Mai come oggi il firmamento cinematografico pone più interrogativi di quante risposte sia in grado di dare. La volta celeste – un tempo punteggiata da un numero di stelle che sembrava infinito e destinato soltanto a crescere – presenta oggi più buchi neri di quanti siano i corpi celesti in grado di servire da orientamento in un cammino che appare sempre più irto di ostacoli. Sono buchi neri che ingoiano tutto quanto sinora aveva generato la stabilità di un sistema tra i più redditizi e capace di condizionare gran parte della vita culturale e immaginaria di intere generazioni. È un buco nero il tramonto (irreversibile?) dello studio system hollywoodiano, è un buco nero la crisi (irreversibile?) delle sale cinematografiche.

Per venire a noi, è un buco nero la minaccia della crisi che (forse) paralizzerà prossimamente la produzione di film e serie in Italia a seguito delle modifiche dal tax credit e, soprattutto, dei tagli minacciati dalla finanziaria. È un buco nero ancora più grande e, secondo alcuni, minaccioso l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale che promette di rivoluzionare il modo di concepire e realizzare i film. Una voragine immensa dalle conseguenze tuttora largamente imprevedibili: l’unica certezza è che il cinema non sarà più come quello che conoscevamo, con il quale siamo cresciuti, perdutamente innamorati e culturalmente formati. Abbiamo qualche speranza di sopravvivere dopo che il grande Buco Nero ci avrà inghiottiti per poi risputarci in un nuovo sistema solare non ostile, come in Interstellar di Nolan?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un potere di divinazione che nessuno possiede. Per cercare di capirci qualcosa conviene forse fare un passo non indietro né in avanti, ma di lato. Apro un libro di Esther Kinsky: non un romanzo, non un saggio, piuttosto un esempio di quella letteratura di autonarrazione che oggi va di moda. S’intitola Di luce e di polvere, lo ha pubblicato recentemente Iperborea. La scrittrice tedesca, piuttosto avara di spiegazioni pratiche, capita in un remoto villaggio ungherese ai confini con la Romania, in quella pianura bassa dove devi “salire in piedi su una zucca se vuoi vedere un po’ più lontano”, senza che nulla si frapponga allo sguardo fra il tuo occhio e la remota linea dell’orizzonte.

Un tempo era stata forse una cittadina, ora ridotta a un gruppo di case in parte disabitate e in rovina, popolata da vecchi perlopiù taciturni e fornita di un unico bar. Ma al centro di ciò che rimane del paese c’è un vecchio cinema, ormai decrepito e abbandonato, che Esther decide di rilevare per restituirlo a nuova vita. Ci riuscirà, nonostante lo scetticismo della vicina di casa (“la gente ha smesso di andare al cinema per non far pensare di non avere abbastanza soldi per comprarsi un televisore”), sorretta dalla convinzione che “il cinema è un luogo di aspettative che raramente vengono deluse, nemmeno da un brutto film, perché significa pur sempre: vedere più lontano di prima, esplorare un orizzonte che senza lo schermo non esisterebbe”.

Non fa della teoria, Esther, piuttosto della poesia. Ma quando scrive “il cinema come sostegno, come compagno di chiunque, come stella polare e guida, un rifugio per tutti, un luogo che offriva speranze, sogni, riparo a innumerevoli solitudini, un riparo con vista” (il corsivo è mio), non si può fare a meno di pensare a Francesco Casetti, il cui ultimo saggio di teoria del cinema, Schermare le paure (Bompiani), muove dall’assunto che gli schermi siano filtri e i cinema rifugi che assolvono alla funzione primaria di proteggerci dalle angosce alle quali lo spazio esterno ci espone costantemente.

Anche a non voler spoilerare, si capisce presto come la sconsiderata e irrazionale decisione di Esther andrà a finire. Una decisione repentina, la sua, che non aveva motivazioni logiche né pratiche, tanto che non tenta neppure di metterne a fuoco le ragioni. Ma, allora: dobbiamo davvero arrenderci all’idea che “la scomparsa del cinema come luogo fisico non può essere slegata da un’illusione che si insinua nel vedere come un atto di volontà: l’illusione di una scelta più ampia, confinata nel privato, nel piccolo, nel controllabile. Sottratta alla dimensione pubblica, alienata dalla sovversione”?

Non basta forse una piccola frase buttata lì a un certo punto, priva di enfasi e scevra di retorica ma in grado di offrire la chiave della risposta che stavamo cercando? Un’asserzione in cui si condensa l’essenza del cinema, la sua natura rivoluzionaria che nessuna evoluzione o trasformazione presente e futura, (neanche la più radicale e traumatica), riuscirà a cancellare: “Il cinema era il mondo”. Perché il cinema è ancora il mondo, e lo sarà sempre. Finché ci saranno autori capaci di trasportarci in un’altra dimensione, di spingere il nostro sguardo oltre le ristrettezze della nostra visione quotidiana, di costringerci a tradurre in pratica l’assunto di John Berger secondo il quale “vedere è un atto di volontà”. Qualunque siano le delimitazioni spaziali entro le quali ci troviamo - e ci troveremo - a condividere la magica e insostituibile esperienza della visione di un film.