinata proprio a Viva la Vita. Erminia continuò a essere una testimone preziosa della storia artistica e privata di Nino. Lo raccontò nei ricordi familiari, nelle interviste, nelle occasioni pubbliche e anche attraverso il cinema. Nel film televisivo 'In arte Nino', diretto dal figlio Luca, la sua figura fu interpretata da Miriam Leone, mentre Elio Germano vestiva i panni del giovane Manfredi. Rivedere sullo schermo gli anni degli inizi significò per lei ritrovare un pezzo della propria giovinezza: le serate in via Veneto, gli incontri con Paolo Panelli, Marcello Mastroianni e Tino Buazzelli, le amicizie teatrali, i primi passi di un attore che non aveva ancora raggiunto la notorietà. Ricordava con particolare affetto anche i tempi in cui i soldi erano pochi e una serata nei locali della capitale diventava un piccolo lusso: lei ordinava un caffè, Nino un bicchiere d'acqua con una scorza di limone. Erano anni di entusiasmo e di attesa, quando tutto sembrava ancora possibile. Erminia li aveva conservati nella memoria senza trasformarli in una nostalgia artificiale. Nella sua casa sull'Aventino, a pochi passi dal Giardino degli Aranci, i ricordi di una vita con Nino convivevano con la quotidianità.
In un'intervista concessa in occasione del decennale della morte dell'attore, aveva accolto i visitatori con un'eleganza rimasta intatta: il vestito nero, una collana vistosa, gli occhi verdi e il portamento di un'ex modella che non aveva perso la naturalezza dei gesti. Era una donna capace di raccontare il marito con ironia, senza indulgere nella celebrazione. Lo ricordava come un uomo di grande talento, ma anche come un compagno difficile, imprevedibile, a volte persino spiazzante. Non aveva bisogno di trasformarlo in un monumento per continuare ad amarlo. La famiglia, intanto, si era allargata. Accanto ai tre figli, Roberta, Luca e Giovanna, erano arrivati i nipoti, ai quali era legata da un rapporto profondo. Luca ha seguito le orme paterne nel cinema e nella regia, diventando anche uno dei principali custodi della memoria artistica di Manfredi.

